Applausi?

Alla parola "applauso" (Manifestazione spontanea e clamorosa di favore e di approvazione, espressa battendo le mani; per estensione: approvazione, consenso, lode. Diz. Zingarelli) quale associazione facciamo?

Sembra che l’applauso sia una manifestazione collettiva, iniziata nei teatri francesi e inglesi nel 1700 quando i cantanti come Pacchiarotti o Farinelli (generalmente castrati per mantenere le, così dette, voci bianche) riuscivano ad emozionare il pubblico facendolo ridere o piangere, la cosa allora fece scalpore e si propagò come una moda.

Per cui, da allora, alla fine di ogni spettacolo è abitudine applaudire o eventualmente fischiare. Da qualche anno s’è diffusa l’abitudine di applaudire a qualsiasi manifestazione o rito collettivo, compresi i funerali. E’ evidente che, nel caso dei funerali, il significato dell’applauso muta, forse rimane un tenue collegamento con la lode per il personaggio giunto a conclusione della vita, ma non per l’avvenimento in sé, cioè la sua morte. O forse sì?

La recente scomparsa del Papa Giovanni Paolo II°, che ha determinato una manifestazione, in gran parte spontanea, di enorme partecipazione all’annuncio della sua imminente fine, ha scatenato all’annuncio della sua morte un applauso altrettanto spontaneo, enorme e moltiplicato dai sistemi di comunicazione di massa. Non una preghiera rituale, non un pianto generale, non un silenzio attonito, ma un applauso. Perché? Certo i presenti volevano manifestare la loro partecipazione e, evidentemente, non bastava essere là, vicino, in piazza San Pietro, volevano manifestare la lode, l’approvazione per una vita dedicata alla comunicazione di valori quali la pace, la fratellanza, la difesa della vita, forse l’emozione per il mistero Spirituale.

Purtroppo i presenti in piazza sono persone che vivono oggi e come tali non hanno, o hanno dimenticato, il valore del silenzio, che permette di sentire la "musica delle sfere", ma sentono le emozioni in modo non diverso da quando assistono a un concerto o ad uno spettacolo teatrale o televisivo.

La nostra società dello spettacolo ha trasformato ogni cosa in "comunicazione – reale – virtuale": sia il crollo delle "Torri Gemelle", sia la morte per bombardamento o per fame, sia per "tsunami", tutto è spettacolo, da consumare velocemente.

Ci sono, però, anche delle regole che distinguono uno spettacolo reale da uno artificiale, anche se poi tutto diventa virtuale: è la presenza del così detto "pubblico in sala", da distinguere dal pubblico televisivo, la cui partecipazione è diversa. Il pubblico in sala è parte dello spettacolo ed ha, a differenza del pubblico a casa, la facoltà, anzi il dovere, di applaudire.


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