E allora?

I segnali si stanno evidenziando oltre ogni possibile "far finta di niente". Ognuno di noi può scegliere a quale settore della realtà riferirsi per osservare ciò che indica un degrado, uno squilibrio, un'evidente annunciato disastro. Meteorologia, ambiente, economia, politica, giustizia sociale, criminalità, vita quotidiana, eccetera, eccetera.

Dalle condizioni del tempo ad alcune piccole cose quotidiane tutto sembra degradare verso un punto di non ritorno. Quanto, tutto questo sia dovuto alla nostra personale insoddisfazione dovuta a chissà quale psicologica motivazione equanto sia lucida ed obiettiva valutazione dei fatti è difficile dirlo. Certo una delle attività umane più efficaci è la capacità di consolarsi:"Godiamoci, per quanto è possibile la vita, 'di doman non v'è certezza'".

Godere del presente non è un cattivo consiglio, infatti è nel presente che, illuminato dal passato, noi possiamo proiettare la costruzione del futuro. Ma è proprio quila questione: siamo in grado di essere presenti, ora, in noi stessi? Se riusciamo a sviluppare in noi sufficienti nozioni critiche, se volete "antipatiche" verso una realtà che non ci soddisfa, forse riusciremo a sviluppare anche cognizioni razionali in grado di trovare soluzioni. Deve essere chiaro che se la "simpatia" per il nostro mondo contemporaneo predomina il nostro modo di pensare, non abbiamo bisognodi cercare soluzioni.

Ma se così non è, dobbiamo prendere coscienza che qualcosa dobbiamo fare, cominciando magari da noi stessi, cambiando qualche abitudine, modificando l'approccio con le cose che ci circondano e che hanno così riempito la nostra vita da ottenebrare una visione più ampia o disincantata della realtà. Rompere l'inganno che ci fa credere che nulla di meglio sia possibile di ciò che ci capita. Ad esempio credere che la felicità sia produrre rifiuti. La nostra società ha la sua massima espressione nella produzione dei rifiuti: dall'energia che usa al cibo che mangia produce soprattutto scorie difficilmente riciclabili. Trasformare la terra in una enorme discarica sembra diventato l'imperativo categorico a cui non ci si può sottrarre perché lo sviluppo lo richiede e senza sviluppo siamo poveri e la povertà è la massima iattura e dannazione che può capitare all'uomo contemporaneo. Ci dicono che solo la ricchezza può essere la soluzione dalla miseria, ma quale ricchezza? Forse la capacità d'essere felici della bellezza che una volta la natura ci donava gratuitamente? Forse l'amore e il tempo per amare che oggi manca sostituito dalla "regalia" perché il tempo è denaro? Se desideriamo veramente la felicità dobbiamo impoverire, dobbiamo liberarci dall'obbligo di avere.


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