Per un’erba in più

Ogni oggetto, ogni persona, ogni pianta, ha la sua storia perché tutto ciò che esiste, esiste nel tempo e ha la sua storia. E’ così anche per le piante alimentari che sono entrate nell’esistenza delle cose nel tempo, come descrizione, analisi, discussione di un fenomeno biologico che si è evoluto ed è mutato poiché ci sono state delle cause cui hanno seguito degli effetti.

Sono effetti su cui ha riflettuto, in questi anni, la sezione di geobotanica, afferente al Dipartimento di Biologia dell’Università di Padova, ricercando alcune piante, non solo alimentari, un tempo abbondantemente presenti nei Colli Euganei.
Queste piante talora sopravvivono con pochissimi esemplari sul limitare di qualche coltivo, in minute estensioni periodicamente invase dalle acque, in alcuni prati, su angoli appartati di boschi, di territori e di situazioni apparentemente senza interesse, che sembra possano avere poco da dire al passante distratto. Si tratta di luoghi consueti e già visti che improvvisamente assumevano un altro aspetto, rivelavano presenze impreviste e soprattutto parlavano di una vita che li stava attraversando nel tempo, raccontavano di anonime storie di piante e di minime storie di gente che non è più viva.

Valga per tutti un solo esempio. Il lino selvatico (Linum usitatissimum L.) è una specie che è stata segnalata, sui colli Euganei, per la prima volta e come pianta coltivata, da Girolamo Romano (1823), senza precisarne la località di provenienza, nel volume Le piante fanerogame Euganee, e nel manoscritto Flora euganea. Successivamente ne ha documentata la presenza, nella tesi di dottorato, “Osservazioni sulla Flora marnicola delle colline di Teolo negli Euganei“, Hypathia Panebianco (1908) e Beguinot (1909-1914) che assicura di averla osservata nelle “pendici erbose del monte Castello sopra Este“, definendola rara nel padovano ove era stata utilizzata nell’agricoltura per la produzione della fibra tessile e di una sostanza oleosa. Con l’avvento di tempi sempre più affrettati il lino è stato lentamente dimenticato e la sua coltura sempre meno diffusa. Con il rarefarsi della sua coltivazione, anche la presenza nel territorio andò scemando e da una trentina di anni era data per scomparsa. Improvvisamente nella primavera del 2004 è stata osservata in un incolto erboso alla base del colle di S.Daniele.

A questa ricerca sul territorio si è affiancata una ricognizione storica che ha portato ad incontrare fogli di erbario e un insieme di contributi che hanno dato concretezza a una coltura euganea che partiva dal secolo XIII; proveniva dai contratti agrari che ne riferivano un ruolo tutt’altro che marginale nella successione delle colture e, più generalmente, nel contesto dell’economia agricola fino alla prima metà del secolo scorso, talora in campo aperto, ove il contadino doveva avvicendarlo alla coltura del grano (ad linum et granum), talora in modeste superfici connotate da un’antica, intensa, compatta destinazione orticola che produceva principalmente ortaggi e legumi. Qualche esempio. Dai documenti agrari del monastero di S. Maria di Praglia del XVI secolo si viene a conoscere che tale coltura era particolarmente adatta al clima e che trovò rapido incremento anche per la presenza, nelle proprietà monastiche, di canali, di fossati e di scoli d’acqua di cui necessitava per la macerazione della fibra. Di questa florida coltura, che veniva seminata in primavera e raccolta in estate, i monaci richiedevano la consegna di un terzo, in altri affitti, invece, è indicata una quantità fissa di prodotto commisurata in libbre. Nei contratti livellari si ricavano ampie notizie relative alla consegna in “faie”, “gramolato ” o “spatolato”, cioè in vari stadi della lavorazione e a rapporti di lavoro (vangare tempore lini) oppure di commercio (lini emendi et vendendi), di abitudini (panni lanei et lini), di parole dialettali sgramolare (Montericco, 1951) in allusione ad una strumento (gramola) usato per separare la parte legnosa dalle fibre tessili. Infine ampi usi giacevano nelle tradizioni tramandate di voce in voce dai contadini, dalle loro donne, dai vari “botanici” che lo proponevano come soluzione alimentare e terapeutica alternativa per molte necessità. Si tratta di piccoli episodi che hanno consentito di illuminare piccole, episodiche storie, inanellate sul filo conduttore della memoria, che si sono raccordate, sovrapposte, fuse, ripetute e che si tramandano all’infinito e ogni volta con qualcosa di più, con qualcosa di meno, con qualcosa di nuovo.


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