L’organismo agricolo come principio di fondo della biodinamica

L’organismo agricolo – seconda parte

Oggi un’organizzazione come quella descritta nella prima parte dell’articolo (vedi Biolcalenda Maggio), anche grazie al giusto supporto da parte del progresso tecnico-scientifico e di moderne tecnologie pulite e a misura d’uomo, potrebbe essere una risposta concreta a problemi di tipo energetico, ambientale o di natura economica.

Non si tratta quindi di nostalgia verso un mondo che non esiste più, ma piuttosto della necessità di far fronte a problematiche reali sempre più evidenti. Nel citare questi dati, ovviamente, non vi è l’intenzione di ritornare al Medioevo. Non vi è l’auspicio di tornare ad un lontano passato rinunciando al progresso, ma si vuole invece riflettere sul senso e sul significato dell’organismo agricolo e dell’individualità agricola. Deve essere altresì chiaro che il tipo di struttura citata nel precedente articolo, implica la presenza attiva di una adeguata forza lavoro, in possesso tra l’altro di competenze e capacità specifiche (un tempo definita comunità).

Ciò su cui occorre riflettere è l’unitarietà del processo produttivo, poiché questa unitarietà si traduce poi nel miglior bilancio energetico, nella migliore sostenibilità ambientale (sostenibilità vera), nella migliore autonomia e autosufficienza, nella massima valorizzazione delle risorse interne e in sostanza nella migliore impronta ecologica.

Ma come è avvenuto lo smantellamento di questi “organismi agricoli”? Come è avvenuta la frammentazione e la scorporazione di questa unitarietà?

La prima attività ad essere “tirata fuori dal cerchio” è l’orticoltura che si fa intensiva grazie alla moderna concimazione azotata (fertilizzanti industriali). Poi è il momento della frutticoltura con modifiche delle piante. Quindi è la volta del seminativo che diviene intensivo. Infine tocca agli animali “uscire dal cerchio” con pollame ibridizzato allevato in batteria, quindi è la volta dei suini con allevamento che può essere definito tortura (industrializzazione). Poi tocca ai bovini con rese annue di latte pari a 10.000 litri! Davvero un’esagerazione!

Inoltre questa tipologia di processo produttivo non garantisce all’agricoltore la giusta remunerazione per il proprio lavoro e genera parallelamente anche un notevole impatto ambientale negativo oltre a pessime condizioni di vita per gli animali rinchiusi negli allevamenti industriali.

Tale declino è iniziato negli anni ’60 arrivando a giungere ad estremi come nei paesi scandinavi nei quali si è addirittura pensato di abbandonare l’agricoltura poiché di fatto risulta più conveniente acquistare all’estero.

È quindi lecito al giorno d’oggi parlare di punto zero, ed è per questo che occorre creare nuovi modelli agricoli che possano essere una risposta concreta a questa crisi.

L’agricoltura nasce dall’interazione tra un ecosistema naturale e un sistema socio-economico. L’ecosistema naturale dispone di leggi e regole che sono alla base della Vita. Se diviene predominante il sistema economico c’è il rischio che leggi e regole dell’ecosistema naturale vengano messe in secondo piano, dimenticandosi di far parte di questo stesso ecosistema…

L’agricoltura biodinamica non è nostalgia per ciò che fu, ma è un metodo che guarda al futuro per garantire il futuro, attraverso la quale si può davvero parlare di nuova agricoltura, quindi di un modello agricolo che comprenda la cura e la valorizzazione dell’ambiente e una gestione allargata e non focalizzata unicamente sugli introiti.
Per contro nelle coltivazioni intensive si ha invece una banalizzazione del paesaggio divenuto solamente uno spazio della massima produttività e niente altro; di fatto si è passati da una gestione di tipo collettivo ad una prettamente individuale, dove il profitto rappresenta l’unica meta. Ovviamente non tutte le aziende possono disporre di foraggi autoprodotti, di pascoli e di animali in grado di garantire la fornitura di concime come, al tempo stesso, non sarà possibile autoprodurre tutte le sementi necessarie, ma si tratterà di arrivare a un giusto compromesso che possa garantire comunque quella complessità che caratterizza un organismo agricolo.

