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L’allevamento biologico

Dagli animali giunge un notevole contributo all’aumento e al mantenimento della fertilità del terreno. Ecco i principali criteri da prendere in considerazione nel caso in cui volessimo arricchire la nostra azienda con questa importante attività.
È comune, quando si parla di biologico, pensare alle coltivazioni vegetali, alle distese di cereali o alle piante da orto e da frutta e agli insetti che, cibandosi di altri insetti, difendono le nostre piante dai loro parassiti. Se poi guardiamo i dati rispetto agli acquisti di prodotti biologici in Italia, scopriamo che uno degli «articoli» più comperati dai consumatori sono le uova. Ma non è questo il motivo primario che ci spinge ad affrontare questo argomento.

L’allevamento di animali, infatti, rappresenta uno dei passaggi fondamentali attraverso cui si è profondamente modificata la vita dell’uomo preistorico, raccoglitore e cacciatore, nell’uomo che stabilmente coltiva un terreno ed alleva degli animali.
Chiariamo fin da subito che questa trattazione non intende addentrarsi nell’analisi di scelte personali come il vegetarianesimo o il veganesimo, per i quali questa rivista offre notevoli ed interessanti spunti di riflessione, ma vuole semplicemente fornire elementi utili a chi voglia intraprendere questa attività per la propria famiglia, nella propria azienda o per la vendita dei prodotti ottenuti.

Fino a meno di sessant’anni fa, infatti, l’allevamento di animali era una cosa consueta in quasi ogni famiglia che se lo poteva permettere (e a volte con grossi sacrifici anche da chi non avrebbe potuto permetterselo), rivolta soprattutto all’utilizzo per il lavoro nei campi come forza motrice e, in secondo piano, per la produzione di «sottoprodotti» come il latte, la lana, le uova, l’utilizzo di risorse che altrimenti sarebbero andate inutilizzate (sfalci d’erba delle capezzagne, pezzi di piante non più utili all’accrescimento dei frutti, scarti di cucina o dell’orto). Da allora, e quindi da pochissimo se consideriamo la storia dell’uomo, questo approccio si è completamente stravolto e alimentarsi con la carne dei propri animali non è più stato un «consumare ciò che risulta dell’animale a fine carriera», che ha lavorato o prodotto le uova, ma la stragrande maggioranza degli animali viene ora allevata esclusivamente per la produzione e il consumo di carne.

Per quale motivo dunque, a prescindere dagli orientamenti, si ritiene opportuno parlare di allevamento biologico?
Innanzitutto perché gli animali trasformano tutto ciò che in una normale azienda senza allevamento andrebbe altrimenti scartato o, nelle migliori ipotesi, compostato. E questa trasformazione comporta la produzione di una migliore sostanza che si possa utilizzare per esaltare la fertilità del terreno: attraverso il loro letame abbiamo una delle migliori fonti per lo sviluppo della flora batterica e fungina del terreno e di conseguenza per il mantenimento e l’aumento della fertilità dello stesso.
Ovviamente con gli scarti di avanzi si alimentano solo pochi capi e da questi certi non si potrebbe pensare di ottenere enormi ritorni di risorse. Se invece intendiamo investire una parte importante del tempo, allora, pur richiedendo un maggiore investimento in termini di utilizzo di spazi per la produzione di alimenti a loro destinati, gli animali forniscono con continuità tipologie di prodotti diversi a seconda della specie a cui appartengono.

Sempre più spesso si incontrano aziende che non dispongono di un’enorme quantità di capi allevati ma, nel ciclo produttivo dei vegetali, inseriscono pascoli estemporanei destinati a diverse specie di animali al fine di razionalizzare l’uso degli spazi, contribuire al contrasto delle erbe infestanti, soddisfare un maggior numero di richieste da parte dei loro clienti. Questa collaborazione agricoltore-animale nella gestione del terreno, però, è condizionata rispetto alle attenzioni che il conduttore deve porre al fine di evitare di incappare in criticità che sono all’ordine del giorno negli appezzamenti sui quali hanno transitato per periodi medio-lunghi gli animali allevati.

Quali sono dunque i vantaggi dell’allevamento e le cose a cui occorre porre attenzione al fine di evitare probabili problemi?
L’allevamento di bovini è sicuramente il primo a cui far riferimento. L’impegno richiesto all’allevatore è decisamente importante, ma altrettanto importanti sono i frutti che ne derivano quali il latte ed i suoi derivati, la carne ottenuta dalla macellazione, il letame prodotto. Tale allevamento è consigliabile soprattutto quando si disponga di ampie superfici da destinare a pascolo, risulterebbe altrimenti difficoltoso riuscire a gestire gli animali in un ambiente non adeguato alle loro esigenze.
L’allevamento di capra e pecora risulta per certi aspetti meno impegnativo rispetto all’allevamento bovino ma sicuramente ha bisogno, come il precedente, di attenzioni importanti e continuative. La lana, purtroppo, è ritenuta ancora un rifiuto speciale ma, se si è più fortunati e si dispone di buoni contatti, risulta sempre più in aumento la richiesta di lana locale grezza.

L’allevamento di pollame e animali in genere, di bassa corte, risulta tra le diverse forme di allevamento, quella più facile da gestire anche se abbisogna di una presenza quotidiana da parte dell’allevatore o di un suo sostituto. È sicuramente, tra le diverse forme, quella più versatile e quella che permette di massimizzare il riutilizzo di prodotti di scarto oltre che di controllare in maniera discreta le erbe infestanti. Ultimamente viene utilizzata spesso nei periodi di riposo delle serre oppure all’aperto negli appezzamenti a riposo o nei frutteti, con reti mobili che permettono di spostarne la localizzazione nei diversi punti dell’azienda. In questo senso alcune interessanti esperienze si possono incontrare nell’Appennino emiliano. È inoltre disponibile una sempre maggiore documentazione rispetto alle pratiche di allevamento di animali a bassa corte ed è ormai dimostrato che le razze locali italiane hanno rese superiori agli ibridi importati gestiti con metodo biologico.

L’allevamento di suino è, tra le diverse forme, quello più controverso poiché i pur discreti benefici economici di tale scelta trovano più difficilmente riscontro in un effettivo beneficio per i terreni aziendali, a meno che non si configuri la scelta di razze estremamente rustiche da far pascolare in zone ricche di arbusti o sottobosco altrimenti difficilmente sfruttabili.
L’allevamento di api, che noi consideriamo in questo contesto per semplicità anche se a loro riserveremo una puntata singola, sicuramente non apporta benefici diretti al terreno ma, senz’ombra di dubbio, innesca una serie di meccanismi positivi che partono con la produzione di miele (e tutti i prodotti dell’alveare) e comprendono una non secondaria attività di disturbo verso i parassiti animali delle piante coltivate.

L’allevamento di animali, purtroppo, richiede anche un discreto impegno burocratico e la predisposizione di locali aziendali conformi alle vigenti normative sanitarie al fine di poterli trasformare. Anche questa è una cosa da tenere nella giusta considerazione, ma paiono senza dubbio più interessanti gli aspetti positivi che questo scomodo lato negativo. 

Biolcalenda ottobre 2013


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