Stefano Montanari - editoriale La Biolca

La terra è grande, enorme… ma è proprio vero??

Immaginate una vaschetta piena d’acqua in cui nuotano dei pesciolini. Immaginate ora che qualcuno avveleni quell’acqua. Inutile dire che da lì i pesciolini non possono evadere e, inevitabilmente, subiranno tutti, indistintamente, le conseguenze del veleno. Tutti e indistintamente.

Trasferite ora lo scenario sul palcoscenico planetario. La Terra è grande. Enorme. Ma è proprio vero? Di fatto basta ben poco a sconvolgerne l’equilibrio: un equilibrio quanto mai delicato su cui si regge la vita come la conosciamo noi e come ci pare ovvio che sia. Qualche decina di milioni di anni fà un meteorite piccolissimo in rapporto al volume del Pianeta colpì la Terra e, dal botto, la vita uscì rivoluzionata. Il diametro di quell’oggettino celeste era meno di un millesimo di quello terrestre e il suo volume meno di un miliardesimo. Eppure bastò per estinguere un’infinità di forme di vita, a partire dai dinosauri.

Certo, l’equilibrio si ripristina relativamente in fretta, ma, nel bene e nel male, se mai bene e male possano esistere su questo piano, non è mai la stessa cosa di prima con tutto quanto ne consegue.

Nel corso dell’evoluzione del pianeta Terra l’atmosfera ha subito variazioni notevolissime, fino ad arrivare alla composizione approssimativa di azoto per l’80% e ossigeno per il resto, con la presenza di altri gas come, ad esempio, l’anidride carbonica, in proporzioni decisamente esigue. E sulla composizione di quel miscuglio si fonda la vita di tantissimi esseri, Homo sapiens compreso, la cui sopravvivenza, in altre condizioni, può diventare impossibile.

Per migliaia di secoli, mutando, ma nemmeno poi di tanto, il nostro aspetto, noi abbiamo vissuto come normalissimi primati. Insomma, come delle scimmie perché tali, ci piaccia o no, siamo. Poi, usando le facoltà di un cervello tecnicamente più capace di quello dei nostri simili zoologici, abbiamo imparato ad accendere il fuoco e ad usarlo. Da lì, mezzo milione di anni fà e con grandi differenze cronologiche tra luogo e luogo, abbiamo cominciato a distaccarci dalla Natura, inventando l’inquinamento e i rifiuti.

Poiché il cervello non solo non si ferma ma produce con un rendimento che assomiglia a quello di una reazione a catena automoltiplicante, nel volgere degli ultimi decenni siamo arrivati ad avvelenare la Terra come mai era avvenuto in passato e, temo, senza grandi possibilità di ritorno.

È notizia relativamente recente che gli Stati Uniti hanno deciso di ritirarsi dalla lotta all’inquinamento, una lotta, a dire il vero, combattuta decisamente più a chiacchiere che non a fatti. Il perché è semplice: sporcare non costa nulla. Non sporcare, invece, costa. Ripulire costa ancora di più. E, allora, sporchiamo tanto e mettiamoci in tasca sempre più quattrini, perché il metro dell’Homo sapiens è il denaro, invenzione tanto recente quanto di successo.

Il presidente brasiliano non ha voluto essere da meno rispetto al collega statunitense e ha aperto alle grandi aziende che cavano dalla Terra oro, rame, manganese e altri metalli, una zona più o meno incontaminata fatta di alberi, di animali sempre più rari e di qualche forse ancor più raro essere umano. La superficie in questione equivale a quella della Danimarca e la sua (lucrosa) devastazione va ad affiancare quella sistematica di altre zone della selva amazzonica in corso da anni.

Del resto, altrove, solo per ricavare olio di palma, nel Sud Est asiatico si sacrifica ogni giorno qualche decina di chilometri quadrati di foresta equatoriale. E, dopo pochi anni, le palme non producono più, le zone vengono abbandonate e la foresta non ci ricresce. Le foto da satellite scattate a pochi anni di distanza l’una dall’altra sono esplicative. Ma a noi che importa?

Beh, quegli alberi così fastidiosi per chi estrae minerali e spreme olio di palma (peraltro un pessimo alimento) sono i gratuiti produttori dell’ossigeno che respiriamo. E, allora, qualcuno mediti.

Aggiungiamo a questo l’enorme quantità di gas velenosi che scarichiamo ogni giorno nell’aria, con USA, Cina e India in gara tra loro a chi avvelena di più e noi europei all’inseguimento, e, magari, se non ci disturba troppo, cominciamo a chiederci che cocktail respireremo domani e, soprattutto, che cocktail serviremo ai nostri figli che, almeno fino a che non saranno adulti, sono senza peccato.


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