Organismi manipolati e mercificati

Ha suscitato molto interesse, ma anche scalpore, l'annuncio che un'azienda privata, la "Celera Genomics" di Craig Venter, abbia completato la mappatura del genoma umano, battendo sul tempo tutte le principali Università ed Enti Pubblici del mondo, riuniti attorno al progetto "Genoma Umano", ideato dal Premio Nobel Dulbecco già da vari anni.

Ma le attuali scoperte avranno per il momento ben pochi effetti positivi per l'uomo, sia perché non si conoscono ancora le funzioni di molti geni sequenziati, sia perché non si potrà passare facilmente, se non in tempi lunghi, dalla decodificazio-ne dei geni all'applicazione pratica, per esempio nella terapia genica.

In compenso i geni saranno usati quasi subito per test diagnostici, la cui utilità è molto discutibile quando siamo in presenza di malattie che non si possono né prevenire né curare. Non c'è, infatti, alcun vantaggio a sapere anni prima che il proprio figlio morirà di una malattia incurabile, mentre c'è un vantaggio per quelle società di assicurazione o per altre aziende che decideranno chi scegliere, chi assicurare (o chi assumere) in base a tali test. In pratica anche la decodificazione del genoma, annunciato dalla "Celera Genomics", che ha già chiesto il brevetto per oltre 30000 geni umani, mostra la tendenza a trasformare l'uomo in merce ed in generale ogni essere vivente in oggetto brevettabile e commerciabile. E' questa la preoccupante tendenza sia nel campo delle applicazioni mediche, anche quando sono utili, che ancor di più, nelle applicazioni non necessarie, né tanto meno utili, delle biotecnologie al settore agroalimentare.

Per evitare tale mercificazione si deve, pur garantendo autonomia e libertà alla ricerca, evitare che le applicazioni tecnologiche di tali ricerche, in nome del mercato e del profitto delle aziende, prevalgano sulla sicurezza ambientale e sanitaria e compromettano i diritti dei cittadini e dei popoli. Le attuali norme e strutture europee, in nome di un mercato che trasforma in oggetti-macchine gli esseri viventi, non hanno impedito né "mucca pazza" né pollo alla diossina. Istituzioni e sistemi di controllo dovrebbero essere coordinati tra loro per garantire una reale verifica di tutti i passaggi della filiera produttiva, attraverso certificazioni in ogni fase della produzione.

Inoltre il criterio che deve ispirare la sicurezza alimentare deve essere il principio di precauzione: cioè un prodotto è sicuro quando, al di là di ogni ragionevole dubbio, non comporta rischi. Finora invece si è adottato il criterio per cui un prodotto non è pericoloso fintanto che non si sono riscontrati (e contati) danni, malati e morti.

Troppo spesso si invoca, a soluzione di ogni problema, il liberismo economico che ha portato ai monopoli, come nel settore agroalimentare, dove poche multinazionali controllano il mercato dei prodotti chimici, delle sementi e delle modifiche biotecnologiche, mentre il mercato dovrebbe definirsi libero quando vi è rispetto della concorrenza e sono messi sullo stesso piano produttori e consumatori. Ma i consumatori, per stare sullo stesso piano, devono avere accesso alle informazioni e i prodotti devono essere ottenuti in modo realmente trasparente. Ciò significa che, ad esempio, oltre ad una etichetta di contenuto, (che elenca cosa c'è nel prodotto) vi dovrebbe essere un'etichetta di processo, o di filiera, che spieghi come è stato ottenuto il prodotto, dal campo fino alla trasformazione finale come avviene già oggi per i prodotti biologici. Oggi è proprio la mancanza di un'etichetta di filiera che vanifica ogni tentativo di etichettare i prodotti transgenici. Infatti, anche il nuovo Regolamento Europeo n. 49 del 2000, non obbliga a certificare i prodotti transgenici lungo tutta la filiera produttiva, a partire dal seme impiegato nel campo coltivato, ma si limita a obbligare l'azienda di trasformazione a dire se ci sono o meno residui di piante transgeniche, con una tolleranza dell'1%, sulla base della presenza o meno del gene modificato. Ma nel prodotto finale si possono avere derivati di piante transgeniche, nei quali non c'è più il gene modificato, che possono comportare ugualmente dei rischi, sulla base dei quali il consumatore ha il diritto di poter scegliere. Inoltre la mancata certificazione della materia prima fornirà l'alibi alle aziende di trasformazione per non etichettare il prodotto, tanto più che l'Unione Europea non ha ancora validato un metodo per determinare la quantità di organismi transgenici presenti in un prodotto.


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