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Medicina: molto di quanto si pubblica e’ falso

Un assunto ha valore scientifico se l’esperimento su cui si basa dà sempre lo stesso risultato. Per fare ricerca oggi bisogna sottostare ai voleri di chi recapita il denaro per farla, che spesso e volentieri ha interessi che non sempre si conciliano con i risultati di una ricerca onesta.

Dal punto di vista etimologico la parola scienza deriva dal latino scire, cioè sapere, ma per gli epistemologi, cioè i filosofi che di scienza si occupano, il solo sapere non è sufficiente. L’epistemologia è la branca della filosofia incentrata sulle condizioni necessarie per arrivare ad una conoscenza definibile come scientifica e in modo che una disciplina possa essere ritenuta scienza nella sua accezione completa. E una caratteristica ineludibile e necessaria è la ripetibilità. In poche parole, un assunto ha valore scientifico se l’esperimento su cui si basa dà sempre lo stesso risultato. A ben guardare, tante materie che noi aggettiviamo come scientifiche, scientifiche a rigor di definizione non sono, e, tra queste, uno dei vanti dell’umanità, vale a dire la medicina. Sì, la medicina, che di tanti risultati scientifici provenienti da altre discipline si serve, non è una scienza, e non lo è perché, indipendentemente da altri aspetti discutibili, è dotata di una ripetibilità a dir poco scarsa.

Tra i tanti esempi possibili basta osservare i cosiddetti effetti paradossi di non pochi farmaci, quando, su qualcuno, un principio attivo produce reazioni addirittura opposte rispetto a quelle attese e condivise dalla maggior parte della popolazione. Di fatto il risultato dal punto di vista farmacologico è una questione di probabilità, sperabilmente la più alta possibile. Ma le complicazioni della medicina si estendono ben oltre gli effetti paradossi e, tali e tante come sono, fanno di quella non-scienza che di scienza è intrisa, un ginepraio da cui districarsi è tanto difficile da diventare spesso impossibile; e le porte sono spalancate non per i fatti ma per le opinioni, reintroducendo il mai abbastanza deprecato principio di autorità. Insomma, quella cosa è considerata vera se l’ha detta qualcuno “che conta”, e questo indipendentemente dalle prove solide che “chi conta” è capace di portare. Insomma, il medioevo non solo non è morto ma è vivo e vegeto e, aggiungo, fa comodo. E non fa comodo solo a “chi conta” ma anche a chi non ha voglia di pensare o strumenti per farlo perché così trova le certezze belle e pronte servite in tavola.
Ormai diversi mesi fa si è tenuta a Londra una riunione al Wellcome Trust, una fondazione risalente al 1936 che ha come obiettivo quello di “migliorare la salute umana ed animale”.  Nel corso dei lavori si è discusso un argomento noto a chi è del mestiere ma da tutti taciuto: “Molto di quanto si pubblica è falso”. Una verità imbarazzante, tanto che moltissimi dei partecipanti a quella riunione hanno chiesto e ottenuto che i loro nomi non fossero rivelati e il poco che si sa è trapelato grazie ad una paginetta pubblicata da The Lancet (Vol. 385, 11 Aprile 2015), una delle riviste mediche in assoluto più prestigiose, a firma Richard Horton, redattore capo del giornale.

