Nel cammino simbolico degli Arcani Maggiori, la carta del Diavolo, la numero XVè tra le più temute, fraintese e… fra le più preziose. È la lama che inquieta, che provoca, che costringe a guardare le ombre, i desideri e le dipendenze che tengono prigioniera l’anima. Ma come ogni vera immagine archetipica, contiene un paradosso: divide per unire, incatena per liberare, seduce per risvegliare. Chi osserva bene la carta – soprattutto nella tradizione dei Tarocchi di Marsiglia – noterà che il Diavolo ha gli occhi strabici. È un dettaglio fondamentale.
Lo strabismo è segno di doppiezza, di confusione, ma anche di una coscienza che inizia a vedere oltre il dualismo. Il Diavolo ci mostra le forze che ci lacerano dentro: ragione e istinto, morale e desiderio, controllo e perdita di sé. Ma nel mostrarcele, ci fa anche una domanda potente: “Cosa ti tiene legato, e cosa in realtà ti spinge a spezzare la catena?â€.
Un aspetto interessante è che nella carta, le due figure incatenate non appaiono sofferenti. Sembrano consenzienti. Siamo davvero prigionieri o ci siamo comodamente adagiati nei nostri legami?
Il Diavolo non è il male: è la coscienza del potere. Di ciò che ci muove in profondità che può essere eros, potere, ambizione, istinto, e che, se negato, si trasforma in ombra.
È un archetipo alchemico: contiene la materia bruta, ancora da trasformare. È il piombo che può diventare oro, ma solo se attraversiamo la tentazione di identificarci con la nostra maschera.
Nel simbolismo cristiano e nell’arte medievale, il Diavolo era spesso raffigurato come un essere ibrido: metà uomo, metà bestia. Nella rappresentazione del Diavolo nel “Giudizio Universale†del Battistero di Firenze, un mosaico bizantino del XIII secolo, si vede nella parte inferiore della cupola, Satana raffigurato seduto al centro dell’Inferno, enorme, scuro, terrificante. Divora anime, mentre attorno a lui, demoni torturano i dannati.
Il Diavolo ha occhi spalancati, corna, e una postura rigida, simmetrica, quasi ieratica, non caotica, ma ordinatamente mostruosa, come a dire: “Anche l’ombra ha una sua geometria”.
È un esempio perfetto di come l’arte sacra non abbia mai avuto paura di rappresentare il male… per aiutare l’uomo a riconoscerlo dentro di sé. E così nel Tarot, lo vediamo con attributi sessuali evidenti, con occhi spalancati, con fiamme e corna. È il corpo che reclama spazio, il desiderio che non vuole più essere represso.
Eppure, nel suo caos, il Diavolo non mente. È l’unico archetipo che non finge purezza.
In questo senso, è anche un maestro. Di libertà . Di verità . Di incarnazione.
Il Diavolo ci mostra le parti in conflitto e ci offre la possibilità di un’integrazione più autentica.
Per questo si abbina perfettamente alla Torta di Santa Rita o del Diavolo Diaballein di Marco: un dolce rovesciato, come la visione di questa carta, che porta in superficie ciò che di solito resta sotto.
Lavorare con la carta del Diavolo è un atto iniziatico. Ci chiede di riconoscere le catene interiori non per combatterle, ma per comprendere da cosa ci proteggono e cosa ci impediscono di essere. È la lama che divide per svelare.
Che strabuzza gli occhi, sì, ma per invitarci a guardare meglio.
“Ogni demone è un angelo sotto copertura”, dice Alejandro Jodorowsky.
E forse, anche ogni torta del diavolo, se la assaggi con il cuore aperto, sa un po’ di paradiso.
LA TORTA DI SANTA RITA E IL DIAVOLO, DIABALLEIN
“Sono una parte di quella forza che eternamente vuole il male ed eternamente opera il bene”. Mefistofele, nel prologo del Faust di Goethe, quando Faust gli chiede chi egli sia.
Si dice che il diavolo faccia le pentole, ma non i coperchi.
Bene. Faccia pure tutte le pentole che vuole, tanto i coperchi li mette alla fine il capo, il Mondo Spirituale. E noi usiamole, le pentole del diavolo! Altrimenti come possiamo far da mangiare? Con rispetto ovviamente, ciascuno consapevole del suo ruolo. Lui fa le pentole, molto più forte e più intelligente di noi, e noi cerchiamo di capire come funziona il gioco, come usare le pentole e i coperchi, come stare al nostro posto.
Perché senza le pentole non si mangia e non si vive, su questo piano terreno, dobbiamo dargli atto di questo. Senza il diavolo e la divisione che ci porta (dal greco dia-ballein, mettersi o lanciarsi –ballo– in mezzo, di traverso –dia-), noi proprio non “saremmoâ€.
È lui che ci porta un po’ di movimento disturbante! Ma in questo grande gioco del mondo noi abbiamo il nostro ruolo, quello di rimettere a posto, invece di andargli dietro a spaccar pentole e coperchi. Ci sono date, a noi uomini, altre possibilità : quelle della Libertà e della Fiducia, possiamo usare gli strumenti del mondo in modo CREATIVO, applicandovi POESIA (da poiesis che in greco significa comporre, creare, portare ad esistenza qualcosa che prima non c’era, contrapposto a praxis che invece riguarda il rimaneggiare l’esistente).
Questo è il cuore della proposta che chiamo “Cucina Relazionaleâ€: la trasformazione degli INGREDIENTI in qualcosa che abbiamo nutrito con la nostra creatività , in VERAMENTE VIVANDE che contengono Vita, che incarnano la nostra Verità , quella che ci attraversa, che siano la Via per cogliere il nostro ruolo di creatori nel mondo. Ciascuno nel suo piccolo, ovviamente, si parva licet. Ma ciascuno assumendo un ruolo che è grande, quello di uomini, parte di una umanità in cammino, cerniera tra materia e Spirito.
Ma veniamo a noi. Veniamo alla torta, a Santa Rita e al diavolo diaballo, colui che rompe e divide. Lui divide, e noi mettiamo insieme.
La ricetta che vi presentiamo è una ricetta che non esiste. Ovvero, non esisteva, prima che la realizzassimo un giorno, durante una delle iniziative che proponiamo con l’associazione “La Luna Buona APSâ€. Quel giorno avevamo organizzato una gitarella culturale nella località di Valmorel, in provincia di Belluno, terra natale del famoso scrittore Dino Buzzati, celebrata dall’autore con un libretto di testi e disegni dal titolo “I miracoli della Valmorelâ€.
Le autorità locali hanno costruito in questi luoghi un capitello dedicato a Santa Rita perché, nel suo libretto, Buzzati racconta della Santa che compie miracoli e di un capitello a lei dedicato. Capitello che prima non c’era, se non nella fantasia dello scrittore, e poi è stato costruito nella realtà . Con la nostra associazione avevamo proposto agli amici un percorso di cammino lungo il sentiero Buzzati, per poi ritrovarci a casa dell’amico Sandro Buzzatti, quasi omonimo dell’autore e fine dicitore, dove era stato organizzato un piccolo catering, dall’antipasto al dolce. Tutto perfetto, tutto bello e buono. Solamente, mancava il dolce, perché l’avevamo dimenticato a casa, a un’ora di strada abbondante di distanza. Come fare? Abbiamo invocato anche noi Santa Rita! E il dolce che prima c’era e poi non c’era, alla fine, ci fu, come per miracolo (poetico e creativo)! Ed è stato chiamato per l’occasione “Torta di Santa Ritaâ€. Ecco la ricetta!
