Diossina nelle uova e nel latte

 
Forse qualcuno ricorderà come, a seguito del rogo della De Longhi – la fabbrica del famoso condizionatore Pinguino – avvenuto a Treviso in una tiepida primavera di qualche anno fa, l’ARPAV si coprì di gloria negando qualunque condizione di pericolo.
E, magari, ci sarà anche chi ricorderà che, a qualche mese di distanza dall’evento ufficialmente privo di conseguenze, qualcuno fece analizzare le uova prodotte da pollame locale… 

per scoprire come in quei tuorli di diossina o, più rigorosamente, di 2,3,7,8-tetraclorodibenzo-p-diossina, la varietà più tossica di quella famiglia chimica piuttosto numerosa, ce ne fosse davvero tanta. La risposta delle “autorità” fu allora un saggio e pacato “mangiate pure le frittate: di qualcosa bisogna pur morire”. Quando parliamo di “tanta” parliamo di picogrammi, cioè di millimiliardesimi di grammo, dato che la tossicità di quel composto è elevatissima e, per fare guai seri, ne basta davvero così poca.I guai seri sono ormai conosciutissimi anche a livello popolare e forse risulterà curioso ricordare come qualche decennio fa un grande epidemiologo inglese scrivesse che quella roba è “blandamente cancerogena solo sui ratti”.
A completamento del ricordo va aggiunto che poi si scoprirono le ricevute che quell’insigne scienziato rilasciava a chi si faceva confezionare articoli “scientifici” di quella portata, il che non può sorprendere nessuno, visto che la pratica della monetina nel juke box degli “scienziati” è diffusissima anche ora. Anzi, forse mai come ora.Sempre frugando tra i ricordi, ma stavolta più recenti, sarà più facile riportare alla mente le notizie che si sono susseguite per un attimo a proposito delle uova alla diossina trovate in giro per l’Europa e, segnatamente, in Germania, nei Paesi Bassi e in Gran Bretagna.
Da noi? Ma niente, perbacco! E, invece, qualcosa trapela dal pentolone il cui coperchio è mantenuto eroicamente serrato dalle nostre “autorità” alle quali la tranquillità delle nostre menti sta a cuore ben più di quella del nostro corpo che, stando ad un personaggio platonico, dell’anima è solo la prigione. E ciò che trapela è che in provincia di Mantova, qua e là, si trovano uova in cui la diossina è ben più presente di quei 6 picogrammi per ogni grammo di materia grassa che la legge indica a mo’ di limite invalicabile. Se non altro, di quelle uova in particolare è stato vietato il consumo, ma mi pare legittimo il dubbio che non proprio tutte le partite di uova siano controllate a livello nazionale e che, se i controlli sono eseguiti, il loro grado di affidabilità non sia assoluto. Dopotutto, i latticini prodotti dal bestiame allevato intorno a Taranto, la città più inquinata da diossina di tutto il Paese, sono sempre risultati ineccepibili, il che è quanto meno difficile da spiegare se si conosce un po’ di chimica.
Però, si sa, la chimica sa essere misteriosa e se la tossicologia insegna che la diossina, così come altri veleni, passa nel latte, evidentemente ci troviamo al cospetto di un fatto miracoloso. E davanti ai miracoli anche la scienza alza bandiera bianca.Tanto per completezza d’informazione, legge e biologia paiono ancora una volta non essere proprio sulla stessa linea, visto che l’organismo non gradisce la diossina nemmeno in tracce minime. E la legge non si preoccupa nemmeno del fatto che quei composti si concentrano nel fegato, nei tessuti grassi e nel sangue, faticando moltissimo ad essere eliminati attraverso processi che durano parecchi anni. Dunque, si accumulano.
Ma, come se non bastasse, la loro azione tossica è sinergica con quella di una miriade di altri inquinanti quali, ad esempio, furani e poli-cloro-bifenili che sono prodotti in genere dalle stesse fonti d’inquinamento (tra cui gl’inceneritori o “termovalorizzatori” per chi ha nostalgia di Wanna Marchi.) Naturalmente le sinergie non si fermano qui e, in termini pratici, ogni altro inquinante va ad aggiungersi all’aggressività delle diossine non come semplice addendo ma moltiplicando la propria azione deleteria e, magari, creandone perfino di nuove. A dire il vero, qualcuno aveva ammesso che, sì, un po’ di uova contaminate erano arrivate in Italia dall’estero e la concentrazione di diossina rispetto a quei fatidici 6 picogrammi era 77 volte superiore (tre o quattro volte secondo le “autorità”), ma non c’era da preoccuparsi: la roba in questione era destinata ai mangimi per i maiali e, dunque, per noi umani non c’era alcun problema.
Ahimè, però, le cose non stanno proprio così, dato che noi umani, se non siamo frenati da motivi religiosi, siamo avidi mangiatori di carni suine e la diossina ce la mangiamo per interposto organismo.Resta la curiosità di sapere come sia entrata la 2,3,7,8-tetraclorodibenzo-p-diossina nelle uova. Beh, basta vivere nel raggio d’azione, peraltro amplissimo, di un inceneritore, di un impianto a biomassa o di una fonderia e il gioco è fatto. Quando, poi, come si sussurra sia in qualche caso, ai polli si serve un menu che contempla i residui della lavorazione del biodiesel, avere dei tuorli “additivati” diventa una certezza. Ma i produttori non si preoccupino più di tanto: nel campo degli alimenti, così come, per esempio, in quello dei farmaci, le porcherie sono all’ordine del giorno e quando una arriva a calcare la ribalta mediatica è solo la rappresentante di una frazione infinitesima del reale. Per di più, la durata di quella ribalta non supera l’attimo, soverchiata com’è da notizie ben più importanti quali, per esempio, le imprese di quei dilettevoli personaggi ora raggruppati sotto il nome generico di “veline”. Come si diceva, di qualcosa bisogna pur morire, e, allora, moriamo almeno in letizia.
 
(Biolcalenda Marzo 2011)

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