L’editoriale di Maggio

Semplice
La parola latina “Simplex” è composta da sem – ‘una volta’ e plectere ‘intrecciare’ con un significato di “intrecciato una sola volta”. Il termine “Sem”  radice indoeuropea dell’unità e dell’identità, attestata anche nelle aree greca (heis ‘uno’ da *sems), germanica, slava, indoiranica. Sem-pre (lat. Semper) definisce la durata in quanto “unica”, senza limiti.

Oggi dobbiamo constatare come la corruzione morale si riflette anche nel linguaggio e una parola così “complessa”, che riassume in sé etica, estetica ed eros, viene deformata ed usata con connotati dispregiativi, per persone e cose, come: ingenuo, sciocco, facile, sempliciotto, sprovveduto, allocco, babbeo, tonto, credulone, superficiale, incapace e chi più ne ha, più ne metta.

Ad essere sinceri raggiungere la semplicità non è un fatto semplice.

Essere semplici richiede sforzo e concentrazione e, soprattutto, un grado di verità raggiunta in grado di svelare ciò che altrimenti risulta oscuro, complicato, appunto. Fare l’elogio del “semplice”, nel nostro mondo contemporaneo è quasi opera vana. Un mondo dominato dall’insensibilità non riesce ad avvicinarsi all’estetica (sensibilità per i greci) e quindi tenta di coprire ciò che è “brutto” con veli o carrozzerie, luccichii e lustrini, profumi o aromi. All’inizio della modernità, nel Rinascimento italiano, il degrado era ancora percepito, per cui il “dipingere” era considerato come copertura del vero (“sepolcri imbiancati” Mt. 23, 13 – 32 ): infatti la parola fingere è l’origine di pittura (phinse, pinse). Coprire il degrado è diventato così “sentito” e diffuso da essere considerato obbligatorio, una virtù nazionale e individuale, come se ciò che non è coperto fosse scandaloso, non per intrinseche ragioni (pudore o corruzione), ma come se la verità fosse per sua natura corrotta e il pudore ci imponesse di coprirla.

Dal volto al cibo tutto tende ad essere dipinto, dall’abito al muro di casa. Le conseguenze di una generalizzata visione del mondo, che tende a complicare per coprire, non sono solo estetiche, ma etiche, economiche, ecologiche, igieniche. Per pulire non laviamo, ma disinfettiamo, sterilizziamo; l’odore delle cose è coperto dal profumo, dall’aroma artificiale, dal deodorante. La natura delle cose, dei materiali, perfino delle piante, è artefatto, coperto e sostituito. Una delle meraviglie del degrado profondo in cui siamo immersi sono esemplificati dai fiori di plastica indistruttibili, coloratissimi, apparentemente eterni, che rivelano come venga intesa quella parte di natura utilizzata anch’essa come copertura, falsa natura per falsificare la morte. Sembra che l’umanità contemporanea abbia sviluppato il terrore per ciò che è semplice, naturale e inevitabile come la vita e la morte e, come conseguenza di ciò, copra la morte con l’apparenza della vita e la vita con la morte, sintetica però. La metamorfosi, l’odore della putrefazione che si intreccia con il profumo della fermentazione e si intervalla con il rancido, sembra diventata incomprensibile: preferiamo gli idrocarburi aromatici, gli sterilizzanti clorati.

Ormai città e campagna hanno la stessa puzza e quando, magari in primavera, emerge la potenza vitale e l’etere manifesta la sua magnificenza che supera la copertura, ecco lo starnuto, il rifiuto, che chiamiamo allergia. Peccato che non manifestiamo allergia quando si scopre l’altrettanto potente e diffusa corruzione, l’etica sembra capovolta e diventa morale (costume) chi ricicla denaro sporco della mafia, furbetto chi percorre i meandri della finanza speculativa al limite della truffa, chi promette il falso e sfrutta il prossimo in modo indegno, coprendo ogni malefatta con volute e contorsioni imbiancate dalla ricchezza. Il potere della ricchezza diventa etico: non conta quanti intrecci, innominabili, abbia richiesto. La semplicità ne richiede solo uno, un intreccio, una vita.

Parole: intrecciato una sola volta

Biolcalenda Maggio 2012


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