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Le piante del bosco: Sorbo

Sorbus domestica L.  –  Fam. Rosaceae
Fioritura: Aprile-maggio –  Parti raccolte: frutti, corteccia, gemme  –  Tempo balsamico: ottobre-novembre.

Ancora un ricordo d’infanzia, scusatemi, ma spesso devo risalire indietro nel tempo per ritrovare consuetudini e usi, sopiti nel fondo della memoria. Questa volta nel rileggere  “Senza coltura avremmo le more, i prugnoli, le sorbe, invece delle mele, delle pesche, delle susine, de’ poponi”, torna in aiuto Cesare Cantù che induce verso il sorbo, un albero poco esigente, molto longevo, dal fusto diritto, che può raggiungere anche i 20 metri di altezza, con una chioma subglobosa e il fogliame relativamente rado. Le foglie sono caduche, alterne, lunghe sino a 20 cm, imparipennate, con 6-10 paia di foglioline ovate, sessili, arrotondate alla base, l’apice acuto, il margine alla base intero e poi dentato, di sopra glabre e di colore verde glauco, di sotto più chiare  e tormentose.

I frutti (le sorbe) sono piccole drupe a forma di mela o di pera,  e formano mazzetti penduli dalle cime dei rami. La loro maturazione  avviene lentamente nel corso dell’autunno. Ora nessuno avrebbe la pazienza di raccoglierle in autunno e attendere, per mangiarle, che diventino morbide e scure. Eppure questi frutti, non commestibili se acerbi, ma dolci e profumati se lasciati maturare a lungo, e le marmellate che se ne possono fare, erano un classico, infallibile toccasana contro i “mali del ventre”: le coliche, le dissenterie.

In momenti di penuria furono essiccati, polverizzati e mescolati per farne pane (Valsanzibio, giugno 1958, Toni Cioca, contadino). E il pane era un cibo da conquistare, da inventare giorno dopo giorno, per risolvere il problema della fame quotidiana. Anche queste necessità appartengono ai ricordi che stanno alla periferia del sorbo, un albero che si è disteso nella storia della alimentazione, della salute, della vita e del destino di gente senza volto e senza storia.

Nella sua vita vi è celato un archivio di subalternità, di fatiche, di consuetudini, di esperienze, di saggezza, di disagi, di episodiche storie, inanellate sul filo conduttore di una memoria che la fretta quotidiana sta sempre più sfilacciando. In questo affannoso crocevia di sentimenti affiorano le sollecitazioni di un’etnobotanica che raccomandava un infuso di corteccia di sorbo e foglie di vite, assunto oralmente, per aiutare a normalizzare la circolazione; un infuso o decotto di frutti e corteccia, sbollenta per regolarizzare le funzioni intestinale; i frutti da consumarsi in caso di diarree.

Oggi il sorbo è stato quasi ovunque eliminato, se n’è andato dalle corti dei contadini, dai campi, ove la sua ombra era troppo incombente sulle sottostanti colture, e anche dai boschi, ove potrebbe crescere spontaneamente quasi ovunque, sapendo convivere, nei nostri boschi termofili, assieme con i noccioli e i cornioli cui si accumuna per via di un legno incorruttibile, ideale per lavori da intaglio e per quei frutti dimenticati. Ha un limite: cresce con una lentezza esasperata però ne vale la pena dal momento che, secondo una tradizione nordica, è in grado di tener lontano i fulmini, i sortilegi, le streghe.

Ricetta orale
Un Sorbolino per l’inverno
“Toi do brancà de sorbole, taiale in quatro tochi e lassale in te ‘na pignata con un litro de graspa par tre setimane. Ala fine, parecia un siropo con acqua e sucaro. Col siropo xe fredo, sonteghe tuto el resto. Lassa là almanco par ‘na setimana e passa tuto par ‘na pessa de lin. Miti tuto in te ‘na botiglia e lassa in caneva, al fresco e al scuro almanco par tre lune. El se bee co te copi el porseo.”
(Arquà Petrarca, Settembre 1965, Iseta, contadina).

