L’editoriale di Gennaio

Crescita
La parola latina “crescère” viene dalla radice K(E)RE ‘creare’ poi ‘nutrire’: infatti anche il termine “cereale”, derivante dal nome dalla dea “Cerere”, dovrebbe essere KERE, la stessa di “creare”. Quando sentiamo la parola “crescita” in bocca ad economisti, politici, industriali e giornalisti, con una evidenza drammatica non intendono (e non intendiamo), ne più creatività ne più cereali. Intendono la crescita del PIL (Prodotto Interno Lordo) misura esclusivamente le transazioni commerciali, meglio dire finanziarie, che dovrebbero corrispondere alla produzione di beni e servizi di una nazione.

Le conseguenze di questa “crescita” sono alla portata di tutti: se l’aria della nostra città diventa irrespirabile, a causa dell’eccesso d’impianti di riscaldamento, industriali o traffico che brucia petrolio, gloria alla crescita del PIL. Se i cassonetti della spazzatura si riempiono con una velocità impressionante, nonostante la “differenziata”, con materiali sintetici di dubbia utilità, ma di gran effetto momentaneo, gloria al PIL. S
e le nostre abitazioni, i nostri quartieri, paesi, città, assomigliano sempre più a discariche di paccottiglia inutile, senza cultura, identità, gloria al PIL.  Anche il nostro abbigliamento ha perduto creatività, per assumere le caratteristiche della paccottiglia, allontanandolo dalla necessità ambientale e dal costume, proiettandolo attraverso un martellante “immaginario percettivo”, verso l’allucinazione, per cui, pur di essere “alla moda”, si usano strumenti di tortura fatti con materiali irritanti, non riciclabili ma deperibili, che devono durare poche ore per la gloria del PIL! E poi la nostra alimentazione, summa del consumismo più sfrenato e inutile, inutile per la nostra salute, anzi dannoso, produttore di degenerazione cellulare, di alterazioni al metabolismo intestinale, però utilissimo per l’industria farmaceutica che non ha mai conosciuto un così alto valore del PIL.  Il significato che ha assunto il termine “crescita” nella nostra società consumistica è sostanzialmente capovolto rispetto all’origine: non più crescita di un corpo sano, non più crescita della famiglia, della creazione civile, della morale, della comprensione della dimensione spirituale (che ha un gran bisogno di crescere). Il massimo impegno che viene richiesto è quello di avere un cervello limitato, non per pensare a cose materiali e nemmeno spirituali, ma per elaborare desideri da soddisfare comprando merci inutili che producono PIL.
L’immagine dell’uomo che emerge da questa interpretazione della realtà è un’entità deforme, “tumorale”: come un tumore cresce invadendo e distruggendo ciò che incontra (l’origine è nota e anche il destino), finché dura, il PIL è salvo. Vogliamo ora parlare di una crescita felice? Dobbiamo comprendere che l’economia non può crescere, sarebbe come dire che l’ecologia cresce, non ha senso. Semplicemente non possiamo uscire dalle leggi della natura. Il “Denaro”, che è stato utile per lo sviluppo della civiltà moderna basata sul commercio e il protagonismo dell’uomo borghese fondatore dello stato democratico e laico, ora diventa un “Demone”: non ci sono più uomini che lo possiedono, è lui che li possiede, ha totalmente alienato l’uomo dalla realtà, anzi si è sostituito al reale “materiale e Divino”.
Un grande lavoro ci aspetta dobbiamo tornare a parlare di crescita dell’intelligenza e per farlo il nostro pensiero deve essere rieducato a interpretare la realtà da più punti di vista, a più dimensioni, cominciando da tre, poi quattro, sette, dodici, … Se per salvare l’economia dobbiamo imbrigliare il denaro al suo interno, parleremo di decrescita, distribuzione equa delle risorse. Valori non dominanti, ma già presenti tra gli uomini di buona volontà.

Biolcalenda Gennaio 2012

 


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