Il fluoro non serve a prevenire la carie

Il fluoro serve a prevenire la carie? No!

Inutilità e danni di un prodotto usato per la prevenzione della carie – prima parte

Nonostante gli studi sugli effetti negativi del fluoro sulla salute dell’uomo, pediatri e dentisti consigliano ancora la fluoroprofilassi a bambini, donne incinte e si usano dentifrici al fluoro

Per anni si è fatta passare l’idea che il fluoro faccia bene ai denti, sia amico dei bambini, prevenga la carie. La storia del fluoro buono, inizia nel 1931 quando un dentista americano, il dr. Dean, viene mandato dal governo in una regione del Texas, caratterizzata da acque molto ricche di fluoro, per studiare un fenomeno che colpiva gli abitanti di quella zona: denti scuri e macchiati. Il rapporto che redige il dr. Dean dove descrive i denti dei residenti è molto ricco di particolari e attribuisce il fenomeno a intossicazione da fluoro denominando fluorosi questa malattia. Tuttavia, inserisce alla fine del suo rapporto, una nota speciale, in cui sostiene che i denti osservati, anche se brutti, siano più resistenti alla carie. Sfortunatamente così è sembrato a lui.

Il suo studio venne ripreso nel 1939 dal biochimico Gerard J. Cox, il quale, somministrando fluoruri a topi di laboratorio, descrisse la maggior resistenza alla carie, in presenza di una dieta molto ricca di zuccheri. Concluse testualmente la descrizione delle sue ricerche con la raccomandazione, di interrompere la bonifica dal fluoro delle acque potabili e anzi di arricchirne le stesse. Si intuisce facilmente, come, fino ad allora, il fluoro fosse considerato tutt’altro che salutare, anzi, in quegli anni, conosciuto come rifiuto tossico industriale e utilizzato essenzialmente come veleno per topi.

Negli Stati Uniti d’America l’inquinamento ambientale da fluoro di acque e terreni aveva già determinato diverse contestazioni e liti legali fra i residenti e le imprese manifatturiere: lo smaltimento del fluoro, era di fatto già obbligatorio e purtroppo costosissimo per quelle aziende.

Il fluoro era indispensabile all’industria dell’alluminio e l’alluminio era indispensabile nell’industria aeronautica. All’epoca dello studio del dr. Cox la maggiore produttrice di alluminio era una società di proprietà di una potente famiglia di banchieri (Mellon), proprietaria a sua volta dell’Istituto di ricerche, che curiosamente, annoverava fra i sui dipendenti, il biochimico Gerard J. Cox.

Nel 1944, il “Journal of American Dental Association” pubblicò un articolo nel quale si riconosceva a carico del fluoro il rischio che lo stesso inducesse osteoporosi, problemi alla tiroide e alterazioni della colonna vertebrale, mentre se ne contestava l’efficacia alla riduzione della carie. Tuttavia, nonostante la forte opposizione di una parte del mondo scientifico ma supportati da entusiasmo popolare si cominciò ad aggiungere fluoro alle acque potabili.

Nel 1945, le autorità dell’epoca, decisero di fare uno studio serio che dimostrasse l’azione benefica del fluoro, verificandone, nel contempo, la tossicità: vennero campionate due cittadine vicine e simili del Michigan e a una (Grand Rapids) venne aggiunto il fluoro all’acquedotto mentre all’altra (Muskegon) no. L’esperimento doveva durare, una quindicina di anni, ma gli abitanti di Muskegon (quelli con le acque senza fluoro), nel 1947, convinti di dover sopportare per tanti anni i problemi ai denti contro la teorica immunità dei loro vicini di Grand Rapids, si ribellarono all’iniziativa e ottennero, vanificando di fatto la sperimentazione, che anche le loro acque fossero sottoposte a fluorurazione.

Nel 1950, venne eletto capo dell’Ufficio per la Salute Pubblica degli Stati Uniti d’America, l’avvocato Ewing, casualmente legale della Famiglia Mellon (i proprietari della Alcoa) che convinto assertore della fluorizzazione delle acque, per persuadere anche gli scettici, assunse il massimo degli esperti di marketing dell’epoca, Edward Berneys.

Rapidamente il fluoro divenne buono. Nel giro di pochi anni gran parte del territorio nordamericano e canadese fu servito da acque arricchite da fluoro senza che fosse stato fatto uno studio serio sull’efficacia preventiva del fluoro e soprattutto sulla sua potenziale tossicità, il tutto con l’aiuto della grande industria e del dipartimento di stato e sotto la spinta emotiva ed entusiastica dei cittadini.

