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Biologico, una carta vincente per ‘l’Ue

Intervista al presidente di Federbio

Dallo scorso luglio, i prodotti biologici europei sono contraddistinti da un nuovo logo: una foglia stilizzata composta da stelle bianche su sfondo verde, pensato per aiutare i consumatori nella loro ricerca di qualità al momento dell’acquisto. Oltre al logo, infatti, i prodotti devono indicare la provenienza europea o da paesi terzi degli ingredienti, e nel caso di materie prime che provengano tutte dallo stesso paese, è anche possibile sostituire la dicitura “Agricoltura UE” con l’indicazione della nazione d’origine.

Un significativo aiuto per l’agricoltura biologica italiana, che della tipicità fa una delle sue bandiere. Ma la battaglia per mantenere il primato che storicamente il nostro paese vanta in campo biologico non è certo vinta, così come quella per garantire la tutela dei consumatori. Sullo stato di salute del settore, sulle novità legislative e sui progetti che si vanno realizzando, ecco l’opinione del presidente di Federbio, la federazione che rappresenta il biologico italiano, Paolo Carnemolla.
«Per il consumatore avere un solo logo di riferimento è fondamentale, meglio ancora se istituzionale e che identifica il sistema di norme e di certificazione che l’Europa ha messo in campo fin dal 1991. Esiste una sola produzione biologica europea e ciò che il nuovo regolamento europeo offre al consumatore è più che sufficiente per distinguere i prodotti biologici da tutti gli altri prodotti alimentari. Ulteriori distinzioni sono pericolose e insensate nell’ambito del mercato europeo e globale del biologico, possono avere invece senso per canali di mercato particolari o per particolari prodotti in relazione a specifiche esigenze degli acquirenti. Credo piuttosto nell’opportunità di abbinare il più possibile il logo del bio ad altri loghi europei, come nel caso delle produzioni tipiche certificate, oppure all’abbinamento a loghi nazionali se questi consentono di sviluppare campagne informative adeguate e di rendere evidente il ruolo dello Stato membro nella garanzia di funzionamento del sistema di certificazione».
Coldiretti, e non è la sola, sta investendo con forza sui mercati dei produttori e sul consumo di prodotti locali. Se un prodotto biologico arriva dalla Cina, non le pare poco appetibile rispetto alla ricerca di tipicità e distintività che tanto sembra piacere al consumatore?
«E’ indubbio che il biologico slegato dal territorio e dalla stagionalità e svilito nelle qualità organolettiche e nutrizionali da filiere troppo lunghe non ha senso. E deve comunque essere garantito un sistema di regole e di concorrenza equo e trasparente per impedire una concorrenza sleale verso i produttori locali, anzitutto mettendo in chiaro origine e costi di produzione. Tuttavia il biologico non  può temere la globalizzazione, specie considerato che l’Italia è fra i principali paesi esportatori di bio nel mondo proprio perché ha un territorio vocato. Gran parte dell’Europa del nord mangerebbe assai poco biologico se dovesse limitarsi al consumo del prodotto locale. Sono fondamentali l’educazione dei consumatori sulla stagionalità e sulla qualità dei cibi, oltre che un’etichettatura trasparente e comportamenti etici da parte delle imprese e del mercato».
Ma la certificazione, così come oggi è disciplinata, offre sufficienti garanzie?
«Nei giorni scorsi FederBio ha presentato in un convegno a Roma i dati dell’attività svolta nel 2009 da cui si evidenzia una notevole sproporzione fra la quantità di controlli che riguardano le imprese bio e le analoghe convenzionali, che hanno probabilità bassissime di essere verificate. Inoltre sia i dati degli organismi di certificazione che quelli delle Autorità pubbliche di vigilanza mostrano le stesse percentuali di casi sospetti o di frodi, dunque il sistema funziona ormai sostanzialmente bene. E’ però evidente che c’è ancora lavoro da fare per migliorare l’efficacia della notevole quantità di adempimenti e lavoro che viene svolto e per questo FederBio sta ulteriormente implementando un proprio Piano d’azione per il rafforzamento delle garanzie della certificazione bio. Deve essere migliorata e strutturata la circolazione di alcune informazioni sensibili e la collaborazione fra organismi di certificazione autorizzati e le Autorità pubbliche di controllo, in modo da rendere sinergici i due versanti di attività e aumentare così la capacità di indagine e d’intervento, specie ora che il mercato è in forte crescita».
