Se dovessi dare un nuovo nome alla carta della Giustizia, l’Arcano Maggiore numero VIII, la chiamerei Giustezza. Perché ciò che è “giusto” cambia con il tempo, la cultura, il contesto. È relativo, mutevole, spesso condizionato da sguardi esterni. Ma ciò che è giusto per noi, ciò che è funzionale, centrato, in linea con il nostro sentire profondo, quello no: quello è giusto e basta. È giustezza.
La parola giustizia richiama subito un concetto istituzionale, morale, spesso esterno.
È legata all’idea di norme, leggi, bilanciamento tra giusto e sbagliato secondo criteri sociali o universali. La Giustizia si appoggia su regole condivise, spesso imposte, che pretendono di essere imparziali. Eppure, nella vita reale, ciò che è “giusto” per uno può essere profondamente sbagliato per un altro.
Giustezza, invece, è un termine che vibra in un’altra frequenza. È un sentire interiore. È ciò che funziona, che risuona, che è equo per te, in quel preciso momento della tua vita. Non cerca l’approvazione, non segue regole esterne, ma una coerenza profonda con ciò che sei.
La giustizia giudica, valuta, premia o punisce.
La giustezza comprende, riconosce, integra.
La giustizia può essere fredda, razionale, scolpita nella pietra.
La giustezza è calda, viva, si adatta come l’acqua alla forma del cuore.
Nella carta della Giustizia la vediamo portare la spada e la bilancia. Quando parliamo di tarocchi evolutivi, la carta della Giustizia non è lì per dirti cosa è “giusto” fare secondo un codice morale. Ti chiede: “Sei fedele a te stessə? C’è armonia tra ciò che dici e ciò che fai? Tra ciò che desideri e ciò che permetti?”
Nella mia visione, la spada non è arma di giudizio, ma strumento di chiarezza: serve a recidere ciò che è confuso, a separare il superfluo dal necessario.
E sì, serve anche a tagliare il pane. A fare fette eque per tutte le nostre parti: il corpo, l’anima, la mente, i desideri. Nessuna parte può essere lasciata affamata.
La Giustezza ci guarda dritta negli occhi. Non abbassa lo sguardo. Non consola. Non fa sconti. Ci chiede se davvero siamo allineati con ciò che vogliamo essere. Se nutriamo tutte le parti del nostro essere con equità. Se diamo voce solo alla ragione e alla performance, o se sappiamo dare una fetta di pane anche alla nostra bambina interiore, al nostro corpo stanco, ai nostri sogni messi da parte.
Mi piace come Marco mi rimandi a un pane che non è solo nutrimento. È simbolo.
È sacramento laico. È l’elemento che spezza e unisce. Che divide per condividere. Preparare il pane, servirlo, mangiarlo insieme, è un atto di giustezza. In cucina, così come nella vita, giustezza è equilibrio: la giusta dose di sale, il tempo corretto di lievitazione, la temperatura ideale per la cottura. Non esiste una regola universale, ma esiste un punto in cui ogni ingrediente dà il meglio di sé. Così anche dentro di noi: trovare quella misura, quel centro, è l’arte della giustezza.
Nel percorso evolutivo, la giustizia/giustezza è quella voce che arriva quando smettiamo di mentirci. Quando iniziamo a vivere secondo la nostra verità, senza più rimandare.
Quindi, taglia il pane. Guardati negli occhi. Chiediti se stai nutrendo tutte le parti di te. Perché la giustezza, quella vera, non si misura in leggi o doveri. Si misura in verità condivisa. E in pane caldo, tagliato equamente per ogni te.
Alejandro Jodorowsky scrive: “La vera giustizia non è punire, ma comprendere”.
E allora, più che aspirare alla giustizia esterna, impariamo a coltivare la giustezza interna. Non per essere giudicanti e perfetti, ma per essere umani, pazienti, veri.
Il Pane e la Giustizia
“… e quando le spose impasteranno il pane buono sia il canto dell’amore.”
da “Antasdan. Benedizione per i campi dei quattro angoli del mondo” di Daniel Varujan (1884-1915).
Per fare un buon pane, serve una giusta Relazione. Tra noi, che prepariamo il cibo e gli in-gredienti (in- gradior), che camminano verso la nostra “ricetta”, pronta a “riceverli” donando ad essi un senso e una destinazione. Serve quella Relazione che illumina sia noi che loro, nella luce di una Verità del rapporto che si crea tramite la consapevolezza del preparare cibo, che è trasformazione del mondo.
Noi, realizzando una ricetta, trasformiamo il mondo, realizziamo il nostro compito di Esseri Umani.
