Introduzione alle rotazioni colturali – prima parte

Il processo produttivo in agricoltura rappresenta un’alterazione dei cicli biologici naturali ed una manipolazione dei fenomeni naturali. Diversità, diversificazione e pluralità di forme come base per una sana agricoltura.

Per prima cosa, non nuocere” – Ippocrate

La massima produttività perseguita dall’agricoltura industriale genera un impatto che a lungo termine non è sostenibile poiché si rendono necessari interventi che generano stress e sovrasforzo all’interno dell’agroecosistema.

Con questa modalità si genera dipendenza dall’industria tramite un uso massiccio di input esterni all’azienda agricola necessari a garantire la maggiore produttività possibile. In tutto questo nella moderna agricoltura ci si è dimenticati della vita del suolo. Vita intesa appunto come diversità e pluralità di forme che caratterizza la naturale ricchezza minerale di un terreno e la molteplicità di forme viventi come batteri, microrganismi, funghi e lieviti dai quali dipendono capacità e grado di umificazione. Ad un suolo attivo e vitale corrisponderanno piante sane e vitali.

Le pratiche agroindustriali hanno ridotto in tutti i sensi questa diversità, compresa la diversità vegetale. E per una minore diversità vi sarà una maggiore dipendenza da input esterni necessari per compensare il disequilibrio (input esterni come antiparassitari, anticrittogamici, fertilizzanti). Mentre il ricorso a sostanze e composti chimici di sintesi può andare ad indebolire la pianta e generare un vuoto biologico all’interno dell’agroecosistema. Da qui poi nascerebbe la necessità di interventi che vadano a contenere questi effetti collaterali, come un maggior uso di antiparassitari o altre azioni di sostegno (input esterni).

Tramite la specializzazione, poi, si è arrivati ad avere una sola singola coltura presente su vaste ed estese superfici. In diverse aree del Paese è possibile scorgere ampie distese, ad esempio, di vite oppure di olivo determinate da scelte di carattere esclusivamente commerciale, per le quali viene meno diversità e promiscuità fra differenti specie vegetali (definita anche consociazione). Mentre al fianco della vite, o dell’olivo, dovrebbe e potrebbe crescere altra coltura (o qualunque vegetale) con la quale instaurare sinergie. Con questo orientamento è venuta meno la complessità che dovrebbe caratterizzare un organismo agricolo e dovrebbe garantirne gli equilibri.

Purtroppo l’attuale orientamento socio-economico invita a ragionare solamente in termini economici e commerciali. Tutto ciò, oltre ad aver determinato crisi economica, ha generato anche crisi esistenziale (soprattutto nell’agricoltura industriale). Ma nel perseguire ed applicare un sistema industriale si dà linfa e forza allo stesso apparato che condiziona la vita degli agricoltori.
L’odierna organizzazione industriale/capitalistica ha determinato una forte riduzione delle libertà di scelta che l’agricoltore è, e sarebbe, tenuto a compiere nello svolgimento della propria attività. Una logica esclusiva che tiene conto unicamente del profitto massimo (e dell’interesse di parte) genera una via senza uscita nella quale il contadino si ritrova solo ed isolato a correre e rincorrere un sistema al centro del quale vi sono i profitti di multinazionali e corporazioni economiche. Un sistema imposto e calato dall’alto, purtroppo accettato spesso e volentieri in maniera acritica.

Ma è possibile perseguire indipendenza e autonomia anche diversificando le colture. Tramite la diversificazione delle colture vi sarebbe anche diversificazione delle entrate, e si andrebbe ad influenzare positivamente paesaggio agrario e biodiversità (maggiori relazioni, maggiore stabilità).