In vista della riforma della politica agricola comune, quale ruolo ritiene che l’agricoltura biologica giochi oggi e possa giocare in futuro?
«Credo che se si legge la comunicazione del Commissario europeo all’agricoltura al Parlamento dello scorso 18 novembre risulti assai chiaro che il biologico non potrà che avere grandi opportunità dalla riforma della PAC. Si tratta ormai di un’evoluzione naturale delle politiche che può consentire al bio di mettere in valore la propria capacità di conciliare sostenibilità, multifunzionalità e mercato».
L’Italia è stata a lungo uno dei paesi pionieri del biologico. Le politiche governative, le associazioni di settore, gli imprenditori agricoli sono oggi in grado di far conservare al nostro paese una posizione leader, oppure no?
«Essere leader non credo significhi solo avere numeri adeguati, ma avere anche una capacità riconosciuta di esempio e di traino sui diversi fronti, da quello normativo a quello tecnico-scientifico e al mercato. In tal senso è chiaro che la leadership italiana si è retta fino ad ora solo sulle dimensioni del settore e sulla struttura commerciale, anche per il posizionamento strategico fra la straordinaria zona produttiva del Mediterraneo e il mercato europeo. Credo che la situazione generale dell’agricoltura italiana e le prospettive aperte sia dall’avvio della discussione sulla riforma della PAC che dalla creazione dell’area di libero scambio euro-mediterranea e dal riconoscimento della dieta mediterranea da parte dell’UNESCO, possano essere una straordinaria occasione per l’Italia di puntare a una leadership di rilievo non solo di natura produttiva e commerciale proprio a partire dal biologico. Spero che la politica torni quindi a occuparsi dei gradi progetti per il futuro del paese e che le organizzazioni agricole e imprenditoriali a vocazione generale capiscano le vere opportunità per il futuro delle nostre imprese e del nostro paese».
In queste settimane sono stati organizzati una serie di appuntamenti culminati con la prima assemblea nazionale dei produttori biologici. Quali obiettivi vanno raggiunti oggi?
«Il mercato cresce a due cifre e le imprese agricole biologiche calano, questo vuol dire che questa parte fondamentale del settore e della filiera è in difficoltà. Con le assemblee regionali e l’appuntamento di Milano del 7 e 8 febbraio FederBio intende rimettere al centro dell’attenzione i produttori biologici italiani, ridandogli voce e rappresentanza e cercando di lavorare al loro fianco per trovare strumenti utili affinchè la crescita del mercato del bio li coinvolga e non li emargini».
L’ultimo Sana ha lasciato dietro di sé uno strascico di polemiche. Qual è il suo giudizio sulla manifestazione e più in generale sull’offerta fieristica che riguarda il biologico?
«E’ ormai evidente che gli errori del passato e la complessità del settore hanno reso davvero difficile realizzare una manifestazione fieristica che sia di tutto il settore e che sia in grado di muovere attenzione e mercato attorno al bio italiano. Credo sia venuto il momento di scindere gli eventi che devono comunicare i valori e le garanzie del biologico dalle occasioni di incontro fra operatori commerciali, che non necessariamente devono essere uniche e dedicate. Forse è venuto il momento che il biologico entri a tutti gli effetti nell’offerta dell’alimentare italiano di qualità e del territorio, dunque che sia in tutti quei momenti in cui l’Italia mette in mostra il meglio della propria agricoltura e produzione alimentare di eccellenza».

(Biolcalenda Febbraio 2011)

 


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