L’editoriale di novembre 2013

Robot

Il termine deriva dalla parola ceca robota, che significa lavoro pesante o lavoro forzato. La iniziale notorietà di questo termine si deve allo scrittore ceco Karel Capek, il quale lo usò per la prima volta nel 1920 nel suo dramma teatrale I robot universali di Rossum.

Il sogno di uno schiavo meccanico senz’anima percorre l’umanità da molto tempo. Nella mitologia classica, il deforme dio del metallo (Vulcano o Hephaestus) creò dei servi meccanici, che potevano spostarsi a loro volontà. Una leggenda ebraica ci parla del Golem, una statua d’argilla animata dalla magia cabalistica. All’estremo Nord troviamo una leggenda Inuit che racconta come uno stregone può creare un Tupilak per dare la caccia e uccidere un nemico.

Dagli anonimi artigiani orientali, che costruivano giocattoli animati per stupire i cortigiani di Costantinopoli, a Leonardo da Vinci, che progettava un cavaliere meccanico, si arriva alla realizzazione delle macchine «intelligenti» con la rivoluzione industriale inglese nel XVIII secolo, che sostituisce gli operai con schede perforate per muovere i telai.

Oggi la nostra vita quotidiana è in tale continuo rapporto con robot da dover inevitabilmente modificare il concetto di lavoro. Il lavoro come attività ripetitiva e faticosa (quella che provoca il mitico «sudore della fronte») viene sostituita quasi totalmente da meccanismi più o meno complicati dai computer. È solo in casi di arretratezza tecnologica, o in situazioni in cui il lavoratore è così povero che vende la propria forza lavoro (di servo o schiavo) a un prezzo tale da costare meno della macchina, che lo sfruttamento umano continua.

Rimane però chiaro che il robot è ideologicamente fatto per sostituire il lavoro umano e, se o quando si realizzerà completamente la robotizzazione, non ci sarà più lavoro inteso tradizionalmente. Tra utopia e attualità si dovrebbero elaborare nuove cognizioni, che ci permettano di evolvere positivamente verso un futuro possibile.
Per lavoro, forse, dovremmo intendere «creatività», volontà di realizzare, che apra ad una comprensione dell’emozione del cuore, che sviluppi una sensibilità per tutti gli esseri viventi, verso la forza vitale, che infine ci porti al pensiero cosciente in contrapposizione dialettica con la materia fisica.

Intanto, da subito, sarebbe il caso riducessimo il nostro entusiasmo consumistico per l’eccesso di robotizzazione delle nostre abitudini. Consideriamo che, se una matrona romana avesse potuto vivere con servizi corrispondenti a quelli di una contemporanea casalinga europea, avrebbe dovuto avere al suo servizio circa seicento schiavi.
Chi, quando e come decidere di fermare questo slittamento incosciente, verso l’eccesso? Prima di perdere ogni valore delle cose e dei rapporti umani che si realizza nello scambio, idealmente nel dono?

«Quale operaio è migliore dal punto di vista pratico? È quello che costa meno. Quello che ha meno bisogni. Il giovane Rossum inventò l’operaio con il minor numero di bisogni. Dovette semplificarlo. Eliminò tutto quello che non serviva direttamente al lavoro. Insomma, eliminò l’uomo e fabbricò il robot» (da R.U.R. di Karel Capek).

Biolcalenda novembre 2013


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