Il caso del mais messicano

Alla fine di novembre del 2001 è apparso sulla prestigiosa rivista scientifica Nature (1) un articolo scritto da due scienziati, uno americano l’altro messicano, attivi presso l’Università di Berkeley in California. Mediante analisi sperimentali su pannocchie di “criollo” – una varietà locale di mais – prelevate in un’area montagnosa dello stato messicano di Oaxaca, i due scienziati hanno dimostrato che il DNA conteneva sequenze (cioè segmenti del DNA) derivate dal mais geneticamente modificato (GM). Questi risultati sono stati un’ulteriore conferma di quanto scoperto da un’indagine svolta dal Ministero dell’Ambiente messicano (2) , indagine che aveva già suscitato grande scalpore nel settembre del 2001 (3) : in 15 diverse località degli stati messicani di Oaxaca e Puebla, alcune varietà locali di mais presentano contaminazione da mais GM.

Ora, osservando una cartina geografica si può vedere che il mais contaminato è stato trovato in zone impervie, nella regione alle pendici del Popocatepetl, un vulcano alto più di 5000 m. Come hanno fatto le varietà GM ad arrivare fin là? E soprattutto, come hanno fatto ad arrivarci, se dal 1998 in Messico vige una moratoria sulla semina delle piante GM, per cui le varietà transgeniche sono ammesse solo per usi commerciali e industriali, ma non per la produzione agricola? Sono state avanzate varie ipotesi. Ogni anno escono dagli USA verso il Messico 6 milioni di tonnellate di mais che, non essendo separato all’origine data l’opposizione degli USA a distinguere tra varietà naturali e GM, consiste ovviamente in una mistura di mais transgenico (almeno il 26%, dato l’attuale livello di produzione di mais GM negli USA) e mais normale. Ipotesi 1: le piante GM potrebbero essere il frutto di semi dispersi durante il trasporto; da notare che le piantagioni contaminate distano almeno 20 km dalla grande strada camionabile che attraversa il Messico da nord a sud. Ipotesi 2: le sementi GM potrebbero essere arrivate con gli aiuti alimentari inviati dagli USA alle popolazioni messicane, che da tempo attraversano un difficile periodo di siccità e che per disperazione potrebbero averne seminato una parte. A possibile conferma di questo fatto, gli scienziati di Berkeley hanno trovato che le pannocchie prelevate in un magazzino della Diconsa, l’agenzia governativa che distribuisce gli aiuti alimentari in tutto il paese, erano transgeniche. Ipotesi 3: la contaminazione delle varietà locali (che secondo le stime del Ministero dell’Ambiente messicano è in media del 3-10%, ma in certe località arriva al 35%) potrebbe essere partita dalle piantagioni di mais GM negli anni che hanno preceduto l’entrata in vigore della moratoria (‘95 – ‘97). Questa ipotesi, come affermano gli autori dell’articolo su Nature, sarebbe da verificare con future, più approfondite, ricerche.

Che cosa ci dice il caso del Messico? E perché è così importante?

Il caso del Messico è la dimostrazione finora più drammatica (ma non la sola) che i rischi di trasmissione dei transgeni dalle piante GM alle varietà coltivate normali e a quelle selvatiche sono più che reali. La drammaticità scaturisce dal fatto che il Messico è la culla del mais; proprio dalle varietà native della regione mesoamericana sono state derivate tutte le varietà di mais, anche quelle ibride, attualmente coltivate. Oggi il rischio è che la contaminazione possa arrivare in breve tempo persino all’importante banca del seme (CIMMYT), incaricata di preservare e moltiplicare le varietà native di mais, alcune delle quali sono praticamente estinte in natura. Se le varietà indigene venissero soppiantate da varietà contaminate con transgeni, una delle quattro piante che da sole costituiscono più del 50% dell’alimentazione mondiale verrebbe irrimediabilmente a scomparire nel suo stato originario.