La presenza di poche colture (o di una sola coltura) spesso rappresenta una scelta di comodo che, per sua natura, è in antitesi ai principi basilari di una vera e sana agricoltura come relazione fondamentale tra l’uomo e l’ambiente naturale.
L’agricoltura industriale per poter affermarsi e “funzionare” necessita di agrofarmaci e diserbanti, di fertilizzanti chimici (di sintesi), di una meccanizzazione che risulta essere inadeguata ed eccessiva, di piante selezionate in base alla produttività (quantità).
Ma soprattutto l’agricoltura industriale ha ridotto rotazioni e avvicendamenti al minimo sindacale, arrivando anche a generare monocoltura nel nome della specializzazione e della massima produttività. Le successioni utilizzate sono funzionali al mantenimento di un apparato agroindustriale che rischia di provocare impatti negativi sul piano ambientale e sociale.
Contrario anche agli interessi reali dell’agricoltore. Le pratiche di campo finiscono con l’assecondare le logiche dell’industria agroalimentare riducendo al minimo il numero di colture che caratterizzano rotazioni e avvicendamenti, che vedono un numero molto limitato di specie tra cui soia, mais e sorgo distribuite su vaste superfici. Tra le conseguenze di questa impostazione vi sono gli aspetti paesaggistici (che risultano estremamente penalizzati) ma soprattutto figurano gli effetti negativi sulla qualità dell’ambiente, come evidenziato da uno studio dell’ISPRA che certifica la presenza diffusissima nel bacino del Po dell’atrazina, una sostanza ormai vietata. Questa è stata sostituita dalla terbutilazina che presenta caratteristiche chimiche molto simili (per gli scienziati risulta essere analogamente pericolosa).

Anche Legambiente ha lanciato un allarme per la presenza di svariati pesticidi (mix) nei corsi d’acqua dell’Emilia Romagna. Si tratta di dati della Regione relativi al 2015-2016. È chiaro che l’unica via d’uscita può essere un’agricoltura naturale, biologica e biodinamica.
Da un lato non verrebbero più immesse nell’ambiente molecole nocive come diserbanti e pesticidi, mentre dall’altro si andrebbero a ripristinare e stimolare quei meccanismi naturali che consentono la degradazione dei contaminanti organici. Oltre a fattori di tipo chimico-fisico vi sono batteri e microrganismi presenti nei primi 10-20 cm di suolo che sono in grado di “mangiare” diverse tipologie di contaminanti. Nel caso di alcuni inquinanti anche la vegetazione potrebbe svolgere un’azione di degradazione e bonifica (fitorimediazione, fitodegradazione) trasformando questi composti (vi sono diverse tipologie e forme di fitorimediazione in base al tipo di sostanze inquinanti).

Ma nei terreni più fertili, biologicamente attivi e vitali lo strato attivo può andare oltre i primi 10-20 cm determinando una maggiore efficienza in questo processo di degradazione.

Dunque l’attività agricola potrebbe e dovrebbe svolgere anche più funzioni e quindi una serie diversificata di servizi di natura ambientale e sociale. Oltre che, ovviamente, alla produzione di beni alimentari. E soprattutto se si considera che nell’organismo agricolo biodinamico anche la vegetazione “non produttiva” come siepi, inerbimenti, fasce boscate etc. viene tenuta in grande considerazione. In questo caso si parlerebbe di agricoltura dal volto umano (sempre per la bonifica di terreni contaminati si potrebbe anche ricorrere ad un uso mirato di zeolite).

Dunque anche per questo motivo l’impostazione aziendale dovrebbe tendere alla pluralità di forme e alla diversità evitando le monocolture e inserendo infrastrutture ecologiche. E dovrebbe tendere per quanto possibile alla massima valorizzazione delle risorse interne; in questo senso la massima autonomia è proprio frutto della complessità e della pluralità di forme (minerali, vegetali, animali). La valorizzazione e l’impiego delle risorse interne, come ad esempio le erbe spontanee oppure gli alberi e gli arbusti, permette una maggiore autonomia e consente di esaltare le dinamiche vitali poiché un’erba che è cresciuta su un determinato terreno in un determinato ambiente acquisirà caratteristiche e peculiarità utili per quel contesto. Anche l’animale può svolgere in questo senso una funzione importante.

Ciò non vuole significare isolamento e chiusura, bensì tutto ciò rappresenta una ottimizzazione delle naturali dinamiche. E non significa che non debbano avvenire scambio e circolazione dei beni.


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