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Letame o compost: cosa scegliere?

Non ha senso “concimare” il terreno ma si deve “cercare di mantenere e migliorare la fertilità” Letame o compost: cosa scegliere? Una tra le domande più frequenti che si pone chi inizia l’avventura di un orto sostenibile o chi decide di far diventar tale il proprio orto

Approfittiamo della fase invernale per affrontare una delle tematiche che molto spesso è oggetto di domande e di interessanti interrogativi da parte sia di produttori agricoli sia di piccoli orticoltori che si dedicano alla cura di pochi metri quadrati per l’alimentazione della propria famiglia. Come abbiamo già detto, il periodo invernale non è un periodo di riposo fine a se stesso ma è un periodo nel quale chi si dedica alla cura dei terreni deve trovare risposta alle domande che sorgono durante i periodi di lavoro intenso e che non hanno trovato risposta proprio a causa della mancanza di tempo, per trovare informazioni o confrontarsi con altri orticoltori.

Alla base di un orto gestito in maniera “biologica” (con tutte le diverse accezioni del termine e in tutte le diverse filosofie comprese da questo metodo) deve esserci un terreno fertile (l’abbiamo già detto molte volte ma lo ricordiamo perchè è il caposaldo di tutto il metodo che applichiamo). La parola “fertile” non corrisponde, così come semplicemente nel mondo del convenzionale si vuol fare intendere, a “concimato”. Concimato è un termine che si riferisce ad un terreno al quale sono stati aggiunti degli elementi nutritivi senza tener conto (o tenendo conto solo marginalmente) di tutto ciò che avviene e che si relaziona con quanto è stato aggiunto. Aspetti come la vitalità, le forme che compongono la vitalità, la struttura, la diversità della struttura nei diversi strati (diverse profondità) del terreno, della tipologia di colture che hanno preceduto e che succederanno il momento della concimazione, la tipologia di lavorazioni, i flussi di migrazione dei liquidi e dei gas, e via via altri fattori, difficilmente trovano posto nelle “ricette” che i venditori di concimi e molti tecnici poco attenti confezionano consigliando i prodotti concimanti agli orticoltori.

Fertilità, invece, è un insieme di caratteristiche fisiche, chimiche e soprattutto biologiche che possono essere conosciute solo col tempo e solo osservando attentamente il terreno e ciò che accade a quello che noi coltiviamo sopra. È proprio per questo che non ha senso “concimare” il terreno ma si deve “cercare di mantenere e migliorare la fertilità”. Come si può pretendere, pertanto, di agire su un insieme di caratteristiche con un prodotto come un semplice concime?
È per questo che parliamo di letamazione e utilizzo di compost, mentre di sovescio abbiamo già parlato tempo fa.

La letamazione è una pratica conosciuta fin dall’antichità e alla base dell’agricoltura mondiale (dove erano diffusi gli allevamenti bovini) fino agli anni 50. All’epoca, inoltre, si parlava poco anche di compostaggio poiché la gestione del letamaio era sostanzialmente poco diversa dalla gestione di un cumulo di compost. Il letame veniva accumulato lentamente, insieme a quegli scarti di cucina o potature che non costituivano già una parte della razione alimentare del bestiame aziendale. Ci trovavamo di fronte, infatti, ad un letame prodotto da animali alimentati con una razione estremamente diversificata e quindi già ricco di un enorme diversità di fibre ed elementi nutritivi. Il cumulo di letame rimaneva fermo per molti mesi e veniva curato in modo tale che il liquido che ne fuoriusciva venisse rimesso a mantenere un ideale livello di umidità e presenza di nutrienti. In questo modo si produceva un’ottima base di sviluppo per la fertilità del terreno, che ne migliorava la struttura e aumentava la capacità della flora batterica, fungina e della microfauna di lavorare rendendo prontamente disponibili gli elementi nutritivi indispensabili per la crescita e il benessere delle piante coltivate.

Gli allevamenti intensivi hanno causato una grossa perdita di varietà della razione alimentare con un primo decadimento qualitativo del letame prodotto. L’uso intensivo di farmaci per la cura del bestiame più “stressato” e quindi maggiormente soggetto a malattie, ricade sul letame che diventa di per sé “antibiotico” cioè “anti-vita” e quindi, purtroppo, in grado di sopprimere o deprimere fortemente la vitalità biologica di ciò con cui viene a contatto. La necessità di smaltire rapidamente la massa di letame prodotto per il rispetto di normative molto spesso senza senso dal punto di vista agronomico, come ultimo fattore analizzato, comporta la produzione di masse troppo fresche e con fenomeni di putrefazione (che oltre ad essere dannosi per la flora batterica del terreno producono anche un pessimo odoraccio).

La maturazione del letame comporta diversi aspetti positivi tra cui: la quasi completa inattivazione dei semi di erbe infestanti che hanno superato l’apparato digerente del bestiame, l’abbattimento della presenza di malattie fungine che possono causare problemi alle piante, la scomparsa dei cattivi odori e, soprattutto, l’arricchimento in sostanze organiche complesse da parte della flora microbica e fungina presente. La maturazione del letame consiste, infatti, in una lenta trasformazione dei composti organici presenti in catene via via più articolate e “complesse” che nel terreno garantiscono fertilità poiché costituiscono un substrato di crescita ottimale per tutte le forme vitali presenti.
È proprio per questo che, almeno di non conoscere bene l’allevamento da cui proviene un letame, è preferibile evitarne l’utilizzo. Se invece avete nelle vicinanze una stalla che vi sembra sia gestita bene, ma vedete che dal momento della produzione al momento della distribuzione passa troppo poco tempo perché il letame sia maturo potreste allora recuperarne e farlo maturare nel vostro orto-azienda.

Ed è per questo che parliamo di compost. Innanzitutto occorre chiarire che ci sono diverse tipologie di compost:

  • il cumulo/compost biodinamico prodotto secondo un metodo che prevede l’introduzione di preparati utili ad attivare processi di arricchimento del cumulo;
  • il compost che si trova nei negozi, derivante generalmente da compost di controllati di verde pubblico e di altra natura;
  • il compost che si realizza in azienda o a casa.

Per quanto riguarda il compost biodinamico è opportuno fare riferimento a dei testi pubblicati anche da La Biolca, agli incontri di formazione, ai corsi e al confronto con altre persone che attuano questo metodo e che vi invito a scoprire.
Per quanto riguarda il compost che si acquista ci sono molte cose da dire. Quando è assolutamente certa la fonte e il metodo di produzione allora non vi sono problemi; purtroppo, però, spesso i compost commerciali sono prodotti anche “diluendo” i fanghi residui del trattamento di altri sottoprodotti e, conseguentemente, risulta ben difficile capire esattamente cosa ci sia dentro. Pur nel rispetto dei limiti di legge, infatti, è prevista la presenza di diversi metalli pesanti che, nel nostro orto, magari non vorremmo avere. La scelta non è poi così semplice, per questo nel prossimo numero parleremo del metodo di produzione di compost aziendale o familiare.

Biolcalenda di dicembre 2014


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