Glifosato, l'inganno continua

Glifosato: l’inganno continua

La Commissione Europea, ignorando il principio di precauzione, ha rinnovato la licenza dell’erbicida glifosato per altri cinque anni. Dall’entrata sul mercato, ne sono stati sparsi nel mondo circa 10 milioni di tonnellate.

Come ha spiegato Stefano Montanari nel numero di Gennaio di Biolcalenda, la Commissione Europea, ignorando il principio di precauzione, ha rinnovato la licenza dell’erbicida glifosato per altri cinque anni. Così, nonostante i rischi per l’ambiente e per la salute, questo pesticida continuerà ad essere impiegato in agricoltura, nei giardini pubblici e privati, lungo le strade, ecc.

Ma quali sono questi rischi? Nel 2015 in Germania hanno analizzato le urine di duemila cittadini, trovando in oltre la metà valori superiori al limite per le acque potabili, con punte fino a 40 volte tale limite e non è andata tanto meglio per i 48 eurodeputati che si sono volontariamente sottoposti al test: tutti i parlamentari, di 13 diversi paesi europei, avevano tracce di glifosato. La rivista il Salvagente nel giugno del 2017 ha verificato che, facendo il test a 14 donne italiane incinte che volontariamente avevano accettato le analisi, erano presenti tracce di glifosato nelle urine di tutte. La spiegazione della presenza nelle urine dei cittadini di tutta Europa del più diffuso erbicida al mondo, sta nel suo enorme impiego, sia nella nostra agricoltura che in quella dei paesi dove si produce cibo che poi viene esportato da noi.

Il glifosato, messo sul mercato nel 1974 dalla Monsanto, dal 2001 non è più coperto da brevetto e da allora lo producono molte aziende agrochimiche: da quando è entrato sul mercato, ne sono stati sparsi nel mondo qualcosa come 10 milioni di tonnellate. Per ogni ettaro di terra coltivata nel 2014, a livello mondiale, gli agricoltori hanno applicato una media di 0,53 kg di glifosato, mentre negli USA la media ha raggiunto circa 1 kg/ha.

Secondo un articolo pubblicato nell’ottobre scorso su Science of The Total Environment, il 45% dei terreni agricoli europei contiene glifosato e acido aminometilfosfonico (AMPA), un metabolita che è il principale prodotto stabile della degradazione del glifosato. La presenza e le concentrazioni di AMPA sono risultate superiori a quella del glifosato, con alcuni campioni con 2 mg per chilogrammo di terreno (per l’acqua potabile il limite è 0,5 ?g per litro). Anche in Italia l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale ha trovato Glifosato e AMPA nelle acque superficiali e sotterranee, spesso sopra i valori limite e sopra i valori limite è risultata, secondo il Salvagente, anche l’acqua potabile di alcuni comuni, come Brusnengo e Campogalliano.

Se il pesticida e il suo metabolita rimangono a lungo nel suolo e nelle acque, contrariamente a quanto aveva dichiarato la Monsanto per ottenere l’autorizzazione al commercio, è ragionevole pensare che lo si ritrovi anche nei prodotti coltivati in quei terreni e irrigati con quelle acque.
Ma poichè l’erbicida potrebbe danneggiare anche le piante che in quel terreno si coltivano, il trattamento di solito viene fatto prima della coltivazione o durante solo in casi di emergenza per le normali colture, ma ciò non vale per gli OGM. Le piante transgeniche, in oltre l’80% dei casi, sono state rese tolleranti dalla Monsanto a questo erbicida, che può essere irrorato anche durante la crescita e può entrare nella pianta senza danneggiarla. Per questa ragione, mentre le piante coltivate con metodi biologici o tradizionali, di solito non lo contengono, soia e mais OGM hanno significative quantità di glifosato ed AMPA (Food Chemistry, 2014).
Ma allora come mai in Europa, dove di fatto le piante OGM non sono coltivate né vendute come cibo, troviamo il pesticida nelle urine dei suoi abitanti? La risposta sta, oltre che nella presenza nelle acque e in prodotti su cui l’erbicida è stato usato in modo scorretto, soprattutto nel fatto che gli OGM sono importati come mangimi per gli animali e quindi glifosato e AMPA possono trovarsi nei prodotti derivati.