Possiamo porci di fronte a questo fatto in modo automatico (ad esempio, eseguire pedissequamente una ricetta scritta, senza porci la questione di quel che stiamo facendo); oppure in modo autentico, accendendo la nostra consapevolezza, cogliendo interiormente il senso della nostra azione di trasformazione, attivando la nostra immaginazione e prefigurando l’azione in una proiezione creativa di quello a cui questa azione porterà, il “prodotto finito”.
Sono due modi consueti e in realtà entrambi validi. Nella vita non si butta via niente e tutto diventa terreno buono per coltivare, esperienza: anche la modalità automatica è utile per azioni ripetitive come guidare l’auto, e libera in noi risorse di attenzione.
Ma è necessario anche portare vita alla nostra relazione con le cose, mettere in discussione, uscire dalla rigidità congelante di una azione ripetitiva, riattivare il calore del gioco. Nella modalità autentica si rifà il punto e ci si pone la questione di quel che è giusto fare.
Oggi affrontiamo la carta della Giustizia e, prima di proporvi una ricetta del pane fatto in casa che, come la Giustizia, chiede l’applicazione di una “misura”, di una bilancia, e che non può prescindere da noi che agiamo, vi racconto qui una storiella che riferisce Rudolf Steiner all’interno di una serie di conferenze dedicate ai “Sensi”.
C’era un ragazzo molto semplice e poco pratico di numeri che ogni settimana riceveva 10 soldi per andare in paese a comprare dei pani, ciascuno dei quali costava 2 soldi. Ogni settimana se ne tornava a casa con sei pani. Arriva un giorno un suo amico molto più pratico di regole e numeri, con cui il ragazzo semplice si confronta.
All’amico risulta immediato verificare che qualcosa non risulta giusto: con 10 soldi i pani dovrebbero essere 5 e non 6. Rimanda allora l’amico sempliciotto a prendere il pane nel paese, ma ancora l’amico torna con 6 pani. La deduzione che ne fa è che l’amico abbia rubato il pane o il fornaio si sia sbagliato. Ma in realtà, anche se non sembra “giusto”, l’amico semplice era interprete di una azione “vera”. Perché, nel nostro esempio, l’amico pratico di numeri e regole NON SAPEVA che in quel paese, ogni 5 pani, ne veniva dato di regola uno in omaggio.
Noi abbiamo bisogno di sapere, di conoscere il mondo che siamo destinati a trasformare. L’esempio molto semplice ed apparentemente banale nasconde una grande saggezza: noi possiamo capire come relazionarci alle cose solo se ci adattiamo alle loro regole, se entriamo in intimità con loro, non se applichiamo in modo freddo e arido le nostre regole imparate come giuste. Rischiamo di scontrarci con il vero e di agire in modo falso.
È fondamentale osservare gli ingredienti, cogliere quello che essi vogliono comunicare a noi: in antroposofia questa modalità di osservazione viene definita “goethiana”, perché per la prima volta ha tentato di applicarla il grande poeta e scienziato tedesco Johann Wolfgang von Goethe: nel suo approccio il soggetto osservante non scompare, come nell’osservazione naturalistica, ma è parte della relazione.
Meglio sbagliare, a volte, piuttosto che escludere la possibilità immaginativa di relazionarci agli ingredienti in modo creativo. Perché qui sta il punto: è proprio questo il modo GIUSTO per noi di approcciarci, quello della nostra relazione consapevole, quello che Francesca chiama GIUSTEZZA. Il modo che cerca nelle cose la Verità (oltre che la Via e la Vita) e inventa in sé una Relazione che gli corrisponde.
Con il pane questo è molto chiaro. Nel fare il pane, ci confrontiamo con una cosa viva: batteri, lieviti, microorganismi. Noi, impastando acqua e farina, creiamo per loro un ambiente di vita e un alimento. Un ambiente, perché impastando formiamo la “rete glutinica”, un tessuto di molecole che consentirà al pane di gonfiare, imprigionando i gas che derivano come sottoprodotto della loro alimentazione. E un alimento, l’amido, che li nutrirà, venendo scisso in zuccheri e alcoli, che forniranno aroma e caratteristiche organolettiche, assieme a tutti i sottoprodotti che ne derivano, al sale e all’olio.
Il tempo, combinato con una temperatura ambientale adeguata, con le caratteristiche della farina e la quantità di liquido, porterà a raddoppiare o triplicare il volume del nostro impasto e lo renderà pronto per essere fissato nel fuoco del forno, per poi potercene cibare.
Ecco, questo è il punto fondamentale. Nel pane è difficile avere il controllo di tutti gli elementi di partenza (ad esempio la temperatura), ma è necessario cogliere il momento giusto per agire in base a quel che vediamo accadere.
Ecco alcuni elementi per prepararvi un buon pane di casa:

