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Le piante del bosco: Corniolo

Corniolo – Cornus mas L.  – Cornaceae
Fioritura: febbraio-aprile – Parti raccolte: frutti e corteccia – Tempo balsamico: autunno (frutti), primavera (corteccia)

 Sul finir dell’estate, inizia il tempo delle bacche. E di bacche, nelle nostre siepi, ce ne sono di tutti colori: brune, ambrate, violacee, rosse. Tutte sono un po’ tentatrici, anche se, cedendo ad ogni lusinga, si potrebbe avere qualche sorpresa poiché qualcuna  si rivelerebbe urticante, qualche altra velenosa. Tra le bacche rosse, vi sono pure quelle prodotte dal corniolo, una pianta che molti sono in grado di individuare, anche se non tutti si sono posti la domanda se le belle bacche rosse,  che pendono dal ramo con un breve picciolo, possano servire a qualcos’altro oltre che a dare una nota viva di colore fra il fogliame dalle varie tonalità e i rami di bella forma. Rosso scura è pure la polpa interna, che racchiude uno o due semi duri, e che la botanica popolare ritiene, a maturazione completa, uno dei migliori frutti selvatici, ottimi al naturale, buoni anche cotti, passati e con l’aggiunta di miele, oppure salati come le olive o impiegati per produrre bevande e liquori.

Il corniolo, Cornus mas, per gli studiosi di botanica, talvolta è un albero ma non di grandi dimensioni, pure se i trattati scientifici riferiscano che può raggiungere i 10 m di altezza. Di così grandi, da queste parti, sarà difficile trovarne, tanto più che la pianta solitamente vive nelle vecchie siepi o al  più fra i cedui Euganei. Il fusto è spesso contorto, la corteccia bruno-giallastro, i giovani rami, e diritti e verdi con sfumature rossiccie, sul lato in cui l’insolazione è più intensa. Le foglie, ovoidali e appuntite, sono attraversate da nervature rilevate che convergono in punta. I frutti non sono da assaggiare quando sono acerbi perché allappano peggio dei kaki acerbi. Quelli rossi e maturi erano una delle autentiche leccornie “povere”, abbandonate con il diffondersi dei cultivar, così facili (e costosi) da acquistare. Con loro restano antiche nostalgie, tanto che, proprio di questi tempi, qualcuno tenta di ottenere varietà di corniolo più dolci e più grandi. Chissà se saranno uguali al selvatico, che predilige i terreni calcarei, esposti al sole e vive fino oltre i 1200 metri?

L’etnobotanica locale ricorda che le corniole dovevano essere raccolte con delicatezza, senza rovinarle o schiantare i rami e che, tenute in infusione nella grappa, si ottiene un’acquavite aromatizzata che può ricordare la slovena Slivovitza. A Faedo (1972) i rami teneri venivano masticati, per l’igiene dei denti; in caso di dissenteria e di febbri, si mangiavano i frutti freschi o la loro marmellata. A Boccon, un infuso o decotto di frutti freschi, addolcito con miele, assunto oralmente, era ritenuto un valido preventivi tonico astringente e febbrifugo. A Valsanzibio, dai semi veniva estratto un olio usato per lampade e anche come olio da friggere. Ad Arquà Petrarca, i giovani rami per la loro flessibilità venivano usati per la costruzione dei cesti.

Una ricetta del I sec. d. C., consiglia di trattare le nostre bacche come se fossero olive da mettere in salamoia, conservandole successivamente in aceto e mosto cotto. Un lavoro lungo e la polpa, che rimane, è veramente poca cosa. Meglio una salsa  ricavata dalla polpa e adatta per accompagnare un arrosto di maiale e temperare, nella digestione, il grasso delle carni rosolate. “Te cavi l’osso a le cornole  fin che te impinissi ‘na scuela da caffelatte. Te cusini la polpa e la pelesina che le ga intorno pian pianelo in poca acqua e un scugliero de aseo fin che te fè ‘na paparea molegata. Passa tuto par ‘na canevassa neta, sonteghe ‘na s-cinta de miele e’na s-cianta de scorsa de limon e ‘na s-cianta de pevaro.” (Rino, luglio 1953, Montericco, contadino).

Un cibo di cui non ci resta altro che ascoltarne il ricordo, sapendo che non riusciremmo mai più a descriverlo con quelle parole che l’hanno affidato a un tenue filo di memoria.

BRICIOLE D’ARCHIVIO

corniolo 2 Sinonimi
Cornus. Brunf.; Cornus mas Dod.; Cornus sativa, se domestica I.B.; Cornus vulgaris mas Cluf.; Cornus hortensis C.B..

Loco
Est alterum genus arbusti Gallici, quod vocatur rumpotinum; id desiderat arborem humilem nec frondosam. Cui rei maxime videtur esse idonea populus; ea est arbori acernae similis. Quin etiam cornus et carpinus et ornus, nonnunquam et salix, a plerisque in hoc ipsum disponitur.”
(Vi è anche un altro tipo di alberata, in so in Galla, che si chiama rumpotino. Vuole alberi bassi e poco frondosi. E sembra che la pianta più adatta a questo scopo sia l’oppio, che è simile all’acero. Ma anche il corniolo e il carpino e, qualche volta, l’orno e il salice sono adoperati da certuni.)
(Colummella)

nasce nei colli, nelle selve“. (Durante)

Piantasi col seme suo, e anche con le piccole piante con le radici“. (De Crescenzi).

Cocina
“… si fa de cornie ottimo aceto, se innanzi, che sien mature si pestino, e si mescolino con fortissimo aceto, e fattone pane conservinsi, e quando sarà bisogno, si mescolino con vino.” (De Crescenzi)

Giovamenti / Nocumenti
Di dentro. I frutti sono efficace remedio à tutti i flussi del ventre, imperòche costringono al paro de le nespole, ò de pruni salvatichi. Si conciano come le olive, et fassi della lor polpa conserva come de i codogni, con zucchero ò mele, che vale alla dissenteria, et à corroborar lo stomaco.
Di fuori. L’humore, che risuda dalle frondi, ò da i virgulti che si brusciano giova unto alle impertigini. L’olio che si cava del legno vale a i dolori artetici, et franciosi. Le frondi, et i germini suoi consolidano le ferite grandi, ne i corpi duri.” (Durante)

Ricetta storica
Corna et pruna condire. Corna, quibus pro olivis utantur, item pruna silvestria et pruna onychina adhuc solida nec maturrima legenda sunt, nec tamen nimium cruda; deinde uno die umbra siccanda; tum aequis partibus acetum et sapam vel defrutum misceatur et infundatur. Oportebit autem aliquid salis adicere; ne vermiculus aliudve animal innasci possit. Verum commodius servantur, si duae partes sapae cum aceti una parte misceantur“. (Colummella)

(Conservazione delle cornole e delle prugne. Si raccolgono dunque le corniole, di sui ci serviamo come olive, e così le prugne selvatiche e quelle color onice, ancora compatte e non troppo mature, ma nemmeno troppo acerbe. Per un giorno si lasciano saccare all’ombra poi si mescola in parti uguali dell’aceto e del vino cotto o della sapa e si versa sopra. Sarà bene aggiungervi un po’ di sale, perché non vi nascano dentro i vermi o qualche altro piccolo animale: Ma si conservano meglio se si mescolano due parti di sapa con una di aceto)

 


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