BRICIOLE D’ARCHIVIO

sorbo2.jpgSinonimi
Sorbus. Dod., Ray; Sorbus domestica Matth.; Sorbus sativa Tourn.; Sorbus legitima Clus.; Sorbus ovatum Fuch..

Loco
“Mala aestiva, cydonea, sorba, pruna post mediam hiemem usque in  Idus Februarias serito”.
(Le mele estive, le cotogne, le sorbe, le prugne, piantale dopo la metà dell’inverno e fino a mezzo febbraio.) (Colummella)

“Il domestico ritrovasi quasi per tutto, ne i campi, nelle vigne, et ne i giardini. Il salvatico nasce nelle selve… fra le altre piante silvestri…” (Durante)

“E’ fruttaro più da bosco che da bruolo, poiché nei boschi nascono da se stessi, ma per haver d’ogni diversità di frutti ti consiglio (…) di far delli calmi sopra lo spino bianco, overo sopra il cotogno, che tanto servirà e farà li frutti più grandi.” (Agostinetti)

Cocina
“Se ne fa salsa e sapore e (…) se ne fa vino, come di pera e di mela. Da qual sugo ancora fatto bollire se ne fa esquisita sapa, si da risparmiare il vino d’uva buono da bere e delle ben mature si fa aceto. Di sorbe similmente se ne fa farina e in vero pochi frutti ci sono eguali nell’utile à questo, che porge pane, vino companatico.” (Tanara)

“Quando son maturi riescono a far torte da magro delicatissime et anco da grasso”. (Agostinetti)

Giovamenti / Nocumenti
“Mangiandosi avanti pasto stagnano il flusso, stringe la loro decottione la natura delle donne, e fanno buon fiato quando si mangiano dopo pasto.
Tardano alquanto la digestione, aggravano lo stomaco è chi ne mangia molte, e generano humori grossi.”
(Pisanelli)

“Tagliate  pestate le pera; spremetene il sugo, e sopra dodici pinte di questa mettete una pinta di miele Così si preparano i vini di nespole” (James)

Ricetta storica
“De sorbis. Eodem tempore sorba manu lecta curiose in urceolos picatos adicito, et opercola picata imponito et gypso linito; tum, scrobibus bipedaneis sicco loco intra tectum factis, urceolos ita collocato, ut oblita ora eorum deorsum spectent; deinde terram congerito; et modice supercalcato. Melius est autem pluribus scrobibus pauciora vasa distantia inter se disponrte. Nam in exemptione eorum, dum unum tollis, si reliqua commoveris, celeriter sorba vitiantur. Quidam hoc idem pomum in passo, quidam etiam in  defruto comode servant, adiecto spissamento spissi faeniculi, quo deprimantur ita sorba, ut sempre ius supernatet…” (Columella)

(In questa stessa stagione raccogli a mano con diligenza le sorbe e mettile in piccoli orci spalmati di pece; chiudili con coperchi pure impeciati e sigilla i coperchi con gesso; scava poi dentro in un luogo asciutto delle fosse di due piedi e disponivi gli orcioli in modo che la bocca, chiusa col gesso, guardi in giù; ammucchiavi quindi sopra la terra e comprimila un pochino: E’ meglio però fare parecchie fossette e mettervi pochi vasi per ciascuna a una certa distanza l’uno dall’altro; al momento in cui se ne toglie uno, infatti le sorbe vanno a male in quattro e quattr’otto, se si scuotono gli orioli. Altri conservano molto bene questo stesso frutto nel vino passito o nel vino cotto, aggiungendovi un tappo di finocchio spesso dal quale le sorbe siano tenute ben in fondo, in maniera che di sopra vi sia sempre una certa quantità di liquido… )

 


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