Maurizio Signorini

Senza di noi gli alberi se la passerebbero meglio

In Arboreto Salvatico, Mario Rigoni Stern riporta una frase di Cechov: “Chi conosce la scienza sente che un pezzo di musica e un albero hanno qualcosa in comune, che l’uno e l’altro sono creati da leggi egualmente logiche e semplici”.

Quando ho visto per la prima volta il Bosco Verticale a Milano, ne sono rimasto stupito. Piacevolmente.

Questo complesso di due palazzi residenziali accorpa più di duemila specie arboree, tra arbusti e alberi, distribuite sulle facciate. Esempio notevole di principio di forestazione urbana.

Poi ho pensato che tutto questo era solo per pochi, avvantaggiati dalle possibilità economiche.
Una cosa d’èlite. Quindi “socialmente” utile ma limitato.

Poi la notizia del nuovo Bosco Verticale che verrà costruito nei Paesi Bassi a Eindhoven.

La Trudo Vertical Forest sarà destinata al social housing, quindi rivolta a un’utenza popolare, in particolare a giovani coppie, che avranno appartamenti con affitto calmierato.

Il grattacielo di Eindhoven conferma la possibilità di unire le grandi sfide del cambiamento climatico con quelle del disagio abitativo. La forestazione urbana non è solo una necessità per migliorare l’ambiente delle città nel mondo, ma l’occasione per migliorare le condizioni di vita dei cittadini meno abbienti“. (Stefano Boeri, progettista)

Dai grandi progetti alla realtà quotidiana nei nostri paesi e nelle nostre città. La domanda che dovremmo porci è: quanta natura abbiamo messo nelle nostre città?

In tanti casi poca e male.

Non abbiamo considerato la presenza degli alberi come un fatto significativo della nostra quotidianità, dove costruire una relazione autentica con essi, per trarre ispirazione per il nostro vivere, per godere della loro bellezza e presenza.

Abbiamo “costretto” gli alberi a vivere in condizioni impossibili: poco spazio per l’apparato radicale, presenza di sottoservizi, scelta sbagliata di specie non adatte.

Li abbiamo mortificati in un ruolo di decorazione, di comparse.

Abbiamo dimenticato che la maggior parte delle conoscenze tramandate dalle antiche culture passavano attraverso la figura dell’albero.

Tutto questo ha creato nel tempo una serie infinita di problemi.

Non si tratta di quantità ma di qualità: quale verde è più corretto? In quali spazi?

Bisogna comprendere che gli alberi hanno un ruolo decisivo sulla nostra salute: Flourishing Trees, Flourishing Minds, per cui la presenza di alberi nelle vicinanze migliora il benessere mentale degli abitanti. Benessere mentale che è di più dell’assenza di malattia; gli alberi sottraggono CO2 all’atmosfera dove questa si accumula aumentando in modo innaturale l’effetto serra e riscaldando così il clima terrestre.

Scriveva G. Michelucci: “quando sono in mezzo alla natura, sono in un’unità totale con la natura, non sono in uno stato di contemplazione, ma in uno stato di partecipazione… è un colloquio con l’universo“.

Bisogna ri-forestare le città e i paesi. Quindi dalle foreste alle foreste urbane.

Innanzitutto con la redazione di un piano di gestione del verde a lungo periodo in ambiente urbano che va dalle norme e aspetti tecnici alla scelta delle specie da piantumare.

Con l’incentivazione a realizzare tetti verdi (si possono fare anche con falde inclinate) che permettono di mitigare i fattori bioclimatici, di assorbire radiazioni elettromagnetiche, di incrementare le biodiversità, di ridurre i picchi di deflusso idrico, di migliorare le prestazioni dei pannelli fotovoltaici, come avviene nell’esperienza di Bolzano con il R.I.E. (Riduzione Impatto Edilizio), dove il verde pensile è fondamentale.

Si deve capire che l’albero deve vivere nella maniera migliore negli spazi urbani.

Il loro permanere nel tempo, la loro presenza discreta, il loro essere guardiani silenziosi anche di spazi semplici che essi trasformano in luoghi speciali, il colore delle foglie verdi cangianti, la rugosità cromatica della corteccia: di tutto questo abbiamo bisogno.

Senza di noi gli alberi se la passerebbero meglio…


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