Paolo Pigozzi

Tempo sprecato? No, tempo ben impiegato

Mi domando qualche volta se il tempo che impiego per cucinare sia tempo ben impiegato. Sono certo di sì. Non solo perché ho coltivato nel tempo una certa passione per la cucina (e fare qualcosa di piacevole e gratificante è sempre molto importante per la propria salute fisica e mentale).

Ma anche perché il rapporto stretto e quotidiano con i fornelli mi fornisce strumenti e argomenti buoni per la mia professione.

Diversi miei pazienti, ad esempio, quando propongo loro di preparare il riso integrale si scoraggiano appena spiego la ricetta nei particolari (sì, anche questo è compreso nelle mie prescrizioni), rivelando che per una buona cottura del riso serve almeno un’ora. “Un’ora?! Non ho mica tutto questo tempo!” è la risposta che quasi sempre ricevo.

Devo subito chiarire che il riso integrale si cuoce da solo, che non occorre stare lì a guardarlo per 60 minuti e che si può, in quel tempo, fare proficuamente dell’altro: leggere, ricamare, pulire il bagno, scrivere, lavorare al computer, sistemare il terrazzo e riordinare le piante, parlare con i figli, correggere i compiti. Non solo, il riso integrale si può cuocere con largo anticipo (la sera per il giorno dopo), senza paura che scuocia. E quello che avanza (meglio se non condito) può aspettare in frigorifero anche per 4-5 giorni che arrivi il suo turno per andare in tavola.

Buono e gustoso come appena cotto. Insomma, il riso integrale più che una complicazione, a me sembra sinceramente una gran comodità. Dopo quasi quarant’anni che faccio questo mestiere, mi sembra ormai di aver capito almeno un paio di cose. La prima, che chi ha qualche disturbo è una persona che (non sempre, ma spesso) sottovaluta l’importanza di dedicare un po’ di tempo a cucinare il proprio cibo. E la seconda: che un primo segnale della voglia di stare bene è proprio la decisione di (ri)cominciare a cucinare. Più cala il tempo dedicato alla cucina (secondo le statistiche siamo a 30 minuti per il pranzo e altrettanti per la cena) più si riduce la qualità del nostro cibo.

Siamo molto lontani dai tempi di mia nonna Pina che, nella sua praticità, preparava per pranzo un minestrone eccellente e profumato non dimenticando di mettere sul fuoco la pentola alle 7 del mattino (anche se poi lei se ne andava in giro per spese e chiacchiere per 3-4 ore). Una ricerca effettuata qualche anno fa qui a Verona dal Servizio di Diabetologia Pediatrica dell’Università e da quella che attualmente è l’ULSS 9 sulle abitudini alimentari dei ragazzi della scuola dell’obbligo ha scoperto proprio questo: nelle famiglie dove si cucina meno aumentano l’obesità infantile, il consumo di alimenti “spazzatura” (bibite zuccherate, prodotti da forno industriali, piatti precotti, ecc.) e si riduce, al contrario, la presenza sulla tavola di frutta e verdure fresche.

Con questo spirito, con la consapevolezza che state facendo qualcosa di importante e di buono non solo per riempire lo stomaco, ma anche per la vostra salute psicofisica, mettetevi ogni giorno davanti ai fornelli. Con un sorriso.


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