L’editoriale di giugno 2013

Economia economica
Il termine economia deriva dal greco oĩkos, «casa» inteso anche come «beni di famiglia» e nómos, «norma, legge». Con economia si intende sia l’utilizzo di risorse scarse (limitate o finite) per soddisfare al meglio bisogni individuali o collettivi contenendo la spesa, sia un sistema di organizzazione delle attività poste in essere da un insieme di persone, organizzazioni e istituzioni (sistema economico).
 

In questo editoriale non abbiamo lo spazio per ripercorrere la storia delle varie economie che si sono succedute nel tempo, ma partiamo da Adam Smith, insegnante di filosofia morale, che nel 1776 pubblicò La ricchezza delle nazioni, testo ritenuto fondante la scienza economica. Adam Smith osservava l’economia di un’epoca in cui si andavano formando le principali nazioni occidentali (il 1776 è l’anno della Dichiarazione d’indipendenza americana) e intendeva dimostrare che massimizzando la ricchezza della nazione (non degli individui) si poteva riscattare dalla povertà e dalla miseria la maggior parte dei cittadini (allora in gran parte sudditi).

Oggi nell’epoca della globalizzazione delle multinazionali finanziarie, della ricchezza individuale, ogni criterio economico viene travolto, disintegrato. Potremmo dire che il mondo è dominato dall’antieconomia, la «finanza», non più legata ai bisogni, alla vita vissuta, ai rapporti umani come quando un tempo ogni gruppo produceva per il proprio uso e scambiava le merci in eccedenza in modo inscindibile dai rapporti umani.

Attualmente siamo dominati da un’economia della penuria di merci necessarie e dell’abbondanza di merci superflue, indotta artificialmente come in guerra: vengono avvelenati i pozzi per rendere l’acqua preziosa, però ti regalano i telefonini che ti rubano la vita. Abbiamo tanti orologi, ma non più il tempo.

Parlare di economia è sempre triste, è la «scienza triste» per eccellenza, adatta a temperamenti malinconici, forse è per questo motivo che si comincia a dire che dovrebbe essere insegnata a scuola ai bambini. Lo ha affermato Ben Shalom Bernanke, il presidente della Federal Reserve, argomentando che così si formeranno adulti maturi, meno manipolabili, coscienti che l’economia «siamo noi» e non un moloch creato da altri, al quale non resta che assoggettarsi.

È stato dimostrato che le famiglie aventi un minimo d’infarinatura finanziaria furono meno sprovvedute a fronte dei mutui sub prime. Purtroppo, oggi e sempre più in futuro, la gestione del risparmio è e sarà impresa molto più complicata che in passato, dove l’alternativa era tra il materasso e il deposito a risparmio in posta o in banca. Programmi di alfabetizzazione economica e finanziaria sono già in atto in diverse nazioni.

L’Ocse, l’organizzazione dei Paesi industrializzati, elenca le nazioni in cui sono in atto programmi di economia nella scuola dell’obbligo: Stati Uniti, Gran Bretagna, Olanda, Canada, Australia, Nuova Zelanda, Brasile. Ma quale economia si insegna? L’economia non è una scienza esatta, vi sono diverse scuole di pensiero spesso fortemente contrapposte. C’è il rischio di creare inutili dualismi. Se poi la si insegna come un ventaglio di teorie, senza contesto, senza far capire a chi le teorie sono funzionali, si entra in un tecnicismo asettico, buono solo a fare «piccoli banchieri» e «piccoli investitori».
Chi dirà loro che l’economia, prima di diventare scienza è vita vissuta, rapporti umani e che il comportamento economico è inscindibile dal contesto sociale? Altrimenti, quando ciò non avviene, diventa attività criminale (anche se non ancora legiferata) che produce povertà e miseria, toglie il necessario a molti per offrire a pochissimi l’illusione totale: il denaro senza limiti.

Biolcalenda giugno 2013


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