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Autosufficienza e organismo agricolo

Nel corso sull’agricoltura del 1924 Rudolf Steiner sottolineò l’importanza per un’azienda agricola di poter essere quasi completamente autosufficiente e indipendente per quel che riguarda l’approvvigionamento dall’esterno di materie prime o risorse energetiche. E sottolineò il valore di quello che in agricoltura biodinamica viene definito il ciclo chiuso ma non per isolarsi o estraniarsi dal mondo circostante, bensì per evitare di dover dipendere in tutto e per tutto da elementi o soggetti esterni. Ma anche e soprattutto per l’equilibrio energetico (va ricordato che il ciclo chiuso favorisce anche la fertilità).

Secondo il Global Footprint Network ogni anno vengono utilizzate le risorse di 1,3 pianeti ed entro il 2030, se non vi sarà un’inversione di tendenza, si arriverà a consumare ogni anno le risorse di 2 pianeti. Ci vuol poco a capire che questa è una forma di malattia che va assolutamente curata e che lo stesso Steiner, come spesso accade, arriva ad intuire in anticipo dando appunto indicazioni ben precise, poiché attraverso la creazione dell’organismo agricolo sano si crea un rapporto di equilibrio tra consumo e produzione di risorse.

Negli archivi di storia dell’agricoltura italiana, tra l’altro, è citato un episodio che induce a riflettere su quella che viene definita saggezza contadina (di un tempo), e la dice lunga invece sull’odierna condizione: tra il 1800 ed il 1850 circa, un agronomo di nome Ridolfi stava operando per portare innovazioni e miglioramenti in ambito agricolo. Va detto che in quel periodo si stava affermando sempre più il metodo scientifico e Ridolfi voleva apportare miglioramenti all’aratro in modo da ottenere una più efficace azione sul terreno attraverso l’aratura. Apportando alcune modifiche all’aratro che permettessero una maggiore profondità nella lavorazione del suolo ed un più efficace rovesciamento della zolla di terra si voleva rendere questo attrezzo più efficiente.

Ridolfi si rivolse poi ad alcuni contadini chiedendo loro di provare il nuovo tipo di aratro. Dopo il periodo di prova tornò da loro e questi gli dissero che sì effettivamente il nuovo attrezzo lavorava il terreno più in profondità ed il risultato era buono ma che comunque non erano soddisfatti perché i buoi alla sera erano molto più stanchi (in quel periodo si usavano ancora gli animali). Oltre al fatto di vedere gli animali sofferenti, il problema era che questi avevano molto più appetito avendo consumato più energia per riuscire a trainare il nuovo aratro. Il nuovo tipo di aratro andando più in profondità richiedeva uno sforzo maggiore per essere trainato. Di conseguenza la considerazione dei contadini fu che si sarebbe consumata più energia di quella prodotta. Il foraggio prodotto all’interno dell’azienda non sarebbe stato sufficiente a sfamare gli animali rendendo necessario un approvvigionamento esterno di materie prime. In poche parole si sarebbero rotti gli equilibri. E per questo motivo il nuovo attrezzo fu rifiutato.

Senza entrare nel merito dei pro e dei contro per quanto riguarda la pratica dell’aratura, poiché si ha l’inversione degli strati del terreno, va detto che con l’introduzione delle macchine agricole nei decenni a seguire si affermarono nuove tipologie di attrezzi, tra cui l’aratro. Di fatto poi si considerò sempre meno il concetto di equilibrio energetico.

Ovviamente con questa storia non si vuole demonizzare l’innovazione, e non si vuole nemmeno desiderare un ritorno al passato ed a condizioni di vita non certo invidiabili. Quello che indubbiamente stupisce è il modo di pensare ed il modo di valutare di queste persone. È un tipico esempio di saggezza vera, buon senso e praticità. Questo tipo di equilibri e considerazioni è venuto meno dal momento in cui si è cominciato a pensare esclusivamente al profitto.

La realtà agricola dovrebbe tendere, per quanto possibile, all’autonomia attraverso la formazione di quello che viene definito organismo agricolo che rappresenta uno dei concetti di fondo dell’agricoltura biodinamica.  


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