OGM e agricoltore: rischi produttivi

I sostenitori degli OGM, danno per scontato che non vi saranno problemi di collocamento e che i consumatori considereranno le produzioni transgeniche sostanzialmente equivalenti a quelle convenzionali. Purtroppo, anche in questo caso, la realtà è diversa. Lo sanno gli agricoltori americani, che si sono visti respingere le esportazioni di prodotti transgenici da alcuni Paesi che, prima di utilizzarli, vogliono indagare a fondo sulle conseguenze per i consumatori e per l’ambiente.

Nel nostro Paese i sostenitori degli OT affermano che senza di essi l’agricoltura italiana non sarà competitiva sul mercato mondiale, in quanto i costi di produzione delle coltivazioni convenzionali sono superiori a quelli che si sosterrebbero per produrre piante transgeniche. Tale esigenza nasce dal fatto che in futuro la nostra agricoltura dovrà confrontarsi con quella Americana, Canadese, Argentina, ecc. In questi Paesi essa è attuata in aziende aventi una superficie media di centinaia di ettari, in cui si è alla continua ricerca dell’automazione dei processi produttivi e nei quali l’unica funzione di questo settore economico è quella di ottenere materie prime in grandi quantità. Sostanzialmente diversa è la situazione presente nel nostro Paese, dove da sempre l’agricoltura è orientata verso l’ottenimento di produzioni di elevata qualità e dove essa svolge anche altre importanti funzioni che non sono esclusivamente legate all’attività produttiva (multifunzionalità dell’agricoltura). Un’agricoltura caratterizzata dalla presenza di aziende di modeste dimensioni, che non si possono certo permettere l’acquisto di macchinari specifici per una determinata coltura, che non sarebbero mai in grado di ammortizzare, da un costo dei fattori produttivi molto elevato (terra e manodopera soprattutto, ma anche energetici), da limitazioni di carattere ambientale in merito all’utilizzazione di determinati fattori della produzione (concimi, antiparassitari, ecc.).

Come potrà competere la nostra agricoltura, anche se saranno introdotte le attuali piante transgeniche, con quella americana o argentina, dove aziende agricole di migliaia di ettari sono alla continua ricerca dell’automazione del processo produttivo? Un processo produttivo che sarà controllato dai satelliti e dove l’intervento dell’uomo sarà quasi nullo?

Sempre a proposito di competitività dell’agricoltura nazionale, occorre rilevare che la possibilità di ottenere “nuovi individui” appositamente progettati e realizzati per poter resistere a condizioni pedoclimatiche avverse pone poi il problema dell’eventuale spostamento della produzione da quelle che attualmente sono le tradizionali aree di coltivazione. Tale nuova localizzazione potrebbe avvenire sia allo scopo, più che legittimo, di aumentare il grado di autoapprovvigionamento di una determinata regione, sia, meno legittimamente, per incentivare la produzione in aree dove è possibile reperire a più basso costo i fattori produttivi necessari ad ottenerla, per poi vendere sui tradizionali mercati i beni ottenuti. In quest’ultimo caso, si determinerebbero problemi legati alla disoccupazione e all’esodo rurale che si verificherebbe nei territori in cui quella particolare coltivazione è abbandonata.
Queste ultime affermazioni pongono problematiche certamente rilevanti per il nostro Paese:

  • cosa ne sarà degli agricoltori che attualmente ricavano un reddito da queste coltivazioni, una volta che sarà possibile ottenerle, sicuramente a minori costi, anche in altre aree del pianeta?;
  • cosa ne sarà del paesaggio rurale, allorché‚ la diminuita possibilità di coltivazione di questi prodotti determinerà il loro abbandono da determinati territori?
  • quali interventi occorrerà mettere in atto per contrastare l’abbandono di queste coltivazioni, in relazione alla funzione di contenimento del dissesto idrogeologico che molto spesso esse svolgono?.

