Quando Marco mi ha contattato per il numero della Biolca di novembre 2026, la prima domanda che mi è sorta spontanea è stata: dato che avevamo già attraversato tutti i 22 Arcani Maggiori, cos’altro possiamo ancora raccontare sul Tarot?
È nata così, in modo del tutto naturale, l’idea di esplorare nuove e inaspettate sfumature di questo linguaggio simbolico. Dopo aver camminato insieme ai Tarocchi ed esserci seduti al loro desco per immaginare i piatti più graditi a ciascun Arcano, è giunto il momento di scendere più in profondità. Oggi vi invitiamo a guardare al Tarot non più soltanto come a una mappa di cammino, ma come uno strumento vivo, capace di aprire strade inedite dentro di noi, offrendoci nuovi giochi di sapori.
Ho proprio pensato che novembre è il mese dove tradizionalmente si onorano i nostri Antenati. Ed è stato naturale chiedere a Marco: “Cosa mangiavi da bambino? Cosa ti cucinava tua nonna?”
Perché novembre è un tempo di “comfort food”, arriva il freddo vero e la ritualità sociale ci invita ad onorare le nostre radici. Nella visione ciclica del tempo, onorare gli Antenati non è un atto di malinconia, ma un modo per ricomporre il nostro Albero Genealogico, attingendo alla linfa di chi ha camminato prima di noi. Ho proprio visto Marco sorridere mentre evocava la ricetta che mangiava nella cucina di sua nonna.
Cosa c’entrano i Tarocchi? Spesso ci accostiamo ai Tarocchi con lo sguardo rivolto al domani, interrogandoli come oracoli per decifrare il futuro. Nella visione tarologica invece la loro natura archetipica li rende strumenti straordinari di archeologia interiore.
Quando la storia familiare è avvolta nel silenzio, quando ci sono non-detti o segreti famigliari ma anche quando ci sono lacune della memoria, il Tarocco può farsi mappa per decifrare il passato. Nella mia esperienza si sono illuminati copioni ereditati e rievocate memorie silenziose iscritte nella carne.
All’interno dell’Albero Genealogico Simbolico, ogni Arcano custodisce una chiave di lettura ancestrale. La figura della Papessa è riconosciuta come l’archetipo della nonna: custode dei segreti, della memoria nascosta, della conoscenza silenziosa e intuitiva che si tramanda di generazione in generazione senza bisogno di clamore. La Papessa siede immobile, velata, custode di un sapere antico che nutre la terra dall’interno.
E il nonno? Se il Papa rappresenta la regola, la tradizione codificata, l’autorità e la trasmissione patriarcale ortodossa, è nell’Eremita che spesso troviamo la figura del nonno nel suo aspetto più intimo e sapienziale. L’Eremita è colui che cammina nel passato con la sua lanterna, illuminando i passi compiuti, l’anziano saggio che si ritira per custodire l’esperienza e la memoria storica della famiglia. È il saggio silenzioso che porta il peso e il dono dell’eredita’ interiore, colui che ha scavato il solco e ci mostra la direzione da cui veniamo.
Nelle consulte che faccio mi appoggio sempre alla visione metagenealogica dell’Albero da cui veniamo. Cosa è la Metagenealogia? Potremmo definirla una disciplina che studia la nostra storia familiare da un punto di vista energetico e non araldico. Usare questo strumento, che mi ha fatto innamorare del mondo “jodorowskyano”, può permetterci di liberarci dai condizionamenti ereditati dagli antenati e finalmente esprimere pienamente la nostra individualità. Perché spesso e volentieri le dinamiche che ci bloccano arrivano da irrisolti all’interno della nostra storia familiare. E questo lo dico perché l’ho vissuto in prima persona.
Ciò che ho capito nella mia esperienza personale e di Metagenealogista è che non siamo entità isolate, ma il punto d’arrivo di una catena di storie, irrisolti, talenti e ferite.
