Nanopatologie

L’Uomo è ciò che mangia
Se le cose stanno così c’è poco da stare allegri, visto le dosi massicce di prodotti chimici nocivi che ci ritroviamo nel piatto ogni giorno

Quando tiro le somme da ciò che il microscopio elettronico mi ha mostrato di un alimento, mi viene quasi sempre in mente la frase di Ludwig Feuerbach “l’uomo è ciò che mangia”. “Speriamo di no” è la mia risposta al filosofo tedesco, per postuma che sia, anche se temo che avesse visto lungo.

L’archivio del laboratorio che dirigo potrebbe competere con quello di un grande tribunale penale e credo proprio che lo surclasserebbe, non fosse altro per il numero dei criminali, la loro varietà, la loro capacità d’infiltrarsi ovunque e la rete fittissima di complici di cui godono.

Qualche anno fa, conversando con il compianto Giorgio Celli nel suo strano studiolo bolognese, venni a sapere che non pochi pesticidi usati con generosa abbondanza in agricoltura sono perfettamente inutili per assenza del nemico da combattere. Secondo l’amico Giorgio sono i grandi produttori di quegli agenti chimici a convincere gli agricoltori all’acquisto e all’impiego, e questo indipendentemente dalla razionalità della cosa e dall’eventuale utilità del prodotto. E poi – continuava – spesso esistono mezzi perfettamente compatibili con la Natura, l’introduzione (o il non sterminio) di determinati insetti in primis, che possono vicariare perfettamente e senza effetti collaterali i fitofarmaci.

Qualche tempo fa è stato pubblicato il rapporto ISTAT sulla distribuzione di fitosanitari in Italia relativo all’anno 2010, un rapporto su cui credo valga la pena di meditare. Erbicidi ed insetticidi in aumento e così pure in aumento, e addirittura dell’81,3% in dieci anni, i pesticidi nocivi. Curiosamente è diminuito, invece, l’uso dei prodotti giudicati meno dannosi. Sconfortante il fatto che, sempre secondo il documento, siano in diminuzione le quantità di prodotti biologici e le trappole per gl’insetti.

Va da sé che, almeno in parte, quella roba chimica finisca inevitabilmente nei nostri piatti e, altrettanto inevitabilmente, ce la mangiamo. E ce la beviamo pure, visto che una frazione percola nelle falde acquifere. Forse qualcuno ricorda, in proposito, la vicenda dell’atrazina, un prodotto verso il quale il legislatore fu molto generoso.

L’estate scorsa, compiendo il Cammino di Santiago, attraversai per alcuni giorni e lungo dei sentieri una zona della Spagna settentrionale in cui vedere una casa era una rarità e d’industrie nemmeno l’ombra. Solo enormi distese coltivate a grano. Di tanto in tanto c’era un pozzo, ma questo era regolarmente sormontato da un cartello ad avvertimento che l’acqua era avvelenata. Inutile soffermarsi sul colpevole.

Ecco perché l’affermazione di Feuerbach non mi lascia tranquillo: se noi siamo anche quella roba, c’è poco da stare allegri.

Dando un’occhiata alla lista degl’ingredienti che compongono il nostro menu quotidiano, mi pare interessante il caso del glifosato, un diserbante di diffusione vastissima il cui uso è vietato da noi. Di diffusione vastissima perché lo s’impiega, ad esempio, in Canada e negli Stati Uniti nelle coltivazioni di grano duro, ma la sua “utilità” (mi si permettano le virgolette) non è tanto come erbicida quanto come aiutino alla maturazione. O quasi maturazione.

Bisogna sapere che il grano duro ha i suoi natali in Medio Oriente dove il clima non è proprio sovrapponibile a quello un bel po’ più freddo del Nord americano. Così, per convincere il cereale ad adattarsi alle temperature del nuovo habitat, oltreoceano lo si pianta in primavera per raccoglierlo in autunno, ma non sempre la meteorologia è amica e le cariossidi proprio non vogliono maturare. Ecco, allora, l’aiutino: un paio di settimane prima della raccolta si somministra il glifosato, agente chimico che non è che faccia proprio maturare il seme ma lo secca, il che, dal punto di vista del mercato, fa lo stesso. E noi? Noi quel prodotto non lo possiamo usare perché non fa tanto bene alla salute, ma lo importiamo da clandestino in quantità con il grano duro con cui facciamo gli spaghetti. Comunque, occhio non vede, cuore non duole. E poi, non facciamo lo stesso, ad esempio, con l’olio di palma, così usato dalle industrie alimentari nostrane e importato da paesi dove si usano veleni che le nostre leggi rifiutano da chissà quanti anni?

Resta la speranza degli alimenti biologici, almeno fino a che esisterà qualche territorio praticabile per le coltivazioni e gli allevamenti. Quando, però, io propongo a qualche produttore che passa dal mio laboratorio di dare un’occhiata a ciò che vende, la fuga è assicurata.

Come in molti altri risvolti della civiltà che ci siamo costruiti addosso nell’ultima, infinitesima frazione della nostra esistenza sulla Terra, noi viviamo in completo disequilibrio con la Natura. Anzi: in aperto conflitto. Per qualche anno il gioco ha funzionato e ci siamo illusi di aver piegato l’Universo ai nostri voleri poi, dopo essere rimasta chiusa all’angolo come un pugile in difesa, la Natura ha cominciato a reagire con la freddezza che le è peculiare e adesso ci sta assestando colpi pesantissimi. I tumori, specie quelli infantili, stanno diventando comuni come erano un tempo le malattie infettive e da quelli, checché racconti qualche businessman della salute, non abbiamo armi efficaci.

Siamo arrivati ad un punto di non ritorno? Il panorama è di enorme complessità e io non saprei proprio rispondere. Certo è che tempo da perdere non ne abbiamo.

 Biolcalenda Marzo 2012

Stefano Montanari


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