Ma cosa rappresenta il concetto di organismo? Qual’è il suo significato?
Negli organismi viventi ogni parte non è separata e non vive una vita a sé (per se stessa), mentre nell’attuale paesaggio agricolo moderno, così come all’interno di un’azienda agricola nella quale si pratichi agricoltura industriale, ogni parte è separata ed esiste per se stessa. Qui sta il punto.

All’interno di un ecosistema maturo si genera cooperazione tra le varie parti con beneficio reciproco, mentre negli ecosistemi maggiormente disturbati o instabili (stadi giovanili) si genera competizione e interferenza.

La cooperazione è funzionale alla comparsa di nuove proprietà e al mantenimento degli equilibri vitali (riunione intima di più parti). Allo stesso modo ogni organismo vivente non vive e non può vivere in forma individuale. Quando separo un organismo (oppure un organo) dal suo contesto lo indebolisco e, di conseguenza, per evitare che deperisca o che si ammali devo utilizzare dei rimedi, devo intervenire con misure d’emergenza. Il ricorso a queste misure d’emergenza sarà tanto maggiore e necessario quanto più vi saranno squilibrio e instabilità; le misure d’emergenza in agricoltura sono rappresentate dagli antiparassitari, dagli anticrittogamici, dai vari integratori nutrizionali e dai fertilizzanti poiché anche e soprattutto nel terreno si registrano vuoti e carenze, oltre al manifestarsi di patologie che rappresentano un segno di squilibrio.

La moderna agricoltura industriale-capitalistica ha modellato il paesaggio agrario in modo da semplificare al massimo e banalizzare i cicli biologici; basti pensare alle distese di mais che caratterizzano buona parte della Pianura Padana per le quali si è operato in modo da eliminare ogni altra forma vivente (vegetale e animale). Oggi si da per scontato che sia questa l’agricoltura, quando in realtà si tratta della massima esasperazione del processo produttivo che mostra un contesto biologico estremamente disturbato e semplificato. Mancano invece quella complessità e quell’insieme di parti che caratterizzano autonomia ed equilibrio del mondo vivente.

Complessità, ricchezza e pluralità di forme (biodiversità) dovrebbero essere presenti su tre piani:

  • All’interno del terreno (suolo)
  • Nella singola azienda agricola
  • A livello di paesaggio

È il mondo vivente ad essere costituito da livelli di organizzazione progressivamente crescenti. Si tratta di insiemi e sottoinsiemi che formano unità funzionali. Un esempio calzante è la sequenza cellula, tessuto, organo, apparato, organismo.

I vari apparati organizzati ad un livello superiore costituiscono l’organismo, che non è la semplice somma delle parti che lo compongono. Ad ogni gradino emergono nuove proprietà che, via via, contribuiscono alla stabilità dell’insieme. Qui risiede il concetto di individualità.

Vi è un livello elevato di interconnessioni tra le varie parti. È questo ciclo di reciprocità che poi determina una specie di individualità dell’azienda agricola.

È dunque più che lecito pensare che all’interno di un agroecosistema complesso e maturo, dove non si vada a forzare troppo il processo produttivo, si possano generare tutti gli “anticorpi” e le funzioni necessarie a prevenire e contrastare malattie e patologie senza dover ricorrere in via esclusiva a rimedi esterni come fitofarmaci o prodotti vari. Anche il bilancio energetico risulterà ottimale.

Occorre creare una biodiversità attiva in modo che vi sia connettività fra le parti così come avviene per ogni organismo vivente, per poter costituire un tutto con un suo equilibrio ed una propria armonia (stabilità). Vedere anche Biolcalenda di Aprile 2017, Dicembre 2016 e Gennaio 2017.

Il pensiero economico dominante non lascia spazio ad una visione di lungo corso e vive sfruttando energia e materia proveniente da sistemi naturali dotati di capacità rigenerative limitate.
Inoltre, sempre grazie al pensiero economico dominante, l’uomo ha generato e genera rifiuti in quantità e scarti di ogni genere che la Natura non è in grado di ricevere e metabolizzare.
Forse proprio nel concetto di organismo agricolo vi è una valida alternativa ai modelli insostenibili che caratterizzano il mondo moderno.


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