Come si può osservare la problematica è decisamente vasta e dovrebbe essere affrontata nella sua globalità e non settorialmente com’è stato fatto sino ad ora.

Prima di adottare piante transgeniche nell’agricoltura italiana occorrerà verificare anche se esistono rischi tecnici di produzione. Trattasi di un elemento estremamente importante per l’agricoltore, poiché a volte il suo reddito è compromesso da un cattivo andamento stagionale. Non v’è alcun dubbio sul fatto che le attuali coltivazioni transgeniche, così come sono state progettate ed attuate, consentiranno di offrire maggior tranquillità all’agricoltore. Piante resistenti ad ogni forma di stress ambientale, piante autoresistenti agli attacchi di insetti, piante che possono essere diserbate in ogni fase del ciclo vegetativo, piante autosufficienti in termini di nutrienti chimici, ecc. A questo punto però ci si può chiedere quale sarà il ruolo dell’imprenditore agricolo in una situazione produttiva di questo tipo, nella quale, spingendo il ragionamento al limite, le uniche operazioni colturali che dovrà effettuare (più realisticamente controllare) saranno quelle di seminare e di raccogliere il prodotto.

Con l’introduzione degli attuali OT l’agricoltore potrebbe perdere parte delle funzioni imprenditoriali, poiché in questo contesto verrà ad assumere sempre più importanza il settore industriale, quale fornitore del materiale di propagazione e dei mezzi tecnici necessari per portare a termine il processo produttivo, nonché quale utilizzatore del prodotto agricolo ottenuto.

L’introduzione di OGM potrebbe comportare anche una diminuzione dell’importanza dell’agricoltura in relazione alle strategie di “sostituzionismo” messe in atto dal settore industriale legato alla trasformazione dei prodotti agricoli. Tale opportunità è resa possibile dallo sviluppo di organismi fortemente specializzati nella produzione di materie prime di base (vitamine, carboidrati, grassi, ecc.). Tali sostanze potranno poi essere utilizzate dall’industria per produrre beni alimentari e non. In particolare, sempre più importanza avranno le coltivazioni su contratto, per le quali il prezzo di vendita all’industria non sarà più stabilito sulla base del quantitativo di mais, di soia o di patata ottenuto, ma sulla base del quantitativo di vitamine, di proteine o quant’altro in esse contenuto.

Dopo queste brevi argomentazioni sull’adozione degli OT in agricoltura sorge spontanea una domanda: come mai nei Paesi in cui la coltivazione di queste piante è consentita si è avuta un’esplosione delle superfici investite, segno dell’apprezzamento di queste piante da parte degli agricoltori? L’aumento delle superfici investite trova una giustificazione che non è legata alla loro redditività, ma alla situazione di mercato in cui gli agricoltori di questi Paesi si trovano ad operare. Infatti, in questi Paesi esiste un’unica filiera produttiva di quel determinato prodotto (per esempio mais). Pertanto, nel lungo periodo, il prezzo di mercato del mais è condizionato dai minori costi di produzione del “mais transgenico” (determinano un abbassamento del prezzo del mais) rispetto ai costi di produzione del “mais convenzionale”. E’ ovvio che in questa situazione, in cui al “mais convenzionale” è riconosciuto lo stesso prezzo (inferiore) del “mais transgenico”, anche il produttore che in un primo momento non era intenzionato a coltivare “mais transgenico” sarà “obbligato” a farlo dal mercato se vorrà mantenere un certo grado di redditività dalla sua attività imprenditoriale. In definitiva egli sarà costretto a coltivare il mais caratterizzato dal minor costo di produzione. A conclusione di queste brevi considerazioni sui potenziali e probabili effetti dell’introduzione di OT nell’agricoltura nazionale, non occorre sottovalutare il potenziale “danno di immagine” che potrebbe subire il nostro Paese, da sempre caratterizzato da produzioni di eccellenza, che da sempre costituiscono un vanto per il nostro settore agro-alimentare.


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