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Curare la terra, in mezzo alla guerra

Qualche riflessione sulla vita dei contadini del Nord Kivu, che devono destreggiarsi tra la guerra, i campi profughi e la ricerca di una normalità legata al mondo rurale. Il mese scorso abbiamo parlato di cosa significa abitare nella foresta equatoriale del Maniema, nell’est della Repubblica Democratica del Congo (RDC). Ora ci spostiamo appena un po’ più in là, nel Nord Kivu, regione di confine tra la RDC e i vicini Rwanda e Uganda.

Si tratta di una regione molto ricca di materie prime (in particolare oro, diamanti, cassiterite, coltan) e molto fertile, in grado di sfamare la popolazione locale e di avviare molte derrate verso le regioni e i Paesi vicini. Fino a vent’anni fa produceva anche caffè, tè, banane e cacao per l’esportazione verso i Paesi del nord del mondo. Poi è iniziata una serie di conflitti che, sostanzialmente, non sono mai finiti ed hanno sconvolto la vita delle popolazioni dell’area, che ancora oggi vivono a decine di migliaia nei campi profughi, che sono cresciuti, spostandosi con la linea del fronte, ai margini della città di Goma.

I conflitti sono iniziati nel 1994 con il genocidio del Rwanda, che ha visto oltre ottocentomila vittime ed enormi spostamenti di popolazioni tra i Paesi della regione dei Grandi Laghi, e sono continuati nel 1996 con la Prima guerra del Congo, che ha visto la destituzione di Mobutu da parte di Laurent-Désiré Kabila. Nel 1998, e fino al 2003, è stata la volta della Guerra mondiale africana, così chiamata per il numero di Paesi coinvolti (8, con 25 diversi gruppi armati) e delle vittime: sono morte oltre cinque milioni di persone, la maggior parte per fame e malattie, molti dopo la fine della guerra perché le conseguenze delle distruzioni e delle carestie si perpetuano per l’impossibilità di riprendere le attività produttive.

Nel 2002, come se non bastasse, l’eruzione del vulcano Nyiragongo ha invaso Goma distruggendo la città, l’aeroporto e uccidendo decine di persone.
Dal 2003 il Nord Kivu è territorio di conquista di diversi gruppi armati, che agiscono in autonomia o a supporto dei diversi potenti della regione dei Grandi Laghi, interessati alle risorse minerarie, che mantengono una situazione di «caos controllato» per continuare efficacemente le attività di contrabbando senza che le autorità possano controllare ciò che succede sul terreno.

La popolazione subisce e, a stento, sopravvive, mentre altri si arricchiscono vendendo i minerali, girandosi dall’altra parte per non vederne il contrabbando, e – soprattutto nei Paesi occidentali – comprandoli a poco prezzo per mantenere bassi i costi dei nostri computer e per aumentare i loro profitti sulle pietre preziose.
In questo contesto, non è facile portare un’idea di sviluppo legata alla terra, all’agricoltura come possibilità di vita dignitosa per sé e per la propria famiglia. È vero che l’agricoltura e l’allevamento sono l’esperienza passata della maggior parte della popolazione, ma dopo vent’anni in un campo profughi, senza alcuna certezza del domani, è un pensiero ormai difficile da fare: cosa può significare «tornare a casa»? E quanto potrà durare? Chi sarà il mio vicino? Chi comprerà i miei prodotti? Verrà qualcuno a rubarmeli o a distruggere i campi? Uccideranno le mie vacche?

E davanti alle stesse domande ci troviamo anche noi, con i nostri progetti: vale la pena investire in un villaggio già distrutto più volte, che domani potrà essere di nuovo saccheggiato e violato? La nostra risposta è sì. Non crediamo di poter cambiare il quadro generale della regione, la nostra presenza è soprattutto solidarietà con la popolazione e possibilità di testimonianza nel nostro territorio di provenienza, ma la riteniamo comunque importante per le persone con cui ci rapportiamo, qui (a Padova) e lì (a Goma).

Installare due mulini per farina nella comunità di Rutshuru e progettare l’ampliamento della centrale idroelettrica per poter produrre pane e biscotti, senza più disboscare i boschi attorno alla città, significa credere che un futuro diverso è possibile.
Impiantare vivai forestali a Kipfumu-Bunii e distribuire piantine di grevillea, cassia e caliandra agli allevatori dei dintorni perché risorga quella foresta, che le decine di migliaia di profughi di Goma non hanno potuto far altro che usare per riscaldarsi e per cucinare negli ultimi vent’anni fino a farla completamente sparire, significa credere che Elzéard Bouffier, l’uomo che piantava gli alberi, può veramente esistere e può davvero cambiare il destino della terra su cui vive.
Costruire un caseificio a Kitchanga, equipaggiarlo con pannelli fotovoltaici per alimentare i frighi, raccogliere il latte da tutti gli allevatori della zona e farlo lavorare dai giovani, che qualche anno fa erano bambini soldato in uno dei tanti gruppi armati che imperversavano nella regione, che nei Centri di Trattamento del Trauma gestiti da Caritas Goma hanno potuto elaborare le violenze fatte e subìte, recuperando la possibilità di vivere in un contesto civile e (ma non sempre) di riprendere i contatti con la famiglia ed il villaggio di origine, significa credere che è sempre possibile superare gli orrori.

Sono interventi che si realizzano molto lentamente, superando difficoltà di ogni tipo e interruzioni continue, come quando lo scorso novembre il gruppo armato (sostenuto da Uganda e Rwanda) M23 ha di nuovo attaccato la città di Goma, isolando Rutshuru e facendo fuggire verso Goma la popolazione di Kitchanga, e sembra sempre che i risultati siano troppo piccoli, che si poteva fare meglio e di più, ma poi ci si accorge che comunque lasciano un segno perché sono lì, pronti a tornare in funzione e a dare speranza alla gente appena la situazione migliora. Fosse anche solo per un giorno, ne vale la pena.

Biolcalenda luglio/agosto 2013

 

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