Arcano XIII

“Quando Marco mi ha proposto di associare le patate cotte sotto la cenere con l’arcano Tredici, mi ha risuonato moltissimo. C’è un gesto antichissimo nel cucinare le patate sotto la cenere. Un gesto che non ha fretta: si scava un poco, si deposita il cibo, si ricopre di ciò che resta dopo il fuoco. La cenere. E si aspetta.  
In questo gesto silenzioso vive lo stesso insegnamento dell’Arcano XIII dei Tarocchi, l’Arcano senza nome come viene chiamata questa lama in Tarologia.

Comunemente in cartomanzia viene chiamata “La Morte” ma, in verità, parla di tutt’altro.
La cenere non è fine. È ciò che resta quando il fuoco ha compiuto il suo lavoro. È memoria del calore, ma anche promessa di nuova fertilità.
Per secoli la cenere è stata utilizzata come agente di pulizia: le lavandaie lo sapevano bene. La liscivia, ottenuta filtrando acqua calda attraverso la cenere di legna, era un potente detergente naturale. Sbiancava ed eliminava ciò che stagnava nei tessuti.
La cenere lava in profondità senza carezze. Va all’essenza delle fibre.

Così fa l’Arcano XIII.  
Non accarezza l’ego, non consola le abitudini. Ripulisce ciò che non è più utile alla nostra verità. Taglia. È un “Basta!” definitivo.
Nell’iconografia tradizionale, il suolo su cui avanza l’Arcano XIII è nero. Un nero che spesso inquieta, ma che raramente viene compreso: è un suolo bruciato. È la terra dopo l’incendio, quando tutto ciò che era superfluo è stato consumato dal fuoco.  
Nel linguaggio simbolico il nero non è il colore della morte, ma della potenzialità assoluta. È il colore dell’invisibile che precede la manifestazione.
L’Arcano XIII non rappresenta una morte fisica, ma un ritorno all’essenziale. È l’archetipo di quel momento in cui, con la nostra stessa essenza, diciamo basta. Basta a legami che non nutrono più, a ruoli che non ci appartengono, a identità costruite per sopravvivere ma non per vivere.  
La sua falce non è punitiva: è chirurgica.Taglia per liberare.

Come ricorda Bertoli, allievo di Alejandro Jodorowsky e profondo conoscitore della tarologia evolutiva:
“L’Arcano XIII non porta via la vita, porta via ciò che impedisce alla vita di scorrere. Non uccide l’essere umano, ma decapita le sue illusioni”.
E qui la cucina diventa maestra.  
Le patate sotto la cenere non vengono bollite, né arrostite alla fiamma viva. Cuociono lentamente protette da un calore residuale. Perdono l’eccesso, trattengono il nutrimento. La cenere le isola permettendo loro di tornare al loro sapore vero.
È lo stesso processo che l’Arcano XIII chiede all’essere umano: spogliarsi del superfluo per riscoprire ciò che è sostanza. Per tornare ad essere Veri. In quella verità solo ed esclusivamente nostra che non aggiunge, ma toglie per tornare alla propria libera Essenza.
Come noi affidiamo le patate alla cenere per restituirle nella loro perfetta sostanza, così l’Arcano XIII ci invita a consegnare alla sua falce ciò che ormai per noi e’ fuori tempo.
Non per distruggere, ma per restituire spazio.

Dove tutto sembra nero, in realtà il terreno è pronto.  
Dove il fuoco è passato, la vita sa tornare con più forza.  
E sotto la cenere, silenziosamente, qualcosa cuoce.  
È cucina dell’anima.  
È l’arte antica di tornare all’essenziale”.

Cari amici,

eccoci con voi ancora una volta con una ricetta fortemente simbolica, che ci racconta di noi stessi. Una ricetta che, oltre a riempirci la pancia, ci riempie l’anima di domande, ingredienti perfetti per la cottura della nostra personale biografia. Una ricetta pienamente in tema con il concetto di cucina relazionale, con cui si vorrebbe togliere importanza alla dimensione materiale per trasferirla a quella della relazione: di noi con il cibo, di noi con coloro i quali condividono con noi il cibo, di noi con noi stessi.


