Le affinità elettive, il tempo del Dono e della Gioia. Anche in cucina

Personalità eminentissima del secolo Diciannovesimo, le radici nell’Illuminismo settecentesco ma lo sguardo già verso il Romanticismo, la figura grandiosa di Johann Wolfgang von Goethe si staglia nel panorama del suo tempo, togliendosi da una definizione esclusiva: come tutte le personalità ai confini.

Il confine è il luogo dell’arricchimento, della vita. Al confine si forma relazione e si crea bellezza. Pensate all’alba e al tramonto, confini del nostro giorno.

Goethe mette in relazione i due Secoli sotto un segno personale, offrendo una interpretazione ricca e significativa del mondo che oggi, passati ormai 200 anni, avrebbe davvero bisogno di ascolto. Ecco qui dall’introduzione alla sua “Metamorfosi delle piante”.

“L’uomo spinto a osservare, quando comincia a sostenere una lotta con la natura, prova dapprima l’irresistibile impulso di subordinare a sé gli oggetti. Ma ben presto questi gli si impongono con una tale forza, che egli capisce quanto abbia ragione di riconoscerne il potere e di rispettarne l’azione.
E, appena si convince di questo reciproco influsso, ha coscienza di un doppio infinito: dalla parte degli oggetti, la molteplicità dell’essere e del divenire, e di rapporti che si intrecciano in modo vivente; da parte sua, la possibilità di un perfezionamento illimitato, sia e in quanto egli adatti la sensibilità e il giudizio a forme sempre nuove di ricezione e reazione”.

Affermando poi come tutto questo provochi per l’uomo “un godimento illimitato”. In questo testo si trova la chiave del mondo di relazione che possiamo (o dobbiamo?) costruire con le cose.
Un mondo che deve potersi generare in due sensi, come un respiro.
Ricevendo, e offrendo. Prendendo, e donando.
In questa epoca materialistica noi stiamo principalmente prendendo. Donando, poco.

Ovviamente sempre si riceve e si offre, ma l’approccio dell’umanità oggi è più che mai dominato da un tecnicismo utilitaristico che punta allo sfruttamento delle risorse, dimentico dell’azione morale che invece si sostanzia nell’offerta, nel sentimento di essere parte di un Tutto.

Quello che ci domina oggi è un tecnicismo dogmatico. È dogmatico perché presuppone, senza dimostrarlo, che non vi sia realtà se non quella che appare ai sensi, visibile e misurabile. Ma è appunto un dogma, che non spiega l’essenza della vita, o il motivo per il quale un determinato aggregato di proteine, grassi e carboidrati un giorno parli e cammini, e magari il giorno dopo sia stato abbandonato da quel “non visibile” che lo attraversa e venga sottoposto alle leggi di natura che lo disgregano.

Lo scientismo dogmatico è in grado di descrivere tutto questo in modo egregio, analitico. Ma non spiega il “perché”. Questo presupposto non dimostrato ci ha reso ciechi a quel mondo che Goethe evoca, dietro all’apparenza, nella vitalità intrinseca delle cose.
È giunto il tempo di donare! perché la nostra società è disequilibrata, malata, è davanti agli occhi di tutti.

Donare cosa? Innanzitutto donare attenzione, donare relazione.
Ricreare l’intimità del fenomeno religioso, in senso a-confessionale. Cioè di quel senso derivante dal significato della parola stessa: legame, religo. Senso di appartenenza, nella differenza. Non è una parola a caso, anche il termine Yoga deriva dal sanscrito Jug, giogo, legame. E ancora meditazione, medicina, mediare. Tutti derivanti da mederi curare, applicare.

È il progetto del “confine”.
Capite infatti come tutto questo mondo di significato si collochi proprio al confine, nello spazio tra ME e TE, qualsiasi cosa questo significhi. Potendo sostituire alla parola TE un ingrediente, o il mondo inorganico. Oppure un altro essere, o il mondo organico. Oppure noi stessi, quella parte di mondo, unica per ciascuno di noi, che è insieme osservante e osservato, quella parola che unica tra tutte le parole si riferisce non a qualcosa ma a se stessa: IO.

Ecco, in cucina.
Vogliamo creare lo stesso respiro. Raccogliere l’ingrediente, prenderlo. E donare attenzione, pensiero. Azione.
Metterci il nostro piglio di Essere Umano, la nostra poeisis. Poesia, creazione.
Poi radunare i nostri strumenti e concentrare gli ingredienti nel nostro concetto di piatto, mondo nuovo da farsi.
Costruire e ricostruire, offrendo femminile attenzione, donando maschile azione (ovviamente femminile e maschile non sono indicazione di genere, ma è l’atteggiamento, Yin e Yang se volete, che tutti gli essere umani interpretano in sé, indifferentemente).
Prendere e offrire, arrivando a quel gradino superiore che, come il fiore per la pianta, che era foglia, ci consente di offrire il nostro piatto.
Dove muoiono gli ingredienti, forma nel mondo, rinasce una nuova forma: il nostro piatto, la nostra proposta di cucina.
Offrire, ancora una volta. E raccogliere nell’anima il risultato del dono.
Perché più si dona, più si riceve.
E, come afferma Goethe, è proprio lì che nasce la gioia.

Le ricette

Torta salata

Torta salata “Affinità d’Autunno”
Biolcalenda di novembre 2020

 


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