Il DNA ricombinante degli OGM resta nel suolo e passa ad altre piante

Il prof. Paolo Sequi, direttore dell’Istituto sperimentale per la nutrizione delle piante e la dott. Anna Benedetti, direttrice della Sezione nutrizione azotata, sono stati ascoltati il 3 giugno 2003 dalla Commissione agricoltura del Senato, nell’ambito di un’indagine conoscitiva sugli organismi geneticamente modificati. Essi hanno riferito su aspetti sconvolgenti, di quanto avviene nel suolo.

Il DNA delle radici delle piante è normalmente inglobato nelle argille del suolo e vi rimane a lungo. Le piante transgeniche hanno il pacchetto dei geni artificialmente introdotti, in qualche modo innestato al DNA originale, ma non fa parte integrante dell’elica come i geni naturali. Questo spiega il rilascio di tossine dal DNA di mais transgenico nel suolo ed il trasferimento orizzontale di geni artificialmente introdotti, che rimangono latenti nel suolo per un tempo indeterminato.

Il DNA conservato ed in qualche misura “mobile” nel suolo può passare ad altre piante della stessa specie ed anche a specie diverse. Non solo. La dott. Benedetti ha informato i senatori che dati, forniti da università e da istituti di ricerca, sembrano indicare che geni rilasciati nel suolo possono modificare le caratteristiche del suolo stesso, fino a renderlo sterile.

Secondo la scienziata, occorre molta cautela con gli organismi transgenici, che non dovrebbero essere coltivati fuori di aree isolate, evitando ogni commistione con l’agricoltura biologica e con quella tradizionale.

Il prof. Sequi ha osservato che, a suo avviso, il pericolo maggiore consiste nell’irreversibile alterazione delle proprietà di alcune tipologie del suolo, che potrebbe improvvisamente diventare letale per gli insetti o irreversibilmente inadatto a colture diverse da quelle biotecnologiche.


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