In sunto e soldoni, sfrondando il tutto dai tentativi cosmetici, a Londra si è detto che, se nelle università di oggi vuoi fare ricerca, devi sottostare ai voleri di chi ti recapita il denaro per farla, e chi ti recapita il denaro ha interessi che non sempre si conciliano con i risultati di una ricerca onesta. E, allora, si amplifica da una parte e si minimizza dall’altra. Poi, se proprio i risultati sono così terribili da non esserci manipolazione che tenga, si fa finta di niente e si tace. I conflitti d’interesse sono la norma e, in un modo o nell’altro, quando la cosa torna comoda, si riesce sempre a truccare con un aspetto accademico nient’altro che robetta da quattro soldi, quando non falsità assolute. E, sempre stando a ciò che è trapelato ma che, in fondo, è conosciuto da tutti, le riviste mediche hanno una fetta tutt’altro che trascurabile di responsabilità. Ahimè non di rado i referee, cioè gli esperti che valutano gli articoli in arrivo, sono gravati da pesanti conflitti d’interesse e fanno parte di salotti in cui ci si scambiano favori. Da uomini di mondo non ci stupiremo se questi personaggi non faranno mai passare articoli in qualche modo sgraditi ai loro “mecenati”. Giusto per completezza, aggiungo che già nel 2000 Horton scrisse sul Medical Journal of Australia che questo sistema basato su quella che è chiamata peer review, cioè la revisione fatta da pari, «è di parte, ingiusto, inspiegabile, incompleto, facilmente manipolato, spesso offensivo, di solito ignorante, di tanto in tanto stupido, e spesso sbagliato». Un esempio di come così le cose non possano dare vantaggi al bene comune è quello palesato dal sistema di valutazione delle riviste mediche. Esiste una specie di classifica fondata sul cosiddetto impact factor, un indice di valutazione basato sul numero di citazioni che gli articoli pubblicati in quella rivista riscuotono nel corso di due o cinque anni. Avere un indice alto conviene perché, pubblicando articoli in una rivista ad impact factor alto, si ottiene prestigio utile per la carriera, per l’azienda che sponsorizza l’autore c’è un ritorno pubblicitario notevole e, con l’innalzarsi dell’indice, l’editore può chiedere cifre proporzionalmente più alte per la pubblicazione. Sì, perché per pubblicare si paga, e anche salato, cosa non sempre nota alla maggioranza del grande pubblico.

In modo mortificante, con questo sistema le cose funzionano né più né meno come per il televoto di certi concorsi per cantanti o per possessori di altre abilità spettacolari. Nel caso degli articoli gli autori veri aggiungono al loro nome quello di altri che, magari, non solo in quella determinata ricerca non hanno mai lavorato, ma spesso non sanno nemmeno di che si tratta. Va da sé che il favore sarà ricambiato con il giochetto che si perpetua innumerevoli volte, cosicché c’è chi, quasi a sua insaputa, si ritrova ufficialmente autore di una quantità ragguardevole di testi di contenuto più o meno ignoto. Il tutto si completa citando nell’articolo i titoli pubblicati dai compari, e così il numeretto dell’impact factor si gonfia a dismisura. Toccando l’assurdo, se un articolo venisse citato cento volte per dire che è pieno di sciocchezze, la conta includerebbe comunque quelle cento citazioni a tutto vantaggio dell’impact factor.
Passato qualche anno, poi, se e quando la verità farà capolino, nessuno andrà a rivangare ciò che era stato pubblicato con gran pompa. Nessuno, ad esempio, oggi ricorda che la 2,3,7,8 tetraclorodibenzo-p-diossina, la diossina di Seveso, era definita da un luminare chiamato Richard Doll «un blando cancerogeno solo per i ratti». O nessuno ricorda che negli Anni Cinquanta il fumo di tabacco era miracoloso per prevenire il Morbo di Parkinson. O che l’amianto è perfettamente innocuo così come il piombo tetraetile, l’antidetonante della benzina che fa impazzire. Questo nelle riviste mediche di primissima fascia.

Mi si consenta ora di riferire in breve un paio di episodi che mi accaddero all’inizio degli Anni Settanta quando, studente, per raccattare qualche soldo traducevo in inglese articoli per i professori universitari.
Una volta, con molta timidezza, mi permisi di far notare che presentare una statistica basata su tre casi era un po’ pochino. Senza battere ciglio il professore autore della ricerca aggiunse uno zero e i casi si trasformarono in trenta. Un’altra volta si valutava un farmaco per favorire la contrattilità della vescica. I due capi di una striscia del muscolo in questione erano attaccati a due sensori che avrebbero registrato l’accorciamento una volta che il farmaco fosse stato versato nella soluzione in cui il preparato era mantenuto. Dato che quell’aggiunta non provocava la minima reazione, i due sensori venivano avvicinati con le dita e il tracciato che ne seguiva era esattamente quello voluto.
Naturalmente i due lavori furono pubblicati e già allora, ben oltre quarant’anni fa, a me era del tutto chiaro ciò che si è detto a Londra.


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