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Pet therapy

Rapporto uomo-animale basato sulla reciprocità. Oppure no?
Anche attività positive, come le varie terapie con gli animali, richiedono la maturazione di una sensibilità ed un’alta responsabilità da parte dell’uomo per evitare sfruttamenti e danni involontari. Oggi la pet-therapy, ovvero l’utilizzo di animali di varie specie per offrire una opportunità di rapporto con il mondo della «natura» e grazie a questo provocare un miglioramento generale in soggetti con varie disabilità, è prassi comune e molto di moda. 

In questo senso questo nuovo approccio con il mondo animale è da salutare positivamente perché si colloca, all’insegna di una ritrovata sensibilità e attenzione, da parte dell’uomo verso gli animali domestici. Si è finalmente diventati coscienti delle enormi potenzialità benefiche che il mondo animale ha sempre avuto nei confronti dell’uomo.
Questa presa di coscienza è relativamente recente dato che, molto tempo fa, la stretta contiguità uomo-animale era un elemento scontato e naturale su cui non potevano nascere riflessioni o approfondimenti in quanto la sensibilità verso il mondo animale non era ancora evoluta.
La pet-therapy, quindi, va vista in un’ottica di positivo incremento della responsabilità verso gli animali e conseguentemente come una via di sperimentazione di nuovi approcci reciproci. È noto che l’intensità di un rapporto, per esempio tra uomo e cane, è possibile grazie al fatto che si ha una fusione tra la componente di sentimento del cane e quella del padrone. Partendo da questo fatto tutti potranno comprendere che l’animale viene fortemente influenzato, direi meglio, plasmato dalla personalità del proprietario. Questo è un punto centrale della questione. La stretta vicinanza ed il contatto fisico con l’animale influenza quest’ultimo molto più di quello che può apparire.
Qualsiasi animale infatti non è dotato di una individualità marcata ed indipendente e nei fatti risulta totalmente «aperto» agli influssi intensi nel rapporto con l’uomo che lo accudisce. Esso non può frapporre alcun tipo di «diaframma emotivo» atto ad attenuare o filtrare le influenze che gli provengono dal mondo umano. È come una spugna ed assorbe completamente, senza limitazioni, il carico emozionale che l’essere umano gli trasmette quando gli vive a fianco per un certo tempo.
Ora pensiamo a cosa accade agli animali utilizzati frequentemente nella pet-therapy: sono soggetti che vengono a contatto più volte al giorno con esseri umani affetti da vari tipi di disabilità, che presentano quindi una condizione emotiva sbilanciata o francamente alterata. Tutto questo come incide sull’emotività dell’animale? Purtroppo gli effetti sono fortemente squilibranti e «stressanti» per l’animale, il quale letteralmente assorbe nella propria interiorità gli stati emozionali alterati degli occasionali «clienti», senza poter interporre alcun diaframma che ne possa mitigare l’influenza.
Questo avviene anche verso una scolaresca non educata e preparata adeguatamente all’incontro con l’animale. Da questo dobbiamo forse concludere che la pet-therapy è sbagliata? Certamente no, ma che sia necessario un incremento della coscienza con la quale l’uomo si serve di questo nuovo metodo di terapia, questo certamente sì! Bisogna evitare atteggiamenti immaturi e un po’ ipocriti quando si affronta questo problema: il lavoro quotidiano degli animali con soggetti disabili dev’essere regolato con grande sensibilità e buon senso.
È necessario cioè organizzare turni di lavoro, alternati a lunghi periodi di riposo, durante i quali l’animale possa vivere il più possibile in modo disteso la propria «animalità» di specie, cioè poter vivere senza costrizioni in ambienti naturali. Se si tratta di erbivori, devono avere la possibilità di pascolare tranquillamente con i propri simili e, durante questi periodi, il rapporto con l’uomo dev’essere ridotto solo a personale preparato e dotato di grande sensibilità, rispetto e amorevolezza. Se si tratta di cani invece, riuscire a trascorrere svariate ore al giorno con il proprietario o «capo branco» di riferimento, è il più bel riposo ricostituente che gli si possa regalare.
Durante questi periodi, che l’animale vive senza costrizioni ed in relativa libertà a stretto contatto con persone attente al loro benessere e sensibili alle loro esigenze, può ricostituire un equilibrio della sua componente sensibile ed emotiva che possiamo chiaramente definire come anima (anima-le!). È chiaro quindi che non si dovrebbe nemmeno iniziare un’attività di pet-therapy se non si è dotati di un adeguato numero di animali in rapporto al lavoro quotidiano prevedibile.
Come tutte le attività che si sviluppano gradualmente anche in questo ambito si richiede agli uomini, che gestiscono le strutture, una grande sensibilità e responsabilità a protezione degli animali, che non possono in alcun modo difendersi da turni di lavoro troppo ravvicinati. Al benessere animale deve pensare l’uomo vivendo, fin nella propria interiorità, la grandezza del sentimento di totale dedizione che gli animali mettono in campo nel lavoro paziente con il disabile. In questo senso diventa importante anche una preparazione, che si dovrebbe attuare anche nei confronti dei familiari della persona, che usufruisce del privilegio di stretta vicinanza con l’animale.
È ora che attività importanti e di grande valenza solidale e sociale, come appunto è la terapia con gli animali, vengano attuate con reale amore. Non solo rivolta, come è giusto, alla persona con varie tipologie di deficit, ma anche con grande comprensione verso il meraviglioso «mondo animale» ancora troppo spesso sfruttato in modo unilaterale.
In questo modo l’uomo inizierà a ricompensare, almeno in parte, il grande sacrificio che da sempre gli animali compiono quotidianamente nei confronti dell’umanità.

Biolcalenda maggio 2013


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