Che cosa ci racconta una patata sotto la cenere? Molte cose: una, per iniziare, è che la vita che a volte sembra scomparire sotto una coltre grigia e indifferenziata, sempre ritorna. Il tubero che sotto la terra nasce, sotto la cenere, che ancora serba memoria del fuoco che l’ha prodotta, torna a vivere per noi, diventa VIVANDA.

Questa trasposizione tra nascita e morte, in cui quella che sembra vita contiene in sé destino di morte (il “rischio di morte è il nascimento” di leopardiana memoria) e quello che invece ha parvenza di morte, diviene vita, alimento per noi, è fortemente indicativa.
Nella cenere, o sotto la cenere della nostra vita che si è consumata nell’esperienza anche noi rinasciamo, come l’araba fenice. La cottura sotto la cenere ci ricorda che noi siamo per il mondo tanto quanto il mondo è per noi, passaggio di Spirito che muta in forme.
Con la sola differenza che noi esseri umani, come diceva Gustavo Adolfo Rol, siamo effettivamente Spirito come tutto il resto del mondo visibile, ma “Spirito Intelligente”! Ovvero il nostro compito di esseri umani, cuochi dell’universo, è essere Spirito come tutto il resto del mondo, ma Spirito che intende, comprende, tesse relazioni. Spirito che conosce sé stesso e il suo posto nel mondo.

Qui è il cuore della nostra cucina. Usare il nostro fare per intendere chi siamo, cosa stiamo trasformando e come. Come, appunto: che cottura sarà mai, quella che subisce la patata sotto la cenere? Quale il nostro contributo? Dobbiamo bollirla, condirla, tagliarla, metterla al forno? Che azioni dobbiamo intraprendere per cuocerla? L’azione minima. Quasi nulla. Solo usare del fuoco che è stato, con le ceneri e le ultime braci, per far sì che la patata cuocia da sé, riveli con il minimo nostro contributo il valore della sua essenza per noi, esseri umani.

Il nostro ingrediente, in questo caso, più che “camminare” nella ricetta (dal latino in-gradior, letteralmente “camminare dentro”, elemento del mondo che si fa, tramite noi, vivanda), resta immobile, siede come in meditazione sotto la cenere e attende che il mondo fattosi cenere, memore del fuoco trasformatore, gli consenta di esprimere la propria essenza.

Meditare è come morire a sé stessi, sul proprio trono di meditazione, e la patata “muore” nella cenere.

C’è un detto popolare che dice essere di un ingrediente “la sua morte” proprio quell’abbinamento che lo rende perfetto, che è quello adatto a lui. Del melone il prosciutto è “la morte sua”, e viceversa. O del formaggio, le pere. Oggi ci confrontiamo con la carta dell’arcano XIII e la patata muore nella cenere ancora calda di braci.

Senza la morte non avremmo il movimento perenne della vita. E nella ricetta, semplicissima, di oggi, andiamo a raccontare proprio quel movimento che, dallo scomparire, prima sotto la terra e poi sotto la cenere per circa un’ora, a seconda della grossezza, eventualmente avvolta in alluminio per moderare la cottura, ci regala il giallo solare della polpa, pronta per nutrirci. Con la trasformazione, il tempo della festa: la polpa della patata cucinata sotto cenere non solo è di colore giallo intenso, ma è anche dolce e profumata. Possiamo abbinarla a varie salse, per uno spuntino perfetto. Ve ne suggeriamo alcune:

– Una salsa guacamole, che richiama anche il mondo ctonio che ha così grande importanza nella cultura messicana e centro americana: prendete un avocado o due, che sia maturo, lo schiacciate bene con la forchetta unendo olio evo e sale, il succo di mezzo limone e, finemente tritata, mezza cipolla e un peperone dolce cornuto

– Una salsa allo yogurt: yogurt bianco intero fresco, olio evo e sale, quindi mezzo cucchiaino di aglio secco, altrettanto di senape in pasta o in polvere ed erba cipollina tritata finemente

– Una salsa al radicchio: due gambe di radicchio tritate finemente e saltate in padella con olio evo, sale e vino rosso; aggiungete tre cucchiai di formaggio spalmabile, del formaggio vecchio grattato e ancora olio evo in modo da amalgamare il tutto.

A tutte queste salse andremo ad abbinare delle patate preparate sotto cenere.

Decisamente, per ciascuna di esse, la morte sua.

Buon appetito!


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