concesio albero kaki

Guarire dal cancro, nonostante …

La telenovela della signora Mariangela, che potrebbe essere vera – Prima parte.
La miscela di erbe originaria degli indiani d’America, che ebbe risultati straordinari nella cura di una donna affetta da tumore al seno e poi sperimentata nella cura di molti altri tumori

1 – Prologo
Alla periferia di Kakilandia, vive Mariangela, una signora settantatreenne, rimasta vedova da due anni. Dopo tutta una vita da casalinga, trascorsa a prendersi cura di marito e figlia, non si è mai adattata o rassegnata a vivere senza dedicarsi a qualcuno. E così un giorno si è accorta di avere una piccola macchia nera alla radice dell’unghia del pollice destro. Non ci ha dato molto peso; pensando di aver preso una botta, ha atteso invano che la macchia scomparisse da sola (a Kakilandia si usa così). Ma dopo un mese la macchia era ancora lì. Era una macchia strana, e l’unghia sembrava seccarsi e scavarsi, come risucchiata da quel piccolo gorgo. Quasi per scrupolo, un giorno Mariangela si è recata dal suo medico di base, il quale ha visto la macchia nera e ha diagnosticato una micosi, prescrivendo una nota pomata antimicotica, da spalmare due volte al giorno. Tutto bene? Neanche per idea.
Sono passati giorni, settimane, tre mesi. E la macchia è sempre lì. Forse leggermente più estesa, brutta a vedersi. Si torna dal medico e poi si va privatamente dal dermatologo, uno di quelli costosi,  quelli che hanno lo studio in centro. Il quale non dice nulla ma almeno prescrive una biopsia, un esame che consiste nell’entrare con un ago nella macchia e prelevare qualche cellula per vedere che razza di bestia è.
Risultato: niente. Nessuna cellula anormale rilevata. E intanto la macchia nera continua a crescere, lenta e inesorabile, apparentemente implacabile. Ma cos’è questa macchia? Nessuno sa dirlo.

2 – Brutte notizie
La macchia comincia a dare qualche fastidio. Avendo escluso problemi tumorali, si sospetta sia un problema allergico, e allora visita specialistica dopo tre mesi di attesa,  nel miglior centro specialistico di dermatologia e allergologia, una struttura pubblica. Non ci vedono chiaro, o forse ci vedono benissimo. Infatti prescrivono una nuova biopsia, per di più con urgenza, e allora finalmente ecco la verità: melanoma subungueale (cioè localizzato sotto l’unghia, ma questo avrei potuto dirlo anch’io …)
Intanto è passato più di un anno.
La diagnosi prosegue con una PET (tomografia ad emissioni di positroni), analisi intelligente, che si basa sul fatto che i tumori sono grandi consumatori di glucosio (zucchero). Si inietta per endovena una soluzione di glucosio marcatore e per mezzo di una specie di radiografia si vede dove va a finire. Lì c’è il tumore.
L’esito è desolante. A parte il melanoma, ormai assodato, saltano fuori metastasi polmonari, retrosternali, e Dio solo sa che altro.
Si torna dal dermatologo amico di famiglia, per questo appena 100 euro solo per guardare l’esito delle analisi, saltare sulla sedia, fare una faccia orribile, indicare un amico medico che lavora presso l’Istituto del tumori che sembra sia “molto bravo” e, presa in disparte Amanda, la figlia, ipotizzare un residuo di vita non superiore a 2 anni. Perché il melanoma è uno dei tumori più bastardi e invasivi che si conoscano.  
Si sa, il caso non esiste. E appena qualche mese prima, proprio Amanda  ne andava curiosando per la Libreria Ecumenica (un luogo di delizie per i cultori di libri esoterici e di scienze alternative),. In quell’occasione si era messo in mostra agli occhi di lei un piccolissimo volume: “La ricetta” di Renè Caisse. Il libriccino, una prima edizione a prezzo scontato, aveva avuto l’ardire di appostarsi solitario sopra uno scaffale, quasi come una mano distratta l’avesse dimenticato. E al passaggio di Amanda aveva attirato la sua attenzione, imponendosi alla vista come solo i libri intelligenti sanno fare. Pensando “non si sa mai”, Amanda l’aveva acquistato e letto in una manciata di ore.  
Il libretto narra la storia di una infermiera statunitense, appunto Renè Caisse, che per caso viene a conoscenza di una miscela di erbe originaria degli indiani d’America, che aveva avuto risultati straordinari nella cura di una donna affetta da tumore al seno. La tisana è stata poi sperimentata anche nella cura di molti altri tumori.
Si sa, la disperazione accelera i pensieri. Come poter restare a guardare, in attesa di una soluzione? Nemmeno il tempo di posare il referto e affiora alla memoria il libriccino. In fondo c’è un numero di telefono, quello dell’importatore del preparato erboristico. Perché non provare? Perché aspettare? E’ un attimo, Amanda telefona, risale all’unica erboristeria di Kakilandia che dispone del preparato, parte e va ad acquistarlo. La sera stessa Mariangela si prepara la prima tisana di Caisse.

3 – Medicina ufficiale
L’Istituto dei tumori di Kakilandia funziona perfettamente. Si paga il ticket solo per la prima visita, 130 euro. Le altre sono gratuite. Mariangela fissa l’appuntamento con il medico di cui ha ricevuto indicazione. Alle 19 di sera. Ma lei non ci va. Piove a dirotto come solo in Novembre succede, e con la scusa del maltempo, ma al preciso scopo di evitarle panico inutile, al suo posto si presenta Amanda, con tutte le analisi, le foto della macchia e tutto quanto necessario per capire come muoversi.
Prima ipotesi: amputazione  per disarticolazione della falange colpita, blanda chemioterapia (perché non si sa mai) e ricerca nel cavo ascellare della cellula che  sarebbe meglio definire impazzita, e che sembra sia in grado di mandare a spasso per l’organismo i suoi emissari di morte. Ma il dottore non si fida della PET, richiede una TAC  ai polmoni perché “così siamo sicuri”.
E allora prenotazione TAC, 52 giorni di attesa. Nel frattempo non si fa nulla. No, non è vero, nel frattempo si continua con la tisana di Renè Caisse.

 


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