È questo, sicuramente, il tempo dei papi: uno, Bergoglio, se ne è appena andato, l’altro, Prevost, comincia ora il suo cammino.
Nell’esortazione apostolica ”Evangelii gaudium”del 2013, il suo manifesto programmatico, Francesco scriveva: Preferisco una chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata, aggrappata alle sue sicurezze, chiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti. Spesso ci comportiamo come controllori della grazia altrui, ma la Chiesa non è una dogana, è la Casa del Padre dove c’è posto per ciascuno con la sua vita faticosa.
Da qui l’accoglienza e non la condanna, l’attenzione per i non credenti, il dialogo con l’uomo attraverso la sua vita, l’opposizione ai divieti morali dogmatici.
Idee innovatrici, rivoluzionarie per le quali ha pagato un costo altissimo.
Non solo questo, ma soprattutto la sua continua attenzione alla violenza delle guerre e al disastro climatico.
Le tematiche ambientali sono strettamente collegate alla forte crisi sociale, così come la considerazione e il rispetto per ogni tipo di diversità; il grido assordante della Terra malata è continuamente inascoltato, da ciò deriva la sofferenza degli uomini, i più emarginati, come gli indigeni dell’America Latina che subiscono gli effetti derivanti dalla deforestazione, dagli incendi, dalle monocolture intensive.
Ma anche noi occidentali cominciamo ad avvertire il distacco dalla natura; non viviamo più il fascino del mistero che regola le leggi del mondo naturale e fatichiamo a sentire il senso di appartenenza.
Per molti la natura va dominata, usata, finché viene irrimediabilmente rovinata.
È il tempo, per noi, della confusione, dello smarrimento, dell’angoscia.
Non ci sono più certezze e riferimenti.
È come se fossimo liberi di andare ovunque, ma senza qualcuno che ci indichi la direzione giusta; si diventa così insicuri, preoccupati, sperduti. Di conseguenza, ci troviamo in una sempre più crescente difficoltà di fronte ai più forti.
Denaro e potere, uniti, erodono lentamente la democrazia, fino alla sua distruzione.
Senza che ce ne accorgiamo.
È tempo che ci rendiamo conto di cos’è la democrazia: la sostituzione dello scontro tra le persone con il confronto tra le idee. Dalla critica al soggetto alla critica all’oggetto.
È il trionfo del pluralismo, non degli egoismi individuali.
La democrazia per noi europei è stata una conquista faticosa, la più grande rivoluzione dall’antichità, e la viviamo in pieno da appena ottant’anni!
È tempo che impariamo a difenderla.
Forse è il momento di ripensare la cultura umanistica nella società di oggi.
Il senso di una formazione umanistica sta nella misura in cui aiuta a decentrarci in vari modi: incoraggia a guardare oltre il proprio punto di vista, favorisce una comprensione della storia e del contesto, promuove l’empatia e la capacità di relazione con gli altri.
Inoltre ci permette di osservare da vicino i giganti del mondo per poterli umanizzare, criticare, superare.
“Imparare a pensare” vuol dire riscrivere la scala delle priorità conferendo a quei pensieri un ordine e una forma.
La pace.
È importante soprattutto come si parla di pace.
L’Italia vende armi a chi compie stragi umanitarie (per Israele siamo i terzi fornitori)!
Non c’è pace con il riarmo.
Mettere soldi per le armi significa anche, fra l’altro, toglierle all’istruzione in un paese già poco acculturato.
È in atto una rivoluzione in cui le istituzioni vengono svuotate dall’interno da persone che le usano per i propri scopi.
Oggi si vive troppo di paura; se questa si supera, si può attuare un vero incontro con gli altri e costruire un percorso di vera pace e prosperità.
Senza unità non c’è speranza di sconfiggere i grandi della terra. Le grandi balene.
L’esperienza rivoluzionaria di papa Francesco dovrebbe ora essere trasformata in progetto politico. Sarà possibile?
Non occupare spazi, ma aprire processi (papa Francesco I°).