I dati più sorprendenti riguardano però il grano ed altri cereali, che non sono OGM: nel 2016 le analisi della rivista Salvagente lo rilevano in varie confezioni di pasta italiane.
Va a questo punto ricordato che l’Italia importa una gran quantità di grano canadese (ad esempio il Manitoba) e che, recenti analisi fatte in Canada, indicano che il 36,6% di campioni di grano hanno la presenza di glifosato. Sempre in Canada è stata accertata la presenza di glifosato anche nei cereali per la prima infanzia. Come mai? La spiegazione sta nel cosiddetto “preharvest“, cioè nell’utilizzo dell’erbicida in fase di pre-raccolta, per facilitare l’apertura delle spighe di grano e velocizzarne l’essiccazione. E’ una pratica vietata in Europa, ma ammessa in Canada, dove il grano si coltiva in primavera e si raccoglie a settembre, con la raccolta fatta proprio prima dell’arrivo del freddo che non darebbe il tempo alle spighe di grano di arrivare a maturazione. Per questo le spighe con i grani già formati vengono irrorate con il glifosato, che ne accelera il processo di essiccazione. Così il pesticida arriva al seme quando è già formato, favorendo un maggiore accumulo della sostanza nel raccolto.

Cosa può provocare un accumulo di glifosato nel corpo?

Da molti anni ricerche indipendenti collegano il glifosato a malattie degenerative, causate da alterazioni del sistema endocrino e al cancro. Già nel 1999 Hardell e Eriksson pubblicarono su Cancer un’indagine che riportava un incremento di linfomi non-Hodgkin negli esposti al glifosato, noto per produrre mutazioni geniche e alterazioni cromosomiche. Da allora molti studi hanno confermato questi dati, ma tali ricerche sono state sempre contestate dalla Monsanto. Nelle aree dove si coltivano OGM, come l’Argentina, si sono verificati aumenti significativi di malattie, mortalità e cancro, ed uno studio del 2017 conclude: “si è rilevato un alto inquinamento da glifosato in associazione con l’aumento delle frequenze del cancro“.

Di fronte a questi dati e alla reazione della multinazionale (che nel frattempo sta per essere acquisita dalla tedesca Bayer), l’Unione Europea già nel 2012 ha fatto fare una revisione sul glifosato alla Germania, che ha incaricato della ricerca l’Istituto Federale per la valutazione dei rischi (Bundesinstitut für Risikobewertung – BfR). La relazione presentata nel 2014, si concludeva con l’indicazione di confermare la vendita dell’erbicida.

Nel marzo 2015 la International Agency for Research on Cancer (lARC – struttura dell’Oms che valuta la cancerogenicità delle sostanze) ha classificato il glifosato come probabile cancerogeno per l’uomo.

In Italia, nel 2016, il Ministero della Salute, recependo un regolamento comunitario e il principio di precauzione, ha emanato un Decreto che revoca le autorizzazioni all’uso di prodotti contenenti glifosato nelle aree frequentate dalla popolazione o da gruppi vulnerabili, per l’impiego in pre-raccolta, in aree vulnerabili e zone di rispetto.

Ma l’Agenzia europea per la sicurezza alimentare (EFSA), utilizzando i dati del BfR e della Monsanto, ha confermato l’indicazione di continuare ad autorizzare la vendita del glifosato e su questa base nel dicembre scorso la Commissione ha deciso l’autorizzazione per altri 5 anni.
Come ha messo in luce anche un articolo della Stampa, il 15 settembre 2017: “Le sezioni del rapporto dell’EFSA che riesaminano gli studi pubblicati sul potenziale impatto del glifosato sulla salute umana sono stati copiati, quasi parola per parola, dal dossier presentato da Monsanto. Sono 100 pagine sulle circa 4.300 del rapporto finale, ma si tratta delle sezioni più controverse e al centro dell’aspro dibattito degli ultimi mesi, quelle sulla potenziale genotossicità, la cancerogenicità e la tossicità riproduttiva del glifosato”.

Di fronte a queste evidenti interferenze delle multinazionali e ai conflitti di interesse di Agenzie come l’EFSA, dove i cosiddetti “tecnici” sono spesso ex ricercatori o dirigenti delle aziende che dovrebbero controllare, dobbiamo ribadire la necessità di far rispettare la volontà dei cittadini europei che hanno raccolto oltre un milione di firme attraverso una iniziativa volta a mettere al bando il glifosato (stop-glyphosate) e del Parlamento europeo che ha approvato nell’ottobre scorso una mozione per dire no alla conferma della vendita di tale erbicida.


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