Percepire l’architettura (1)

Cominciamo da questo mese una ricerca sulla nostra percezione, come noi percepiamo l’architettura naturalmente, cominciando dai nostri sensi, come essi reagiscono all’incontro con l’architettura.

Udito, odorato, gusto, tatto, vista sono quelli tradizionali, ma c’è anche il sesto senso, il buon senso, il senso del tempo, del ritmo, della misura, di orientamento, della salute… E c’entrano tutti con l’architettura: sono loro che determinano il piacere di guardarla, toccarla, ascoltarla, percorrerla, viverci.
L’assenza di uno solo esclude la pienezza delle sensazioni, può pregiudicare un’immagine o negare un ricordo. Quando, per esempio, si torna sui luoghi dell’infanzia e non si ritrovano più gli odori, i sapori o le esperienze tattili che ricordiamo, gli stessi luoghi sembrano perdere di valore e l’intensità che avevano si dissolve in una improvvisa insignificanza. Così è per l’architettura e, più in generale, l’arte, ma ciò non è stato sempre riconosciuto.

All’inizio dell’Ottocento, Friedrich Hegel, pur concedendo che l’arte è anche «arte per i sensi», indica la vista e l’udito come unici veicoli di piacere estetico, i soli che non alterano e non consumano il loro oggetto: «L’orecchio riceve anche in modo ideale, proprio come l’occhio [riceve] forma e colore, e quindi permette a ciò che è ideale o non esteriore nell’oggetto di suscitare ciò che è spirituale o non corporeo».

Fu circa un secolo dopo, con l’approfondimento delle teorie sull’empatia e gli studi psicologici, che si riconosce uno stretto rapporto tra manufatti (oggetti) ed emozioni personali (reazioni corporee) e si arriva a individuare in ogni edificio tre aspetti salienti: «la grandezza che esso realmente ha, la grandezza che sembra avere, e il sentimento di grandezza che esso dà; le due ultime sono state spesso confuse, ma è soltanto il sentimento di grandezza che ha valore estetico» (G.Scott). Per la prima volta si afferma che il criterio visivo non definisce da solo un criterio di bellezza, ma è l’insieme delle sensazioni – il sistema percettivo-sensoriale nel suo complesso – che discrimina e comunica all’uomo tutte le informazioni necessarie.
È un concetto difficile che soltanto molti anni dopo troverà una spiegazione meno astratta: «La nostra sensazione riunisce le nostre esperienze sensoriali in un unico mondo, non come la scienza collega oggetti e fenomeni, ma nello stesso modo in cui la visione bioculare coglie un solo effetto» (M.Merleau Ponty).

Vediamo quali sono i principali e in quale modo si manifestano.

sensi2.jpgL’udito è sollecitato in ogni ambiente: il risuonare dei passi per le strade o sulle scale di casa, lo sfrecciare dei veicoli, il battere delle campane, il mormorio in un ufficio, lo scrosciare dell’acqua in una fontana o di un torrente, lo sbattere di una persiana, una musica in lontananza… A Ferragosto, quando le strade si svuotano, la città sembra diversa proprio perché è silenziosa, le manca la voce della gente e il rumore delle automobili; la solitudine si fa più opprimente. Al contrario, il silenzio che avvolge i giardini orientali è volutamente cercato, così come lo è l’incessante rumore dell’acqua che è diventata parte integrante della struttura della Casa sulla cascata di Frank Lloyd Wright.

Il senso dell’udito partecipa anche alla riuscita di diversi edifici pubblici: rimbombi o tempi di risonanza prolungati sono inconcepibili nei luoghi per lo spettacolo o nelle aule scolastiche, mentre un’accentuazione della sonorità in una chiesa può aumentare la sua connotazione sacra. Si racconta che nella ricostruzione della cattedrale di Coventry, Basil Spence prendendo a modello la risonanza del duomo di Durnham, sperimentò centinaia di tipi di stucchi e intonaci per trovare quel materiale che possedeva tutte le qualità acustiche desiderate.
Ma rumori eccessivi e insopportabili possono concorrere all’inquinamento delle nostre città, dove l’assordante e continuo passaggio di ferrovie, aerei o camion provoca forti disagi e contribuisce al degrado di vaste aree.

L’odorato – o olfatto – ci rimanda al profumo dei fiori, all’odore del legno o del mare, agli effluvi delle cucine, all’umidità delle cantine, all’incenso delle chiese, alla polvere, all’erba appena tagliata, ma anche alle immondizie, ai fumi delle fabbriche, ai gas nocivi, alle esalazioni rilasciate da molti materiali chimici. Profumi, odori, puzze che possono caratterizzare un edificio: «Quando uno studente mi illustra, poniamo il caso, i tipi dell’architettura greca, – racconta Joseph Rykwert – dopo un po’ gli chiedo che cosa facevano i greci nell’edificio che sta descrivendo. Che cosa succedeva, tanto per dire, sull’altare? C’erano mucche, tori, si sacrificava macellando gli animali. Quindi c’era sangue e puzza… Non si pensa mai a queste cose, all’odore di un edificio… Invece questa è una parte importante della conoscenza che si può avere di un edificio».

