L’editoriale di ottobre 2014

Competenza

La nostra società civile è diventata così complicata da costringerci, sempre più spesso,  a cercare persone “competenti”: avvocati, magistrati, amministratori, banchieri, geometri, ragionieri, eccetera. Professionisti competenti che competono tra loro a nostro nome, per redimere una quantità indeterminata di problemi piccoli o grandi che rendono labirintica la nostra esistenza.

Professioni diverse dalle tradizionali che richiedevano abilità artigianali quali l’agricoltore, il falegname, il panettiere, il sarto, il barbiere o il fabbro: ci si rivolge loro ancora, finché esistono, per la loro manifesta abilità a fare cose che ognuno di noi potrebbe potenzialmente svolgere magari con minore perfezione, ma comprendendo lo svolgimento del lavoro e il suo risultato.

Quel che sconcerta è, in un mondo così informato, la perdita di competenze elementari, presenti da sempre nella cultura umana e non solo umana.

Ad esempio una gatta con i suoi gattini è estremamente competente, sa cosa fare come e dove ripararli, nutrirli, svezzarli e alla fine abbandonarli, ubbidiente al suo istinto. Una madre umana spesso, troppo spesso, ha subito una frattura con la continuità culturale trasmessa per millenni da madre a figlia e non può agire, non sa. Deve rivolgersi a professionisti competenti, pediatri, dietisti, medici, così inizia una vita con “procura sanitaria” (uguale a se stessa in ogni luogo del mondo) molto informata su nutrienti e grammatura, igiene e protocolli, ma assente di cultura alimentare, quella verificata da millenni su milioni di tipi umani, in sintonia con la natura del territorio in cui si abita.

Se guardiamo come funziona la grande distribuzione organizzata (GDO) è inevitabile notare come il bambino inconsapevole passi dal cibo distribuito dalla farmacia agli scaffali del supermercato a lui dedicati per diventare un adulto nutrito dall’industria nutrice. Un essere totalmente incompetente a vivere, se è ancora vero che “si mangia per vivere”.

Eccoci allora arrivati all’amara conclusione che per vivere in discreta salute, nonostante l’inquinamento, che caratterizza le nostre città e campagne, dovremmo tutti diventare un po’ più competenti sull’alimentazione, studiare, imparare per scegliere il cibo migliore. Apparentemente è cosa facilissima, anzi superflua: riceviamo sul cibo una tale quantità di informazioni pubblicitarie, da non cogliere come il gesto quotidiano del mangiare sia rappresentazione del mondo in cui ci sentiamo realizzati. Non ci rendiamo consapevoli che anziché pane, mangiamo le brioches, quelle di Maria Antonietta d’Austria, o invece sottraiamo i cereali dai paesi che soffrono la fame per ingrassare i nostri bovini e poi ci stupiamo delle migrazioni.

Se ritenete che il mondo in cui vi trovate è il mondo migliore e non deve essere toccato nè migliorato, il cibo che vi propone, è il vostro. Non dovete guardare gli ingredienti, anche se sono più di cinque, la sintesi è un successo della tecnica. Quando il vostro corpo vi avvisa che qualcosa non funziona, non badateci e rivolgetevi al medico, la medicina allopatica sta sempre più sviluppando competenze.

Biolcalenda ottobre 2014


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