A scuola di complessità

La scuola come è conosciuta dalle ultime generazioni è un’esperienza che lascia attoniti, è vero che si rivela obbligatoria per livellare la conoscenza di base che rende socialmente omogenea la società, ma non lascia tracce educative se non occasionali, solo quando un’insegnante per caratteristiche personali, umane ed esperienziali riesce a trasmetterle nonostante i programmi ministeriali.

Tutto è molto complicato e niente o quasi è complesso. La "concertazione educativa" parte da direttive ideologiche molto totalizzanti che identificano il futuro cittadino non un essere umano, ma un consumista, perciò un essere desiderante all’infinito. Il successo, non conta come sarà ottenuto: per il bell’aspetto, per furbizia, per fortuna. Ma sarà soprattutto desiderabile la ricchezza, la quale si ottiene con l’apparire, in una società in cui non c’è bisogno di nulla.

Diventare "velina" o un calciatore, uno speculatore, attore o cantante, tutto tranne lavorare, sudare. Gli esempi che vengono usati, oggi come un tempo, sono sempre utili se l’allievo non è abbastanza ubbidiente e "profittevole" di buon linguaggio e soprattutto di "conteggio": rischia di diventare un’asino, uno scaricatore di porto, un "boaro", uno zappatore di terra, cioè uno che suda e non "conta" nulla, non appare desiderabile. Per riparare al danno irreversibile che tale impostazione ha causato si tenta ora di dedicare alcune attività scolastiche alla riscoperta della natura: visite ai parchi, alle fattorie didattiche, al contatto con animali o piante.

Per far capire a un bambino, come un uovo è prodotto così com’è dalla gallina ed è solo imitato da quello industriale di cioccolato, non è semplice, forse impossibile; lo può accettare come fenomeno curioso, come accetta che "Paperino", schiacciato dal rullo compressore, ritorni un attimo dopo arzillo, anzi rimane stupito e piange, sentendosi defraudato, quando schiaccia volutamente o per errore un essere vivente e non lo vede riprendere la forma originaria..Anche la nostra cultura colta ha perduto la sapienza millenaria di un popolo di coltivatori che ha elaborato, in simbiosi con la natura, tutto ciò che noi ora chiamiamo ortaggi, frutta o cibo.

Gli stessi agricoltori hanno perduto, in gran parte, la coscienza di essere portatori di una cultura della complessità, sostituita da un sapere complicato e meccanicistico, veicolato dall’industria manifatturiera efficace per produrre sedie, trattori o uova di cioccolato, ma riduttiva, addirittura pericolosa se vuole applicare il suo modello alla natura.

Non dobbiamo quindi andare in fattoria per fare "scampagnate più o meno piacevoli", ma dobbiamo andarci a scuola di complessità.


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