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WELLS: gli archi dello stupore

Si percepisce un’antica bellezza che fa trattenere il respiro, una capacità artigianale che va al di là dell’umano. Si è in una dimensione irreale, quasi sospesi in un’aria impalpabile.

Inghilterra, contea di Somerset: terra di brughiere, a un passo dalla Cornovaglia, la celtica Kernow.

Terra di pianure umide, bagnata dal canale di Bristol, dove a Porlock ci sono ancora case coi tetti di paglia.

Lì, la luce bianca sembra chiudere al mondo. Lì sembrerebbe finire tutto.

Glastonbury, secondo antichi scritti, la leggendaria Avalon, patria di Excalibur, dove sorgeva il castello del Graal.

Qui, tra le rovine dell’abbazia, si troverebbe il corpo di Re Artù, nato nella vicina Cornovaglia, nel castello di Tintagel.

Terra di cavalieri, di spade nella roccia, di tornei, armature e cavalli bardati. Castelli e abbazie.

Terra che odora di romanità. Qui, nel 700, c’era già una chiesa dedicata all’apostolo Andrea.

Wells: oggi, nella piccola piazza, è giorno di mercato. Animato, festoso, semplice. Quasi medievale. Poco più in là, la Cattedrale, costruita tra il 1180 e il 1490.

Imponente. Massiccia. Che sovrasta il piccolo villaggio.

Di impronta castellare.

La facciata, dicono le cronache, contiene più di trecento statue.

Ma nessuno lo sa, né alcuno le conterà.

Massività ottonata, pietrame intriso di luce infuocata che quasi trepida nell’invocare la liberazione.

C’è tensione instabile.

C’è grandezza, nobiltà in questo edificio del gotico primitivo inglese.

Mura solide costruite con il locale calcare oolitico, roccia che rammenta un agglomerato di piccoli pesci, insetti, pietrificati saldati fra loro da cemento calcareo, di colore biancastro, giallognolo, grigio chiaro.

Dentro, la Meraviglia: gli archi a “forbice”.

Nel 1340 la navata rischia di crollare sotto il peso di un’immane torre eretta sopra l’incrocio con il transetto: viene ideata una struttura di rinforzo ad archi contrapposti, che risolve in chiave creativa e ornamentale i problemi statici.

Non sono semplici archi: quella doppia ogiva disegna nello spazio una forma di grande forza energetica. Ce ne sono tre che costruiscono uno spazio nello spazio, una forma nella forma.

Tutto sembra roteare nel segno dell’otto disteso, cioè il simbolo matematico dell’infinito.

Come infinito è lo stupore sotto questi archi.

Si avverte una forza particolare, quasi ci si trovasse improvvisamente in un mondo diverso, in uno spazio senza tempo o meglio al di là del tempo.

Si percepisce un’ antica bellezza che fa trattenere il respiro, una capacità artigianale che va al di là dell’ umano. Si è in una dimensione irreale, quasi sospesi in un’aria impalpabile.

Si è nel mistero, di un qualcosa che non si può comprendere.

Archi a “otto” che esprimono il moto della corsa (come non pensare al paradosso di Achille e la tartaruga) che descrive una traiettoria con l’uomo come perno centrale dell’esplorazione delle dimensioni del Creato. Dimensioni che portano all’idea di infinito. 

Filosoficamente l’infinito è la qualità di ciò che non ha limiti o che non può avere una conclusione perché appunto infinito, senza-fine. Nel pensiero cristiano il concetto coniato nell’ambito del pensiero greco trova la sua coincidenza con Dio stesso quale essere infinito. Gli archi ogivali esprimono una grandezza infinita che sfugge.

Infinito e la lemniscata, di Cassini prima e di Bernoulli poi. Gestualità anche pratica che esprime forza, energia interiore che è allo stesso tempo cosmica, che imprime sulla superficie passione, amore, totalità, come quando il pennello scorre così nella creazione delle velature colorate. Oppure nei segni – disegni di un pavimento o nell’organizzare forme di luce. O ancora nella creazione dei percorsi connettivi in una casa o in un giardino.

L’infinito è come un’onda, costituita da due forze contrapposte che agiscono in senso contrario.

Onda come spinta che va verso il senso della nostra esistenza: sperimentare noi stessi come creatori.

Dualismo: pensare e fare, passato e futuro, e l’uomo sempre al centro. Al centro della vita.

Uno scalone grandioso e irregolare: si entra nella Sala Capitolare, a pianta ottagonale. Un massiccio piedritto centrale coronato di colonnine, da cui dipartono numerosi costoloni che incontrano altre nervature in chiavi di volta decorate. Volte a ventaglio.

Altra meraviglia.

Mendip Hills. Colline vicine, di eccezionale bellezza, con resti archeologici e villaggi primitivi.

Terre con presenza di abbondanti sorgenti.

E dietro Bath, città romana, patria del terribile pirata Barbanera, ma anche luogo di un interessante progetto architettonico come il Royal Crescent del 1754, palazzo condominiale di 30 unità abitative progettato da John Wood il Vecchio, a forma di mezzaluna, nel tentativo di dare un aspetto neoclassico e palladiano.

Oltre alle terme di Vespasiano.

Incamminarsi lungo la gola di Cheddar, stretto canyon dove particolari specie di pipistrelli danzano lungo le rocce, salire gli oltre duecento gradini della scala di Giacobbe per vedere finalmente un po’ di cielo e il mare in fondo.

Scoprire la Sweet Track, l’antica strada rialzata in legno presso la pianura costiera detta “Somerset Levels” di 6000 anni fa. Una delle più antiche strade del mondo.

Viaggio verso l’alto, come gli slanciati archi a sesto acuto della Cattedrale.

Della Cattedrale di Sant’Andrea a Wells.

Biolcalenda settembre 2014


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