Scienza miope

Come sempre, come deve essere, la Scienza è fredda e chiara e non guarda in faccia a nessuno. Occorre sapere che in termodinamica un sistema chiuso è un sistema che non scambia massa con l’esterno, mentre può scambiare energia in ogni sua forma. A grandi linee la Terra rientra in questa classificazione: dunque, è un sistema chiuso.

Data in modo semplice la definizione, i libri di Fisica insegnano che, per attribuire energia ad un sistema chiuso, si può attingere dall’interno del sistema stesso o dall’esterno. Nel primo caso l’esaurimento della fonte è solo questione di tempo.
È evidente che questo concetto è noto ed accettato dagli scienziati, non foss’altro perché proprio loro l’hanno enunciato osservando il comportamento della Natura e non trovandovi eccezioni di sorta. E, tuttavia, sono proprio gli scienziati o, meglio, una loro varietà particolare, che del concetto paiono dimenticarsi.
Da un tempo brevissimo se paragonato alla vita del Pianeta o anche solo dalla nostra presenza su di esso, noi, unici esseri energivori, ricaviamo energia dall’interno della Terra: essenzialmente petrolio, carbone, gas naturali e uranio. Stando, allora, alle nostre conoscenze teoriche e pratiche, non esistono dubbi circa l’ineluttabilità dell’esaurimento di quelle sostanze, stante il fatto che nessuna di esse si riforma in tempi anche solo vagamente accettabili, visto che parliamo di decine di milioni di anni, e l’uranio, poi, non solo non si riforma ma, pur lentissimamente – il tempo è quattro miliardi e mezzo di anni – il suo isotopo più comune si trasforma in piombo.
Abbiamo cominciato a succhiare energia dal sistema da un tempo brevissimo, ho detto, eppure quel tempo è bastato per far accendere la spia rossa della riserva. Ma quella spia la varietà di scienziati di cui sopra non vuole proprio vederla. Così il petrolio, la fonte più consueta, continua ad invadere il nostro vivere quotidiano in tutte le sue forme, dai carburanti ai derivati come le tante plastiche esistenti.
Rispolverato da poco il carbone, da mezzo secolo abbondante, abbandonato nel mondo tecnologicamente avanzato per i disastri sanitari provocati, e si veda in proposito la strage londinese avvenuta in pochi giorni nel dicembre del 1952, ora ci risiamo anche con l’uranio.
Stiamo parlando di una fonte chiaramente non rinnovabile, impegnativa da ricavare (per un grammo di U235, l’uranio che serve a scopo energetico da mescolare a quello “inutile”, il 238, occorre lavorare sette tonnellate di minerale) costosa all’inverosimile sia per il prezzo in costante rialzo della materia prima, decuplicato tra il 2000 e il 2007 per le semplici leggi di domanda e offerta, sia per le spese connesse alla costruzione, alla gestione e allo smantellamento delle centrali. Resta, poi, sempre inevasa la risposta a “dove ficcheremo le scorie?” scorie che restano radioattive per tempi che oscillano tra le migliaia e i miliardi di anni. Ad oggi non esistono tecnologie per mettere in sicurezza il rifiuto delle centrali e nasconderli qua e là comporta costi immani anche solo considerandoli in termini economici volgari. Ma se a quei costi vogliamo aggiungere quelli sanitari e quello delle aree devastate per sempre, terra o mare che siano, ci accorgiamo inevitabilmente che quella roba non ce la possiamo permettere.
Al contrario di ciò che i nostri incroci tra uomini d’affari, politici e scienziati, ahinoi fasulli tutti e tre, vogliono farci credere, sul nucleare si punta sempre di meno a livello globale. Gli USA non c’investono dal 1976, e questo a dispetto degl’incentivi promessi dall’amministrazione Bush che avrebbero dovuto allettare gl’investitori. In Europa ci sono varie centrali scritte sulla carta, ma ce n’è una sola in costruzione, in Finlandia, tra mille difficoltà tecniche e ritardi, e quella esisterà, se mai sarà terminata la sua costruzione ed entrerà davvero in funzione, solo grazie all’imprevidenza di uno stato che farà gravare spese ingentissime sui suoi cittadini, garantendo, tra l’altro, l’acquisto di tutta l’energia prodotta per 60 anni. Dunque, un business senza rischio d’impresa per i privati che stanno da anni allestendo l’impianto. Per non fornire che un dato, il costo per la costruzione era stimato inizialmente due miliardi e mezzo di Euro e ora siamo già a quattro miliardi. Questo per appena 1.600 MegaWatt, vale a dire un prezzo quadruplo rispetto ad una centrale a metano di pari potenza. E i costi di smantellamento saranno sovrapponibili a quelli di costruzione, fermo restando il problema irrisolto delle scorie.
Anche se la cosa emerge a livello d’informazione popolare solo in casi imponenti come Chernobyl, Sellafield o Three Mile Island, occorre sapere che gl’incidenti a carico delle centrali nucleari sono all’ordine del giorno. La sola Francia ne conta oltre un centinaio l’anno con conseguenti inquinamenti, ad esempio, di fiumi e di tratti di mare. Chi ha interesse a vendere il nucleare continua a parlare di un futuro radioso in cui la sicurezza è l’ultimo dei problemi, di una quarta generazione tecnologica quasi miracolosa, di energia che più pulita non si potrebbe. Se l’esperienza passata deve servire da insegnamento come il buon Vico ammoniva, c’è poco da stare allegri e, se proprio si vuole, si faccia un atto di fede e si speri nella tecnologia ventura. Comunque, nella migliore delle ipotesi che, poi, non è nemmeno la più probabile, per quella quarta generazione si dovrà attendere il 2030 e, per questo, si avranno centrali che andranno a regime non molto prima della metà del secolo, sempre se la fortuna non si mette di traverso. Insomma, campa cavallo.
Nel frattempo, i pericoli connessi alle centrali in programma in Italia ci sono eccome. Potrebbe essere oggetto di meditazione come a capo dell’ente che si dovrà occupare della sicurezza in quel campo sarà nominato Umberto Veronesi, arzillo ottantacinquenne che di nucleare non sa assolutamente nulla. Qualsiasi commento è superfluo.
Da ultimo, uno degli argomenti prediletti dei cosiddetti nuclearisti è la volontà di rendere il nostro Paese indipendente dall’estero per le forniture di fonti energetiche. Tanto per informazione, l’uranio in quantità sufficienti viene estratto in non più di una dozzina di nazioni, diverse delle quali non costituiscono proprio il massimo dell’affidabilità: Kazakistan, Niger, Russia, Uzbekistan, Ucraina…
Insomma, qual è la soluzione per l’Uomo mangiatore d’energia? Con buona pace di tutti, dal punto di vista scientifico non si scappa: è il ricorso ad una fonte esterna, e l’unica fonte esterna di cui disponiamo è il Sole, una stella che vivrà ancora più di quattro miliardi di anni, che fornisce energia pulita, che in un’ora ne manda sulla Terra quanto l’Uomo ne produce con le sue tecnologie in un anno, che è gratuita e che è democraticamente spalmata su tutto il Pianeta. L’unico problema, fino a che non ci sveglieremo, è la nostra inefficienza a catturare l’energia solare per l’arretratezza tecnologica dovuta all’imbavagliamento della ricerca da parte di chi fa quattrini a palate spremendo quel po’ che resta di petrolio, di gas, di carbone e di uranio.

(Biolcalenda Gennaio 2011)


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