L’editoriale di luglio/agosto 2014

Corruzione

La parola deriva dal latino corruptio, come azione del corrumpere,  composta da cor e rumpere: Rompere. Forse l’origine latina di corrotto “cor ruptum”  ‘cuore rotto ’. «… Avrebbero potuto dunque dirsi unanimemente felici, gli abitanti di quel paese, non fosse stato per una pur sempre numerosa categoria di cittadini cui non si sapeva quale ruolo attribuire: gli onesti.» (Italo Calvino “Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti”).

Stabilire cosa sia la corruzione in termini legali, in una società come la nostra, così infestata da furfanti, furbastri, imbonitori, ladri e mafiosi è molto difficile. Dire che la corruzione ha sempre caratterizzato tutte le civiltà, anche le più antiche, è consolatorio, ma non autentico. Nel mondo antico, quando l’individualità era di gruppo (tribale), lo scambio di doni interessati era consuetudine simile all’attuale commercio o allo scambio diplomatico tra nazioni per evitare conflitti.

Certo, nella Roma imperiale, con l’emergere del cittadino portatore di diritti ed oneri, emerge il fenomeno corruttivo. «In uno Stato totalmente corrotto si fanno leggi a non finire» (Publio Cornelio Tacito). Ciò che ci manca è stabilire cosa sia l’onestà, per scoprire che non ci sono leggi che la stabiliscono: se un paese avesse tutti i suoi cittadini onesti, sarebbe un paese quasi senza leggi, al massimo dieci, come le antiche “civiltà di testo”. Il “Testo Sacro” stabiliva il comportamento da imitare; chi non lo faceva era fuori dalla comunità, senza deroghe, senza diritti individuali. I diritti individuali non sono stati creati per proteggere i criminali, ma per portare la libertà agli uomini onesti (honestus = onorato).  In questa area di protezione si sono tuffati in seguito anche coloro che avevano bisogno della “libertà” o del “libero arbitrio individuale” per camuffare le proprie attività poco rispettabili. La libertà è per la gente onesta. Nessun uomo, che non sia onesto per proprio conto, potrà mai essere libero (è lui stesso la propria trappola).

Quando i suoi atti non possono essere resi noti, egli allora diventa un prigioniero, uno schiavo. Proteggere le persone disoneste significa condannare tutti. Se i “diritti individuali” diventano sinonimo di “tutela del criminale”, si contribuisce a creare uno stato di schiavitù per tutti. Tutte le leggi disciplinari mirano a colpire coloro che sbagliano, ma pregiudicano e limitano anche coloro che sono onesti. Vivere in una società in cui i cittadini sono considerati tutti potenziali corrotti o corruttori è difficile, umiliante per gli onesti e straordinariamente mimetico per i disonesti.

Una comunità di “cuori rotti” è emblematica del disfacimento della morte imminente, senza speranza. La natura con la sua, ancora alta, potenza vitale, ci può dare un insegnamento e una via da percorrere. In natura nulla permane, tutto si trasforma o si “corrompe” e la velocità di trasformazione è legata alla completezza degli organismi: un sasso secoli, un albero decenni, un animale giorni. E l’uomo già corrotto? Sappiamo come nasconde il tanfo di marciume: “pecunia non olet” come dicevano i romani. Sappiamo che il disonesto si mimetizza tra leggi protettive e corruzione diffusa, ma è senza onore, può riscattarsi dichiarandosi, liberandosi dalla menzogna, tornando ad essere un uomo.

 

Biolcalenda luglio/agosto 2014


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