Nonostante studi successivi:

  • il dentista Dr. Donald J. Galagan nel 1953 pubblicò per il “National Institute of Dental Research” i risultati di uno studio sull’azione dei fluoruri sull’insorgere di carie negli esseri umani dove mettendo a confronto sei città Statunitensi, osserva che la maggior quantità di fluoro nell’acqua non fa diminuire il numero di carie e invece aumenta la gravità della fluorosi;
  • nel 1957 un articolo dei Dottori T.Ockerse e C.L. de Jager pubblicato sul “British Journal of Dentistry” descrive l’inefficacia dei fluoruri con esperimenti sulle scimmie;
  • nel 1962 il dr. Edward A. Sweeney e collaboratori del dipartimento Odontoiatrico della Harward Univesity, pubblicarono che l’uso del fluoro aveva un ruolo irrilevante nell’insorgere della carie in ratti da laboratorio, tuttavia i gruppi nutriti con fluoruri avevano molto più fluoro nelle ossa senza che questo facesse diminuire l’insorgenza della carie;
  • nel 1971 i Dottori J.L.Hardwick e D.M.Bunting della Scuola Odontoiatrica, di Manchester, Inghilterra, descrissero sul “Joumal of Dental Research” i risultati di un loro studio sull’incidenza delle carie e somministrazione di fluoro ad una popolazione di ratti che sosteneva in parole povere: dare o non dare fluoro non cambiò l’insorgere della carie;
  • nel 1978 uno studio del dr. Tijmstra e colleghi pubblicato nel “Communy Dentistry and Oral Epidemiology” osserva che le “pastigliette” di fluoro che si danno ai bambini a scuola non servono a bloccare la carie; la fluorizzazione delle acque americane è continuata indisturbata.

In Italia, il primo a parlare di fluoro alla comunità scientifica, fu nel 1940 il dott. Paolo Trivieri, medico condotto di Anguillara Sabazia, comune del Lazio, all’epoca, di tremila abitanti. Il paese, dislocato in zona di origine vulcanica, era servito da una fonte con elevate concentrazioni di fluoro (dai 3 ai 5 mg/litro). Il dott. Trivieri descrisse i denti degli anguillaresi, anneriti, pieni di malformazioni dello smalto, colpiti in pratica, dalla stessa fluorosi, nei suoi vari gradi, già descritta dal dr. Dean per la regione del Texas citata all’inizio di questo articolo. Le sue conclusioni, però, furono sorprendentemente opposte: concluse le sue osservazioni odontoiatriche dichiarando che, questi denti fluorotici oltre che brutti, a causa della loro superficie discontinua e irregolare, fossero più suscettibili alla carie.

Nelle sue osservazioni indicò una correlazione certa fra osteoporosi e fluoro e anzi annotò: “Qui la tubercolosi non manca davvero (di quegli anni addirittura l’ipotesi di curare la tbc col fluoro), così come l’ulcera ed il cancro”; malattie, queste ultime, difficilmente riferibili tanto al fluoro quanto all’arsenico di cui erano altrettanto ricche le acque di Anguillara, ma questo il Dottor Trivieri non poteva saperlo.

I primi studi sperimentali italiani sull’efficacia del fluoro come mezzo profilattico risalgono ai primi anni 50 e furono avviati da Silvio Palazzi e Alessandro Seppilli, il primo direttore della Clinica Odontoiatrica di Pavia e l’altro, direttore dell’Istituto di Igiene dell’Università di Perugia. Tale sperimentazione, consistette nella preparazione di una pasta dentifricia con incorporato del fluoruro di sodio in varie concentrazioni. Con tale composto, vennero trattati denti di recente estrazione; osservarono che la dentina e lo smalto di questi, presentavano modificazioni morfologiche interpretate come rimineralizzazione delle stesse.

Se, da un lato, anche in questo caso, mancò del tutto una analisi sulla reale efficacia clinica e uno studio sulla tossicità del fluoro, va considerato che nello storico e combattuto Simposio del Fluoro tenutosi a Roma il 30 e 31 Marzo 1953 (con molti e agguerriti oppositori) si concluse circa l’efficacia delle paste fluorurate, mentre nulla si decise circa la somministrazione sistemica di sostanze fluorurate e ancor meno si decise circa la fluorizzazione delle acque.

Si presume che le probabili ragioni di questo silenzio siano due: la prima, che la quantità di fluoro presente nelle acque erogate dalla rete idrica italiana, sia pur con molte differenze, è già di per sè elevata (media 1 mg/litro); la seconda, inquietante, che la rete idrica italiana, costituita in gran parte di tubi in ferro zincato e con un indice di dispersione superiore al 40% non avrebbe retto all’azione aggressiva del fluoro.


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