big-ben-smog

A tale of two cities

L’uomo, di gran lunga il più stupido tra gli animali, è perfettamente a conoscenza di tutto questo. Glielo dice la scienza che lui stesso ha prodotto, glielo dicono le sue apparecchiature di controllo, glielo dicono le statistiche sull’incremento vertiginoso di malattie come il cancro, cancro che è solo il più vistoso tra le malattie da inquinamento. Che cosa facciamo per metterci una pezza? Il sindaco di Londra ha risposto per tutta l’umanità: niente.

Quasi impossibile trovare nel mondo chi si occupi di questa patologia planetaria pur avendone il dovere e un paese in cui gli abitanti abbiano davvero coscienza di ciò che sta realmente accadendo.

Nel 1859 Charles Dickens scrisse il suo secondo (e ultimo) romanzo storico. La trama si dipana al tempo della Rivoluzione Francese tra Londra e Parigi e, per questo, forse senza grande fantasia, il titolo che l’autore gli attribuì fu A Tale of Two Cities che tradotto, fa Un Racconto di Due Città.
Oggi quelle due stesse città si guardano ancora in cagnesco, e non per le divergenze politiche di due secoli fa molto abbondanti, ma per fatti un po’ meno eleganti: la sporcizia.

Alla fine dell’ultimo inverno giornate relativamente calde si alternavano a nottate fredde, e questo, assicurano alcuni meteorologi, costituisce un elemento favorente l’accumulo d’inquinanti nell’atmosfera. Va da sé che sia il cielo sovrastante le città ad essere il più interessato dal fenomeno, qualcosa che, in un certo modo, potrebbe ricordare ciò che accadde a Londra nel dicembre del 1952. Allora lo chiamarono Grande Smog e si trattava di un addensamento di particelle carboniose provenienti in gran parte dagli effluenti dei camini domestici. Anche allora fu una deviazione della meteorologia dai suoi comportamenti abituali ad innescare il fenomeno. Durò cinque giorni e in quei cinque giorni a Londra non si vedeva a un palmo dal naso, il fumo invadeva perfino cinema e teatri che, perciò, vennero chiusi, e i morti accertati furono non meno di 12.000 con almeno 100.000 persone che ne uscirono danneggiate nella salute. Aggiungo che quell’incidente, se così lo si può chiamare, convinse i britannici a non utilizzare più il carbone, cosa che appare del tutto dimenticata dai geni del secondo decennio di questo secolo che riesumano quel carburante spacciandolo come una benedizione del cielo e, grottescamente, come la fonte energetica dell’immediato futuro.

Tornando a noi, nel tardo inverno 2014 Francia settentrionale e Belgio furono particolarmente colpiti dalle polveri e da altri veleni che la mancanza di vento impediva di disperdere (disperdere, comunque, non ha nulla a che vedere con un’impossibile scomparsa), tanto che gli amministratori di diverse città, Parigi in testa, cercarono di dissuadere gli abitanti dall’usare mezzi pubblici, per esempio adottando il perfettamente inutile provvedimento delle targhe alterne o, certo più efficacemente, rendendo gratuiti i trasporti pubblici.

Di lì a non molto anche Londra cominciò a sperimentare condizioni del tutto analoghe, nella circostanza aggravata da correnti meridionali in quota che portavano sabbie sahariane e, stando almeno a quanto sostenuto dal famoso King’s College cittadino nella sua sezione ecologica, nientemeno che dalle porcherie provenienti da Parigi. Che fare? La risposta immediata è venuta dal sindaco Boris Johnson per bocca del suo più o meno equivalente di un assessore all’ambiente Bob Neill: niente. Niente perché non c’è bisogno di far nulla: Londra – dicono il sindaco e il collaboratore alzando contemporaneamente il britannico sopracciglio – è molto più avanti di Parigi in campo ambientale. Vabbè, ammetto di non arrivare a capire che diavolo significhi l’affermazione e come possa trovare applicazione nella circostanza. Così, se qualcuno mi aiuterà gli sarò grato. Resta il fatto, comunque, che, superiorità o no, Londra sta superando a tutta velocità i limiti di legge (non quelli scientifici che sono ben altra cosa) riguardanti l’inquinamento. A questo, poi, si aggiunge l’episodio imbarazzante del podista dilettante cascato morto dopo aver tagliato il traguardo della 34° Maratona di Londra, a detta di molti proprio a causa dei veleni che avevano invaso i suoi polmoni. Nulla di certo, per carità, però…

Noi? Noi – noi italiani, intendo – abbiamo nel DNA l’essere furbi. Non ho scritto intelligenti: furbi. Noi sfondiamo qualunque limite, sempre che le macchinette di controllo non siano taroccate come non infrequentemente è il caso, o che le sunnominate macchinette non siano per una bizzarria della sorte in manutenzione proprio nei momenti critici. Noi sfondiamo e ce ne stiamo zitti. Occhio non vede, cuore non duole.

A migliaia di chilometri di distanza da noi, molte città cinesi sono avvolte quasi cronicamente da cappe impenetrabili di polveri, e così non poche città indiane. Io stesso ne sono stato in più di un’occasione impotente testimone. Non sono da meno gli Stati Uniti, un paese pervicacemente  indifferente ai problemi ecologici che stanno portando ad una rivoluzione planetaria dai risultati tanto ovvi quanto non certo desiderabili. Ma è difficile, se non impossibile, trovare una plaga del mondo dove chi ne ha il dovere si occupi di questa patologia planetaria in aggravamento accelerato facendo ciò che non solo la scienza ma il più comune buon senso impongono di fare. Ed è altrettanto impossibile trovare un paese in cui gli abitanti abbiano davvero, tutti e al di là delle chiacchiere, coscienza di ciò che sta realmente accadendo. Milioni di tonnellate di polveri indistruttibili vengono vomitate senza sosta da impianti industriali privi di qualunque sistema di mitigazione, automezzi spinti da motori tecnologicamente vetusti e con carburanti dalla composizione folle percorrono le strade e navi forse ancora più demenziali solcano quelle fogne che sono diventati gli oceani.

A me viene da sorridere, sorridere amaro, quando mi viene rivolta la solita, ingenua quanto disperata domanda: “Qual è la distanza di sicurezza da un inceneritore?” Fonderia, cementificio, impianto a biomasse non fanno differenza. La risposta è che non esiste alcuna distanza oltre la quale ci si possa dire al riparo. Le sabbie del Sahara, granelli milioni di volte più pesante delle polveri che escono dalle combustioni industriali, sono capaci di volare per migliaia di chilometri, e il pianeta è talmente piccolo da rendere facilmente praticabile per gl’inquinanti il cammino che separa i continenti.

L’uomo, di gran lunga il più stupido tra gli animali, è perfettamente a conoscenza di tutto questo. Glielo dice la scienza che lui stesso ha prodotto, glielo dicono le sue apparecchiature di controllo, glielo dicono le statistiche sull’incremento vertiginoso di malattie come il cancro, cancro che è solo il più vistoso tra le malattie da inquinamento. Che cosa facciamo per metterci una pezza? Il sindaco di Londra ha risposto per tutta l’umanità: niente.

Biolcalenda di giugno 2014


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

code