Un senso che oggi si è largamente impoverito: condizionamenti culturali e, quindi, nuovi modi di vivere hanno voluto e prodotto la pressoché totale eliminazione degli odori nelle nostre città; raramente – e solo in luoghi particolari – si incontrano ancora, come l’odore pungente delle spezie nei bazar orientali che si espande all’esterno per molti metri, diventando punto di riferimento e di orientamento nello spazio e lasciandoci impressioni indelebili nella memoria. Ma lo percepiamo come indistinto, somma compatta di diverse fragranze, totalmente incapaci di discernerle e, di conseguenza, di classificarle, come fanno pochi specialisti, in profumo forte, intenso o debole, leggero; caldo o freddo; morbido, vellutato o duro, ruvido; pieno o vuoto; diffusivo o piatto; vivace o spento; omogeneo, rotondo o slegato, disomogeneo.

Il gusto è il senso meno considerato, perché difficilmente indirizzabile a esperienze dirette e concrete, ma è pur vero che ogni paese fonda gran parte delle sue tradizioni sulle materie di cui si nutre e il corpo acquista, anche attraverso l’assaporare, la capacità di distinguere e di ricercare. È stato dimostrato che la diffusione di aria malsana e l’utilizzo di particolari materiali da costruzione provocano allergie e alterazioni nel gusto. Inoltre, il grado di piacere per la "tavola" – dalla cura dell’orto alla preparazione e alla degustazione dei cibi – conforma gli stessi spazi abitativi.

Il tatto dà luogo a sensazioni uniche e personali, soprattutto se se ne estende la considerazione a tutto il corpo e non alle sole mani. Si può camminare su un suolo duro o morbido, piano o inclinato, liscio o ruvido; si può toccare una superficie e capirne la forma e la tessitura, indovinarne la qualità, sentirla fredda o calda, asciutta o bagnata; si può valutare il peso o il grado di attrazione di un oggetto; si può scegliere dove appoggiarsi o sedersi, se su una panchina, un gradino o sulla zoccolatura di un edificio. A seconda delle sensazioni percepite dalla nostra pelle suscitate dalla temperatura e dalla qualità dell’aria che ci circonda, un posto può essere rinfrescante o soffocante e può diventare anche un mezzo di orientamento, perché, per esempio, il calore radiante di un muro può fare da guida a un cieco. Aristotele considerava il tatto indispensabile: «Tutti gli altri sensi, odorato, vista, udito, agiscono per mediazione, ma dove c’è contatto immediato l’animale che non avesse sensazioni non potrebbe evitare alcune cose e prenderne delle altre, quindi non potrebbe sopravvivere… Senza il tatto è impossibile avere alcun altro senso».

Nel Medioevo, gli artigiani del legno lisciavano le loro opere in funzione del valore loro attribuito. Mediante il tatto (o senso haptic, come l’ha definito J.J.Gibson), noi sentiamo ciò che avviene fuori e dentro il nostro corpo, siamo coinvolti emozionalmente molto di più che con la sola vista: scalare una montagna è "diverso" che guardarla, così addentrarsi in un bosco o affondare le mani nell’acqua di un torrente. È l’unico senso che unisce contemporaneamente l’azione con la sensazione (reazione), perché si può sentire un suono distante senza sapere da dove viene o cosa lo produca, ma si può toccare soltanto un oggetto reale.

sensi3.jpgMa lo scultore Alik Cavaliere (vedi foto a lato) avverte: «Il tatto, come ogni altro senso, può servire solo se viene immagazzinato per essere tradotto attraverso la mente in altro», cioè la manipolazione da sola non può arricchirci di nuove esperienze se non è accompagnata dall’elaborazione mentale.

Il senso della vista, esaltato da Platone, è certamente il più evocato e sollecitato, ma anche quello più dispersivo e, talvolta, sviante. È nota la differenza tra campo visivo (ciò che viene registrato dalla retina) e mondo visivo (le stesse immagini elaborate dal cervello). Occhi e cervello insieme valutano, ricercano, scelgono, combinano e sintetizzano tutti gli elementi di un edificio e del suo intorno; il loro giudizio quasi mai è oggettivo.
Per lo più si vede ciò che ci si aspetta di trovare, ciò che l’esperienza e la memoria ci suggeriscono confrontando, anche contro il nostro volere cosciente, quello che vediamo con quello che abbiamo precedentemente interiorizzato. Basti pensare alle impressioni che un edificio dà rispetto al suolo su cui sorge: di affondare, scaturire, posarsi, elevarsi, librarsi. La vista ci consente di cogliere i mutamenti di forme e di materiali che non sono mai uguali nel tempo, ma cambiano al variare dell’ora del giorno, delle stagioni, delle condizioni atmosferiche e geografiche, della loro composizione.


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