Stefano Montanari - editoriale La Biolca

L’uomo e’ cio’ che mangia

Ne sono certo: nessuno tra coloro che mi leggono ha mai sperimentato la fame, naturalmente me compreso. Quando diciamo “ho fame”, noi, noi che viviamo nella società del quasi miliardo di obesi, intendiamo soltanto che stiamo avvertendo lo stimolo dell’appetito tra un pasto e l’altro.

Se, però, davvero volessimo avere informazioni di prima mano riguardo alla fame, non avremmo altro che da interrogare uno su otto tra i passeggeri di questo bizzarro pianeta, perché tanti sono coloro che la fame la conoscono davvero e che potrebbero tenere lezioni ineccepibili sull’argomento. Una situazione curiosa, perché proprio in questo pianeta un terzo delle risorse alimentari finisce nella spazzatura e, tanto per restare a casa nostra, ogni italiano contribuisce con un quintale e mezzo di cibo ogni anno finito nel cassonetto del cosiddetto “biologico” o, per i burocrati a corto di nozioni di chimica, “organico”.
Un tale Ludwig Feuerbach, filosofo tedesco vissuto in pieno Ottocento che continua a tormentare la vita di tanti liceali, sosteneva “der Mensch is, was er isst”, vale a dire che l’uomo è il risultato di ciò che mangia. Anche se il personaggio non intendeva proprio ciò che la frase pare significare, l’assunto come è normalmente inteso ha risvolti di verità.
Evitando di addentrarci nella tragedia della fame vera e restando al mondo degli obesi o potenziali tali, la quantità del cibo disponibile è enormemente aumentata rispetto a pochi decenni fà, e così la varietà. D’altro canto, però, la qualità si è abbassata in maniera tanto rapida quanto subdola. Tanto per fare un esempio, la frutta del 2017 ha un contenuto di vitamine decisamente più basso di quanto lo stesso tipo di frutta contenesse a metà del secolo scorso. Eppure, se si confronta l’aspetto delle mele, il frutto per antonomasia di una percezione popolare della Bibbia, non c’è paragone estetico con quelle di un tempo. E anche spostandoci sulla carne è impossibile non notare come il bestiame di oggi sia ben più promettente, se la promessa è quella della bistecca, rispetto ai più modesti esemplari del passato.
Il fatto è che noi manipoliamo tutto per renderlo non utile all’organismo ma desiderabile all’occhio, strumento di un cervello opportunamente ammaestrato. Insomma, il fine è vendere la merce e poco o nulla importa se quella merce viene poi buttata o se è nei fatti scadente o se è addirittura dannosa. Sì: decisamente non pochi degli alimenti correnti sono decisamente deleteri. Le mele di cui sopra, quelle che susciterebbero l’invidia della strega di Biancaneve, sono il risultato di decine d’impietosi trattamenti chimici. La carne viene da pulcini gonfiati da ormoni fino a farli sembrare polli adulti e massacrata da antibiotici, e per gli altri animali da reddito il percorso fino al piatto non differisce sostanzialmente. Né si devono dimenticare gli additivi: una lista infinita di prodotti chimici che servono a far maturare artificialmente la frutta acerba che, in realtà, è solo trasformata in qualcosa che marcisce in modo diverso da quello naturale, a conservare il cibo in una sorta di mummificazione per fargli attraversare gli oceani, a fargli sopportare la vita di scaffale, a renderlo bello e degno di desiderio. Basterebbe dare un’occhiata a certe merendine industriali per trovare nella crosticina di cioccolata miliardi di piccolissime particelle inorganiche, potenzialmente cancerogene sì, ma capaci di evitare l’innocuo ma sgradevole fenomeno della separazione del grasso naturale dal cacao e coprire il prodotto di antiestetiche striature bianchicce.
L’uomo è ciò che magia: adulterato.


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