Nessun essere sopravvive se è privato dell’acqua

7 rubinetti italiani su 10 scaricano particelle di materiali sintetici e nel 2050, anno non così lontano almeno per i nostri figli, il peso della plastica nell’acqua supererà quello di tutti i pesci messi insieme

Se, per assurdo, un chimico non sapesse dell’esistenza dell’acqua e qualcuno gli chiedesse che cosa accadrebbe mettendo insieme due atomi d’idrogeno e uno di ossigeno, temo che non indovinerebbe mai che il risultato sarebbe quel liquido dalle proprietà strane cui si deve la vita come la conosciamo noi, noi che di acqua siamo fatti per oltre i due terzi del nostro corpo.

E la Terra? Beh, il 71% della sua superficie è ricoperto d’acqua di cui appena lo 0,65% è contenuta nei fiumi, nei laghi e nelle falde acquifere. Insomma, quello zero virgola è l’acqua di cui, almeno in teoria, abbiamo disponibilità per lavare la nostra biancheria e noi stessi, per cucinare e per bere. È molta o è poca?

Difficile rispondere. Obiettivamente potrebbe essere sufficiente per i quasi 7 miliardi e mezzo d’individui che popolano il Pianeta, e lo sarebbe se la crescita si arrestasse qui e, soprattutto, se i 40 milioni di miliardi di metri cubi d’acqua dolce fossero distribuiti in maniera uniforme e, soprattutto, fossero usati saggiamente. Ma, si sa, quando si fanno statistiche si casca sempre nel famoso pollo di Trilussa. Così, ben oltre un miliardo di persone non ha accesso all’acqua potabile, il 70% delle terre emerse si sta desertificando e noi, noi ricchi o presunti tali, di acqua ne consumiamo sempre di più: sommando tutti gl’impieghi, due milioni e mezzo di litri l’anno a testa gli americani e pochissimo di meno noi italiani. All’altro polo sociale del mondo gli etiopi non superano, sempre tenendo presente il pollo di cui sopra, i 650.000 litri. Tantissimi comunque.

Il problema principale è che noi continuiamo a considerare l’acqua come un bene che esiste necessariamente e senza costare niente e, come tutto ciò che non costa niente, niente vale. Eppure nessun essere sopravvive se è privato dell’acqua e ben lo sapevano i nostri antenati che si precipitavano ad avvelenare i pozzi del nemico assediato per attaccarlo non solo al di là del potere delle armi ma in modo impossibile da controbattere. E ben lo sapeva l’antica Repubblica di Venezia che condannò a morte una donna non perché aveva ucciso il marito colpevole di maltrattamenti nei suoi confronti ma perché quella si era liberata del cadavere gettandolo in un pozzo e rendendo così inutilizzabile l’acqua. E ben lo sanno gli israeliani di oggi che isolano i palestinesi dalle fonti idriche. Prima e più del petrolio l’acqua è coinvolta nella guerra e in un futuro niente affatto lontano ne sarà la protagonista.

Sì, sappiamo tutto da sempre ma, come accade per tantissimi aspetti del nostro comportamento di bambini sciocchi e viziati, facciamo finta di niente e continuiamo ad impiegare il 70% dell’acqua dolce per irrigare i campi perpetuando colture su cui pare nessuno si soffermi o, comunque, pare che ben pochi vogliano soffermarsi, per renderle meno assetate. Un chilo di carne di manzo in tavola significa 16.000 litri d’acqua, un chilo di grano equivale a 1.300 litri, una tazzina di caffè richiede 140 litri, un chilo di riso 3.400 litri, un chilo di formaggio 5.000 litri, una lattina di Coca-Cola 200 litri, una T-shirt di cotone 2.700 litri…

Anni fa, con alcuni amici mi divertii (si fa per dire) a calcolare quanta acqua era necessaria per raffreddare un impianto a turbogas nato per rifornire di energia totalmente inutile una città di provincia medio-piccola della Pianura Padana e, per fare qualcosa di comprensibile a tutti, immaginammo di riempire con quell’acqua, poi inutilizzata, delle normali bottiglie di acqua minerale. Una di fianco all’altra, la fila delle bottiglie avrebbe girato 12 volte e mezzo intorno all’Equatore.