Man mano che la diversità delle piante normali diminuisce o scompare per essere sostituita da piante che portano transgeni, il patrimonio di variabilità genetica – l’unica nostra risorsa rispetto ai cambiamenti futuri e imprevedibili dell’ambiente – va perduto in modo irreversibile.
Da anni la parte più attenta della comunità scientifica ha indicato in questa contaminazione il rischio più immediato delle piante transgeniche. Altri scienziati hanno sempre obiettato che si trattava solo di rischi probabili, possibili ma niente affatto certi. Eppure tra il ’98 e il 2000 vari studi scientifici hanno portato prove del fatto che i transgeni possono trasmettersi ad altre piante tramite il polline, ma non solo. Ad esempio, il DNA transgenico resta nel terreno in cui sono state coltivate piante GM e vi persiste a lungo (quanto a lungo non si sa) e può contaminare le piante della semina successiva. In Canada le autorità stanno cercando di arginare in qualche modo l’ormai gravissimo problema della colza GM, che è diventata un’infestante impossibile da eliminare. Tramite impollinazione incrociata – e forse anche altre forme di ricombinazione – la colza GM ha infatti acquisito da sola la resistenza simultanea a due, e persino a tre, diversi erbicidi: glifosato, glifosinato e imidazolinone (imazethapyr)(4) .

Se pensiamo a questi dati, e al fatto che le località messicane contaminate distano decine di km dalla camionabile più vicina (supponendo che l’origine dell’inquinamento sia stata la dispersione accidentale di semi transgenici), la più volte ventilata soluzione delle “distanze di sicurezza” rivela tutta la sua inconsistenza. Un dato nuovo, imprevisto e molto preoccupante, è la rapidità con cui la contaminazione si è diffusa, qualunque ne sia l’origine. E’ opinione di molti studiosi che, se la contaminazione è presente in zone così poco accessibili, anche il resto del paese non può esserne immune, fatto che potrebbe essere accertato solo con altri studi e analisi.

Né possiamo dimenticare il quadro complessivo in cui sta avvenendo la diffusione degli OGM: in risposta alla moratoria de facto dell’Europa e alle regolamentazioni severe dell’ingresso di OGM adottate da molti paesi soprattutto dell’Asia, le multinazionali sementiere fanno ricorso all’OMC (o WTO, l’Organizzazione Mondiale del Commercio) perché vengano inflitte sanzioni. E’ accaduto in Croazia e in Bolivia, e anche l’Europa è sottoposta a pressioni molto forti perché sospenda la moratoria. Quando il lavoro di lobby o le sanzioni commerciali non sono sufficienti, si arriva a tentare di introdurre sementi GM illegalmente, come si è scoperto qui in Italia qualche tempo fa. Don Westfall, consulente dell’industria biotech americana e vicepresidente della Promar International, ha affermato in una dichiarazione riportata dal quotidiano canadese Toronto Star del 9 gennaio 2001: “La speranza dell’industria è che col tempo il mercato sia a tal punto invaso [di organismi geneticamente modificati] che non ci sia più nulla da fare, se non arrendersi al dato di fatto.”

Ma l’opposizione resta forte. Lo scorso febbraio più di 144 organizzazioni – tra cui istituzioni scientifiche, associazioni di agricoltori e ONG di tutto il mondo – hanno firmato una Dichiarazione congiunta in cui richiedono alla FAO (la Food and Agricolture Organization dell’ONU) di mettere in atto, insieme al CGIAR (Consultative Group on International Agricolture Research) e alla Convenzione sulla Biodiversità, ogni possibile intervento per arginare la contaminazione del mais nella regione mesoamericana. La Dichiarazione denuncia l’attacco a cui sono sottoposti i due scienziati di Berkeley dopo la pubblicazione dei loro risultati (5) , peraltro comprovati dalla ricerca indipendente del Ministero dell’Ambiente messicano, a sua volta al centro di forti pressioni. I firmatari chiedono che la FAO e le altre istituzioni internazionali si adoperino per bloccare ogni ulteriore invio di semi GM nei centri di diversità genetica e che l’industria privata e il mondo accademico “desistano dalla tattica intimidatoria, che cerca di mettere a tacere le voci ‘dissidenti’ all’interno dell’ambiente scientifico”. Tutta la questione sarà dibattuta alla riunione della Convenzione sulla Biodiversità, che si terrà all’Aia nei primi giorni di aprile.

Il caso del Messico ha messo a nudo i gravi rischi per la sicurezza alimentare mondiale generati dagli OGM. Che accadrebbe quando importanti piante alimentari geneticamente modificate venissero introdotte nelle regioni in cui esistono in natura varietà affini, ad esempio, il grano GM o il pomodoro GM in Europa (già è stata approvata la vite!), la barbabietola GM in Italia (coltivata in alcuni campi sperimentali), o il riso GM in Asia?

