L’editoriale di maggio 2013

Antico come il futuro
Il mondo contemporaneo sembra ossessionato dal “nuovo” ad ogni costo, in tutti gli strati della società. Il “nuovo” è interpretato come progresso, come invenzione risolutiva, come soluzione dei problemi. Il “nuovo” come crescita economica, perché difficilmente colleghiamo il cambiamento alla decrescita. Cambiamento quindi, come politica nuova (i soggetti, i suoi strumenti, i suoi contesti).
 

La proposta, la domanda e l’offerta, che in maniera martellante ci inseguono dagli schermi televisivi, dalle pagine dei quotidiani e dalla produzione saggistica: “il nuovo” è sempre la notizia attesa. Ma nuovo rispetto a cosa, a dove, a chi?

Se oggi è un nuovo giorno rispetto a ieri, capite che il grado di novità è pari a nulla, come le lancette delle ore, dei minuti e dei secondi ci dovrebbero insegnare, la misurazione del tempo che passa non porta a nessuna nuova coscienza, se non alla perdita di tempo. Il nuovo, quindi, è, troppo spesso, sinonimo di perdita della verità, quindi esaltazione del falso, del consumismo esasperato, utilizzato, dai manipolatori sociali, per coprire e mistificare il non necessario, l’inutile, l’inganno a tutto campo.

Com’è difficile oggi in una società senza futuro far capire come solo la verità riveli il falso cambiamento. L’inganno è cosa facile, persino voluto perché consolatorio, non richiede lucidità ma inebriante esaltazione. Come qualsiasi droga porta a distruggere sinapsi cerebrali, producendo sensazioni piacevoli, allontanandoci dal pensiero libero prodotto dall’essere Sé, così le novità, le mode, il “kitsch media”(parola inesistente che potrebbe essere tradotta in “paccottiglia di notizie artefatte”) distrugge i rapporti socioculturali impedendo l’evoluzione dell’agire sociale. La domanda che dovremmo porci è la domanda della filosofia. Ad essa non interessa ciò che cambia, ma ciò che non cambia. Forse, per dire meglio, se vogliamo andare oltre una temporalità immediata e passeggera, dobbiamo individuare ciò che permane stabile, era nel passato e si ripete nel futuro. Oltre le trasformazioni storico-concettuali, che differenziano radicalmente le antiche società tribali, o la scena della polis greca da quella dello Stato moderno e questo dall’attuale regime biopolitico. Ovviamente con lo sguardo attento al rapporto genealogico tra origine ed attualità.

Potrà mai esistere un futuro sociale senza un’elaborazione forte di “bene comune”? Risultato evolutivo quasi metafisico, che parte dal senso del territorio tribale, per passare dalla conoscenza aristocratica greca e giungere alla concezione di  Stato di diritto costituzionale moderno. L’attuale disgregazione etica ed estetica tende a favorire solo l’erotismo mediatico: è desiderabile ciò ch’è noto, famoso, di moda, di consumo immediato; contrasta con un futuro possibile in cui deve emergere un potere necessario, razionale, in cui la libertà del pensiero individuale trova il luogo del ritmo equilibrato delle leggi e della giustizia e la sostanza materiale di una economia che distribuisce beni e risorse dove e come è necessario. Per fare un piccolo esempio: l’uomo ha come bisogno primario il cibo, dalla nascita alla morte, da sempre. Le culture umane hanno fortemente influenzato ciò che è buono e cattivo da mangiare. Recentemente le multinazionali tentano di proporci il “non cibo”, fuori dai tradizionali sistemi produttivi, motivandolo con argomenti fantasiosi, salsi. E facile dire che l’unico cibo che avremo in futuro, se ci sarà futuro, è quello antico.

Biolcalenda maggio 2013


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