Pochi giorni fa mi trovavo a Milano e un amico mi ha fatto notare un canale che solca la periferia. L’acqua nei pressi di un ponte era resa del tutto invisibile dai rifiuti: bottiglie, sacchetti, giocattoli, imballagi assortiti… Ogni giorno nel mondo due milioni di tonnellate (in aumento) di rifiuti finiscono in acqua e la plastica, un materiale che viene sminuzzato in particelle piccolissime dall’invecchiamento e dalle condizioni fisiche e chimiche presenti nell’acqua, si sta insinuando in quella che continuiamo a chiamare acqua potabile, tanto che, stando a certi dati, 7 rubinetti italiani su 10 scaricano particelle di materiali sintetici e negli USA lo fanno quasi tutti. Oggi la plastica è comunissima nei pesci di cui ci nutriamo e non pochi dei loro fegati sono affetti da cancro.
I calcoli sono semplici: se continueremo così, nel 2050, anno poi non così lontano almeno per i nostri figli, il peso della plastica nell’acqua supererà quello di tutti i pesci messi insieme.
E nell’acqua arrivano quantità enormi di DDT, un pesticida usatissimo ancora in tante parti del mondo, e quel composto che i chimici chiamano para-diclorodifeniltricloroetano inquina il mare arrivando fino al Circolo Polare Artico e rendendo sempre più orsi bianchi di sesso incerto, cioè dotati di caratteristiche maschili e femminili insieme.
E, a proposito di chimica, la nostra acqua dolce si riempie ogni giorno di più di farmaci che hanno attraversato il nostro organismo uscendone più o meno intatti, finendo nelle fogne e, da lì, nei fiumi, nei laghi, nel mare e nelle falde acquifere.
Da tempo gruppi di ricercatori stanno studiando il comportamento degli animali acquatici, dai granchi ai salmoni, arrivati ad essere sotto effetto di psicofarmaci e i risultati, se per chi ha un senso dell’umorismo particolare possono essere divertenti, considerati con obiettività sono allarmanti.

Non vado oltre, pur se la lista di ciò che avvelena l’acqua è non solo nutritissima ma è in costante crescita, dal mercurio ai coloranti più disparati; dai composti fluorurati per impermeabilizzare i tessuti, gli oggi famosi PFAS, ai diserbanti; dall’amianto che popola tanti acquedotti nostrani fatti del famigerato Eternit all’infinità di scarichi industriali abusivi assortiti che tutti conoscono ma su cui nessuno interviene, e chi più ne ha più ne metta.

Sappiamo tutto, ma nella nostra stupidità, quella che, citando il compianto Danilo Mainardi, ci fa l’unica specie che si estingua volontariamente, noi continuiamo a segare il ramo su cui stiamo a cavalcioni e, a furia di scaricare ogni possibile porcheria in atmosfera grazie a leggi e regolamenti partoriti da incompetenti (e mi fermo solo a questo) abbiamo dato una svolta rapidissima al clima tanto che non piove più. O, quando raramente piove, si tratta di nubifragi così brevi e violenti che la terra non ce la fa ad assorbire l’acqua che se ne va inutilizzata. Chissà se i professorini che anni fa, quando in un piccolo congresso sul clima io facevo il facilissimo ma sgradevole profeta ridevano, ridono ancora.

Di fatto, da sempre la quantità d’acqua presente sulla Terra continua ad essere la stessa perché non la si crea e non la si distrugge. Sì, ma la si sposta e la si avvelena. La si sposta agli oceani perché il riscaldamento globale scioglie i 30 milioni di miliardi di metri cubi di acqua solida dei ghiacciai e delle calotte polari, e l’acqua del mare non si beve e non serve ad irrigare. La si avvelena perché continuiamo a buttare ogni sorta di schifezza in quello che, insieme con l’aria, è il bene materiale più prezioso e irrinunciabile di cui disponiamo. E l’evaporazione dagli oceani è il maggiore processo efficiente di potabilizzazione, ma se non piove…

E i politici? Loro, i decisori, s’impegnano a “correggere”, di regola innalzandoli, i limiti burocratici di un assortimento di veleni a seconda di quanto “convincenti” sono gli argomenti degl’inquinatori e, mostrando tutta la loro saggezza, ci ammoniscono a non utilizzare lo sciacquone del bagno quando i consumi domestici costituiscono una percentuale infima dell’impiego globale di acqua e quando gli acquedotti sono veri e propri colabrodo con un terzo dell’acqua che corre nei tubi italiani ad andarsene regolarmente perduto. Insomma, è un po’ come il divieto di usare l’auto per qualche ora quando l’aria è piena di polveri e sostituirla, magari, con un autobus che ha un milione di chilometri nel motore e che emette un fumo micidiale.

In definitiva, una cura di facciata a base di pannicelli caldi.


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