Stefano Montanari - editoriale La Biolca

Scienza e progresso

Forse mai come negli ultimi tempi sentiamo parlare di scienza e di scienziati, ma siamo davvero sicuri che quei termini e i concetti che quei termini sottendono siano usati e compresi come si dovrebbe?

Dare una definizione di scienza non solo corretta ma che non offenda nessuno è impresa ardua. Così, sperando di non fare troppi torti, anche se qualche antipatia me la attirerò, cercherò in queste poche righe di riassumere la mia visione su di un tema che costituisce l’argomento di migliaia di pagine scritte dagli epistemologi.

La scienza è l’attività del pensiero che, ragionando e ricercando, raggiunge verità assolute. Lo so: Karl Popper non è d’accordo ma, mi si permetta l’ardire, il filosofo austriaco, indiscutibilmente grandissimo, non ha capito bene di che cosa si parla o, quanto meno, allarga troppo il territorio. Da kantiano, a mio parere può essere definita scienza solo quella incontestabile come, ad esempio, quella dei teoremi geometrici e matematici classici che, data un’ipotesi, dimostrano inequivocabilmente una tesi. E così è per tanta chimica semplice dove, date le condizioni di contorno e dati i partecipanti alla reazione, il risultato sarà sempre quello. Insomma, la scienza senza aggettivi come la intendo io è quella dotata di due caratteristiche ineludibili: la ripetibilità e la certezza del risultato quando le condizioni siano rispettate. Popper, invece, parla di fatti empirici, cioè fondati sull’esperienza, che, non importa quante volte ripetuti, non potranno mai assicurare l’identico risultato. Insomma, questione di probabilità con tutto quanto questo comporta. Se quella la vogliamo chiamare scienza, ed è solo il banale problema di attribuire un’etichetta, collochiamola allora in una specie di ideale serie B. E quello è il solo posto in cui è ospitabile la Medicina. È ovvio che chi gioca in serie B abbia vita molto più difficile di chi sta al piano di sopra perché dovrà conoscere a menadito la scienza senza aggettivi, dovrà saperla applicare, dovrà conoscere i margini d’errore entro cui lavora e, per non sbagliare troppo, dovrà avere fiuto ed avere accumulato tanta esperienza. Figlia della scienza delle due serie è la tecnologia, quella, cioè, che spesso viene chiamata scienza applicata.

Ma chi sono gli scienziati? Per Enrico Fermi si può chiamare scienziato solo chi è autore di scoperte. E già qui cominciamo ad eliminare la maggior parte di chi, equivocandone il significato e il valore, pretende di essere scienziato. Insomma, non basta essere dei pozzi di conoscenza, dei maestri luminosi di nozioni, degli esperti di questa o di quella disciplina: bisogna avere scoperto qualcosa e, pesando la scoperta e l’influenza che questa ha avuto sul progresso, si può azzardare, se proprio lo si vuole fare e non se ne può fare a meno, una sorta di graduatoria di merito in cui sistemare lo scienziato.

A questo punto sorgono almeno due interrogativi: è sufficiente fare una scoperta per essere scienziato? E che cos’è il progresso?

Sempre annoiandovi con il mio parere, uno scienziato, per essere tale, può anche limitarsi ad avere scoperto qualcosa, ma, per essere anche un uomo degno, lo scienziato deve essere onesto con la sua scoperta. Molto spesso, infatti, lo scienziato si ferma al suo ritrovato nudo e crudo senza mai andare più in là cercando d’indovinare i limiti e gli eventuali rischi legati all’applicazione pratica. E occorre essere coscienti del fatto che non tutto quello che si può tecnicamente fare è moralmente lecito. Insomma, pur senza censure preventive, per meritare tutti gli onori la scoperta deve andare a vantaggio dell’umanità ed è lì che sta il progresso, anche stavolta senza aggettivi.

È costume abituale che una determinata scoperta sia applicata in modo frettoloso e, per restare confinato a quanto conosco di prima mano, faccio l’esempio dell’impiego industriale e poi commerciale delle nanoparticelle che costituiscono il fondamento delle cosiddette nanotecnologie oggi al centro del business più grande della storia. Accecati dalle possibilità tecnologiche e di guadagno, non si sono valutati appieno il ciclo di vita dei prodotti e i rischi che il loro uso e la loro dismissione comportano. La stessa cosa, certo in maniera ancora più rischiosa, si fa con un numero crescente di farmaci la cui sperimentazione, quando non è trascurata del tutto, avviene sui clienti. E qui di esempi addirittura tragici ce ne sono a iosa. Insomma, il progresso non è quello rozzamente tecnologico: è quello che porta un reale beneficio all’umanità, e il beneficio non può essere quello di due soldi in più nelle tasche o di una certa pigrizia soddisfatta.

A me è chiaro che è sempre più difficile, seppure tutt’altro che impossibile, arrivare a scoperte scientifiche senza aggettivi, e che gran parte del progresso avviene entro i margini d’incertezza della concezione di Popper. Così, navigando nella possibilità di errore, è solo con il confronto tra i pochi scienziati e i tanti applicatori della scienza che si può davvero progredire riducendo sempre di più abbagli, equivoci e malintesi che, occorre sottolineare, non sempre sono scusabili con la buonafede, una buonafede che troppo spesso non c’è. E che non ci sia è evidente quando, come accade sempre più spesso, impera una sorta di “scienza” di regime in cui le verità sono quelle di comodo e i fatti sgraditi cancellati. Malauguratamente accade che questa distorsione della scienza di serie A e di serie B abbia forti interferenze con la salute, dato che affligge principalmente la Medicina, e questo a causa delle enormi quantità di denaro che la avvelenano. È in questo scenario che i fatti sono distorti o cancellati e i confronti sono regolarmente rifiutati e sostituiti da raffiche d’insulti gratuiti a bersagliare chiunque non sia disposto ad allinearsi.

Certo, a differenza di abitudini lontane solo nel tempo e che forse in tanti rimpiangono, oggi non si è più minacciati di accecamento o di finire sul rogo se si avanzano dubbi sulle “verità” di regime o, peggio, se si dimostra la loro infondatezza, ma la violenza viene comunque esercitata, una violenza fatta d’imbavagliamento, di proibizione di accedere ai mezzi di ricerca, di gratuita diffamazione e di emarginazione.

Il progresso? Se è quello, abbiamo sbagliato strada.


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