L’editoriale di gennaio 2013

Nuovo inizio

Dopo la fine si ricomincia, sia un giorno, un anno, una civiltà, un mondo. Il vero problema è evitare che il nuovo sia identico al vecchio. Altrimenti il senso dell’inutilità ci pervade rendendoci noiosi a noi stessi. Il «nuovo» spesso è equivocato, il termine è antichissimo: il latino novus deriva da una forma indoeuropea, newo-, identica nelle aree indoiranica, ittita, greca, slava, baltica e, con un ampliamento in -yo, anche nella germanica (tedesco, neu) e celtica. Come dire, non c’è nulla di più antico del nuovo.
 

 L’uomo sembra provare nostalgia per il nuovo, ma come può avere tale sentimento per qualcosa che non conosce e di cui, in realtà, ha paura? Il nuovo a cui la modernità ci ha abituato, potremmo dire addestrato, è finto, un rapido transito, un consumo veloce e poi… tante discariche.

Usiamo un nuovo di fabbrica, di sartoria, per intasare di manufatti luoghi già stracolmi, come le nostre case che imitano, sempre di più, l’estetica delle discariche. Usiamo la frantumazione del minerale per ricavarne metalli, oggetti indistruttibili, ma rapidamente obsoleti, come con le sostanze organiche (petrolio, plastica, ecc.), ancor più volatili e rapidamente disintegrabili, ideali per un consumismo a tempo programmato.

Il mondo minerale, a cui siamo così affezionati, rappresenta il nostro passato e i milioni di anni in cui si è formato e l’unica novità è l’intelligenza dell’uomo quando riesce a comprenderlo. Il mondo vitale, così presente nella superficie del nostro pianeta Terra e così raro altrove da farci credere di essere soli nell’universo, facciamo difficoltà a comprenderlo, lo percepiamo vagamente e diamo credito alla sua componente materiale ponderabile: produzione di alimenti, di ossigeno, legno. Eppure ci può insegnare come poter sopravvivere sul pianeta: adottando il suo ciclo vitale.

Significa uscire dall’età (sic), mentalità della pietra e comprendere che tutto nasce, muore, rinasce. Significa abbandonare i modelli lineari tipici della visione finanziaria della realtà in cui la morte è rigida e viene sostituita con l’aspettativa, con sofismi matematici, esatti in sé, ma che allontanano dalla realtà, ingannano i vivi. L’immettere concetti infiniti in ambiti finiti, come la retta all’infinito, che non esiste materialmente, ma può essere evocata come scheletrica rappresentazione mentale, produce morte e sopraffazione.

Quando il denaro tornerà ad essere un mezzo per pareggiare cose diverse e sarà degradabile come il sangue in un corpo, dando e prendendo risorse, trasportandole all’interno di una società che si identificata in corpo sociale, perderà il suo alone di onnipotenza, non sarà più accumulabile all’infinito e tornerà ad essere utile all’economia.
Forse allora gli uomini comprenderanno che non è utile trasformare «le pietre in pane». La rarità rende prezioso l’oro e, se il pane può essere comprato solo dall’oro, è altrettanto raro. Iniziamo a pensare ad una economia dell’abbondanza: per poterla immaginare dobbiamo rivolgere il nostro sguardo alla natura vivente, con i suoi cicli curvi, in cui nulla è sprecato, nonostante una magnifica sovrabbondanza.
Non provate anche voi un po’ di nostalgia?

 

Biolcalenda gennaio 2013


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