Identità perdute: l’abito


Abbigliamento, habitus, contegno, aspetto abituale, vestito, costume, consuetudine, consueto, costituzione, (mos moris, moralità, mora o attesa).L’abito è così connaturato con l’uomo che altrimenti è definibile come una “scimmia nuda”; una delle attività primordiali umane, la tessitura precede ogni altra abilità dopo la ricerca del cibo. Il gesto di coprire il corpo è ricordato nella Genesi biblica, quando racconta come Adamo ed Eva dopo aver mangiato il frutto della consapevolezza si scopersero nudi.

Probabilmente i nostri antenati per millenni hanno adottato una vestizione elementare a tunica, larga e fluttuante attorno al corpo, ad evocazione della luminosità “eterica” che ai primordi impediva di vedere i contorni netti delle cose. Dalle tracce storiche sappiamo che in tempi, relativamente più recenti, le abitudini erano di togliersi la tunica per combattere, per uccidere uomini o animali e in Grecia nei mitici giochi olimpici. Il famoso detto: ”L’abito non fa il monaco”, ha il compito di rivelare ciò che altrimenti si dava per scontato. Le “civiltà”, quando cominciano ad essere gerarchicamente composte, si sentono sicure e si aprono ad altre e diverse realtà. Il costume include la fondamentale comunicazione del ruolo sociale degli individui costituenti il gruppo tribale. 
L’abito cominciò ad assumere il significato di “divisa”, distinzione e separazione. Le categorie sociali dovevano essere riconoscibili: il re, i nobili, i borghesi, i plebei, i servi, gli schiavi, eccetera; con successive suddivisioni all’interno d’ogni categoria, pensate all’esercito con la sua catena di comando dal generale al soldato, ma così gli ordini religiosi, le corporazioni artigiane, fino alla Corte reale in cui il titolo era legato ad un’estensione territoriale ad esempio, conte – contea, marchese – marca. In una società così strutturata in cui l’abito era costitutivo dell’ordine e comunicava formalmente il ruolo, doveva essere facile per il truffatore ingannare, anche se molto rischioso, se scoperto, il suo destino non lasciava spazio al perdono, perché la menzogna colpiva l’intera comunità, il “costume”, metteva in pericolo la sua costituzione, il consueto perdeva affidabilità.
L’inganno dell’abito distrugge i rapporti sociali, disintegra la comunicazione tra umani: Mettere in mora, vale a dire nell’attesa della rivelazione dell’inganno, la realtà consueta devia, degrada nell’immoralità, nell’anarchia. Il pettegolezzo diventa verità “vesti una fascina e appare una regina”, verità negativa inutile, immorale. Oggi la fonte più influente sul costume è quella dei media, specialmente televisione e cinema. I “media” oggi propagano (consci o meno), in gran parte, il “Regresso” in atto nel Paese. La parte per l’intero, la maschera come la verità totale, il virtuale al posto della virtù. Quante volte è ripetuta “l’apparenza”, è ciò che conta, non se è menzogna o verità, il martellante ripetere cogliendo il maggior numero di sensi diventa memoria, comunicazione manipolatrice, lettura virtuale del reale e quindi, habitus della mente.
 
(Biolcalenda – Marzo 2011)
 
 

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