Interrogare il Tarot in chiave metagenealogica significa ribaltare la prospettiva temporale. Un tiraggio focalizzato sul passato non cerca risposte su “che cosa accadra’” ma risponde a domande profonde come: Quale peso sto portando che appartiene a un mio antenato? Quale talento inespresso della mia linea materna o paterna chiede di essere fiorito attraverso di me?
Disporre le carte sul tavolo diventa un atto di restituzione e riconoscimento: dare un volto simbolico a chi è stato dimenticato permette di sciogliere i nodi invisibili che limitano il nostro presente.
Quando la parola non basta a sanare le dinamiche familiari, lo spazio del simbolo offre una via d’accesso immediata. Scegliendo intuitivamente o pescando alcune carte per rappresentare se stessi, i genitori, i nonni o un determinato tema irrisolto (il denaro, il lutto, l’abbandono), si crea sul piano una vera e propria mappa vivente del sistema familiare.
Osservare la configurazione permette di spostare i blocchi energetici: muovere fisicamente un arcano sul panno significa iniziare a riordinare il proprio spazio interiore. È un dialogo silenzioso in cui il campo morfogenetico della famiglia si riflette nelle immagini universali dei tarocchi, permettendoci di guardare i nostri antenati non più con giudizio, ma con compassione, rimettendo ciascuno al proprio posto d’onore.
Un piatto della mia infanzia è senza alcun dubbio risi e latte.
Un piatto semplice, quello che mi faceva mia nonna con l’omaggio speciale del “formaggino” triangolare, con la mucca sulla scatoletta tonda, che tagliato a pezzetti sul riso caldo si scioglieva e riservava al gusto una piccola sorpresa in più.
La specialità del nonno, napoletano, era ilgâteau di patate, ricco di salumi e di scamorza, un mattone supernutriente di uova, patate, formaggi e salumi, che era il piatto della festa. Ma il piatto dell’intimità, quello della domenica dai nonni mentre papà e mamma lavoravano nel ristorante, che consumavo nella casa con il giardinetto e i pesci rossi nello stagno, era risi col latte.
Quella dolcezza saporita era per me un viatico per entrare nel mondo dei grandi un po’ alla volta. Mentre il gâteau del nonno definiva con la sua ricchezza di sapori un mondo ancora distante da me, quello degli adulti con le loro occupazioni frenetiche e, per quello che coglievo all’epoca, confuse e poco attraenti, i risi e latte della nonna abitavano lo stesso spazio emotivo dei libri di favole e di avventure in paesi sconosciuti, erano dolci ed accoglienti, promettevano sapore ma senza pretendere che si dovesse rinunciare alla dolcezza e alla fantasia. Per me bambino, si trattava di un cibo comprensibile, amico, più vicino di un pomodoro e della bieta verde o degli spinaci, o dell’aceto, che mi hanno riservato altrettante bellezze e sorprese, ma che ho imparato entrando nel mondo adulto.
Questa, in forma poetica e suggestiva, cercando di immedesimarmi in quegli anni, la mia ricostruzione di quei tempi antichi. Antichi, ma non finiti e perduti. Perché quello che siamo noi nel momento presente è un pezzetto di tutto quel che c’è stato e, anche se abbiamo i capelli bianchi e il mal di schiena ci visita di tanto in tanto, quel gusto dell’infanzia fa ancora parte del nostro corredo di vita. Per cui possiamo tornarci sopra e ripensarlo, sia nella sua semplicità originaria, sia in forme che l’adulto potrebbe meglio apprezzare.
Vi propongo quindi qui la ricetta base e una sua variante, con l’aggiunta di noci, cavolo nero e zucca caramellata. Per dare un taglio autunnale al nostro piatto, che possa evocare sia i tempi dell’infanzia, sia i tempi di una stagione che si avvia verso l’inverno, con una dolcezza altrettanto lieve e delicata ma diversa (che troviamo anche negli ingredienti del periodo: pensiamo alla stessa zucca o alle castagne!).
