La cucina dei Tarocchi – La Stella

L’idea di questa rubrica su Cucina e Tarocchi è nata insieme a Marco Boscarato dopo che abbiamo organizzato una cena e l’abbiamo chiamata “A cena con i Tarocchi”, equivocando sul gioco di parole tra le carte dei tarocchi e le arance tarocco.

In quell’occasione il menù fu a base di arance e ovviamente la carta che ci fece da padrona fu proprio la carta della Stella, ispirandosi anche nome del ristorante che Marco gestisce con sua moglie, la mia cara Alessia: Casa La Buona Stella.

Effettivamente la Stella può essere solo buona perché se c’è una carta nei Tarocchi che, più di tutte, parla il linguaggio della fiducia, questa è la Stella. Una donna nuda, inginocchiata a terra, versa acqua da due anfore, una nella terra, una nell’acqua.
Nuda come chi non ha più bisogno di difese, aperta come chi ha attraversato la notte e ora può donarsi. Dietro di lei, un albero. E se quell’albero fosse un arancio? Un arancio tarocco, proprio come quelli che maturano nei giardini assolati della Sicilia?
In verità non è solo un gioco poetico. È un richiamo simbolico profondo.
Le arance, frutti dorati, arrivarono in Italia probabilmente attorno all’anno 1000 grazie agli Arabi. Ma furono i Portoghesi a diffondere la varietà dolce nel Rinascimento, rendendole simbolo di abbondanza, fertilità e luce.
Non a caso, nelle opere rinascimentali, compaiono spesso come metafora del paradiso terrestre: si pensi al Giardino delle Arance nel quadro de “La Primavera” del Botticelli, conservato agli Uffizi di Firenze, dove le fronde di agrumi avvolgono le tre Grazie in un’atmosfera di bellezza eterea.  
Nel linguaggio alchemico e pittorico, l’arancio è il sole che si può mangiare. È il fuoco dolce che nutre, il dono della natura che scalda l’inverno.

Ed è allora che possiamo donare, come la Stella, come l’arancio, come chi non teme di essere visto.
Come la donna della Stella, che non trattiene nulla per sé. Versa le sue acque con fiducia nel ciclo della vita. Perché l’abbondanza, se non è condivisa, si irrigidisce, marcisce. L’arancia matura, se non viene raccolta, cade e marcisce. Così anche il nostro talento, la nostra luce, se non trova una via per fluire, si perde.

L’abbondanza è un flusso. E l’arancio, come la carta della Stella, ci ricorda che la bellezza più profonda è quella che sa donarsi senza paura.  
Jodorowsky ci dice che la Stella ci parla della nostra essenza profonda, spogliata da ogni maschera, libera, danzante in armonia con il cosmo.
E allora, quando ci sentiamo svuotati, possiamo ricordare le arance.  Che nascono nel cuore dell’inverno.  

Nella carta della Stella c’è pure un piccolo uccellino nero assiso tra le fronde degli alberi.
Mi piace ricordare che gli ultimi tre giorni di gennaio, i cosiddetti “Giorni della Merla”, siano i più freddi dell’anno. La leggenda narra di una merla, un tempo bianca come la neve, costretta a rifugiarsi in un comignolo per sfuggire al gelo. Ne uscì nera, annerita dalla fuliggine, ma sopravvissuta. Da allora, tutte le merle portano quel manto scuro, memoria viva del coraggio e dell’adattamento.
L’uccellino della carta della Stella mi piace pensarlo come la Merla. Apparentemente marginale, è in realtà un simbolo potente: testimone silenzioso del gelo attraversato.
È l’ombra che resta, ma che non nega la luce.
Perché per brillare, la Stella ha dovuto passare attraverso l’inverno della propria anima.
Perché le stelle, solo nella notte più buia e senza luna, riescono a specchiarsi nell’acqua dei laghi, vedendo finalmente la loro magnificenza.

E così il piccolo uccello nero sull’albero è ciò che in noi è stato messo alla prova, ciò che ha perduto l’innocenza, ma non la forza. È la parte che è rimasta viva mentre tutto sembrava morire. È memoria del freddo, ma anche annuncio di primavera.
Così anche noi, come La Stella, come La Merla…nei momenti in cui tutto sembra perduto, abbiamo la possibilità di vederci per ciò che siamo: luce pura che ha attraversato l’oscurità.

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