Che cosa accadrebbe quando piante anche non alimentari, come il cotone GM, venissero coltivate nelle regioni che sono centri della biodiversità di queste specie? Il rischio è che accada come in Messico: che i transgeni si trasmettano alla varietà indigene e che al posto della biodiversità naturale si diffonda una pericolosa uniformità, in campo biologico l’equivalente di morte. A questo riguardo, vale la pena ricordare che l’Agenzia per la Protezione Ambientale degli USA (EPA) (6) ha di recente imposto il bando del cotone Bt (geneticamente modificato con l’inserzione di un gene del Bacillus thuringiensis) in Florida, Hawaii, isole Vergini e Porto Rico, per evitare che il materiale transgenico si diffonda alle varietà selvatiche di cotone. E il cotone è una pianta molto meno facile all’impollinazione crociata di quanto non sia il mais. E queste aree degli Stati Uniti non sono neppure paragonabili, come centri di biodiversità del cotone, a ciò che il Messico rappresenta per il mais.

Per finire, mi piace concludere citando un grande scienziato, uno dei padri dell’ambientalismo a livello mondiale, Barry Commoner, che di recente ha pubblicato un importante articolo dal titolo “Il mito del DNA”. Nonostante la sua veneranda età (più di 80 anni) e una vita completamente dedicata alla ricerca e all’ecologia, neppure a Commoner sono state risparmiate critiche velenose da parte dei paladini dell’industria biotech. Ma ecco la frase che chiude il suo lavoro: “La biologia è divenuta la fascinosa preda del capitale di rischio; ogni nuova scoperta porta a nuovi brevetti, nuove partnership, nuove affiliazioni di corporation. Ma come dimostra la crescente opposizione alle colture transgeniche, nell’opinione pubblica persiste una forte preoccupazione non solo riguardo alla sicurezza dei cibi geneticamente modificati, ma anche ai pericoli connessi con il calpestare arbitrariamente quei pattern di trasmissione ereditaria che si sono stratificati nel mondo naturale attraverso la lunga esperienza del processo evolutivo. Troppo spesso queste preoccupazioni sono state derise dagli scienziati che lavorano per l’industria come paure “irrazionali” di un pubblico senza istruzione. L’ironia di ciò sta, chiaramente, nel fatto che l’industria biotecnologica è basata su una scienza vecchia di quarant’anni e che ignora per comodità i risultati più recenti, i quali dimostrano che ci sono forti ragioni per temere le conseguenze potenziali del trasferimento di DNA tra specie diverse. Ciò che il pubblico teme non è la scienza sperimentale, ma la decisione fondamentalmente irrazionale di lasciarla uscire fuori dei laboratori, nel mondo reale, prima di averne ricavato vere conoscenze”.(7)

E’ un ottimo punto di partenza per avviare, finalmente, una discussione sulle basi scientifiche dell’ingegneria genetica e sulla sicurezza dei suoi prodotti, gli OGM.

 

Note:
(1) D. Quist, I. H. Chapela. “Transgenic DNA introgressed into traditional maize lanraces in Oaxaca, Mexico.” Nature 414, 29 novembre 2001, pp.541-543.

(2) SEMARNAT, Segretariato del Ministero dell’Ambiente e delle Risorse Naturali del Messico.

(3) C. Kaesuk Yoon “Genetic Modification Taints Corn in Mexico”, New York Times, 2 ottobre 2001.

(4) L. M. Hall, J. Huffman, K. Topinka, Pollen flow between herbicide tolerant canola (Brassica napus), Weed Science Society of America Abstracts 40:48, 2000.

(5) Questa sembra essere una prassi ormai consolidata. Quando dall’ambiente scientifico escono risultati che sollevano seri dubbi sulla sicurezza degli OGM, prima di tutto si cerca di distruggere la credibilità scientifica degli autori. E’ già accaduto ad Arpad Pusztai, scienziato attivo in Gran Bretagna, che ha riferito di una possibile tossicità degli alimenti GM sui ratti. Pusztai, che pure nella sua lunga carriera di ricercatore aveva accumulato notevole esperienza e importanti risultati scientifici, è stato screditato in tutti modi, ha perso il lavoro e i risultati sperimentali gli sono stati confiscati. Ma fino ad oggi nessuno ha ripetuto il suo cruciale esperimento. Perché? Non sarebbe questo il modo migliore per provare che ha sbagliato?

(6) EPA, Bt Plant-incorporated Protectants, Biopesticides Registration Action Document, 29 settembre 2001. p. III7.

(7) Barry Commoner, Unraveling the DNA Mith, Harper’s Magazine, febbraio 2002. Traduzione e grassetto sono miei.
Dei tanti libri scritti da Barry Commoner, ricorderò soltanto Il cerchio da chiudere, e Fare pace con il pianeta. .


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